Primo maggio ad alta tensione

maggio

Gli ultimi giorni di aprile non portarono quell’anno, il 1890, l’inebriante profumo della primavera, uno dei regali più belli che il golfo riservava ai suoi ospiti. Al contrario in città, come del resto in tutta Italia, e soprattutto nei luoghi di lavoro, tirava una brutta aria. Perché si avvicinava il primo maggio.

Appena l’anno precedente quella data era stata ufficializzata come Festa dei lavoratori dai delegati socialisti della seconda internazionale riunitasi a Parigi, ma in Italia ancora non era stata ratificata (lo sarà nel ’91), perciò mentre molti operai avrebbero voluto solennizzare l’avvenimento come si doveva, fra la gente cresceva la preoccupazione perché ordini venuti dall’alto imponevano invece un giro di vite contro ogni manifestazione. Si temevano tumulti e scontri di piazza; circolava voce che i negozianti avrebbero tenuto chiusi i negozi, e che gli orefici già avevano svuotato le vetrine per mettere al sicuro i preziosi; c’era addirittura chi aveva sentito dire di famiglie che avevano accumulato provviste per potersene stare ben tappate in casa ove davvero si fossero verificati i paventati disordini.

Le premesse non erano incoraggianti. Gli alti gradi della Marina avevano addirittura lasciato filtrare indiscrezioni secondo le quali tutti coloro che il primo di maggio non si fossero presentati in arsenale sarebbero stati licenziati in tronco; e analogamente si sarebbero comportati gli industriali privati.

A surriscaldare il clima contribuiva quant’era accaduto giorni addietro alla Fonderia Pertusola dove agli operai che chiedevano un aumento di paga la direzione, che si trovava a Londra, aveva risposto con un secco no; rifiuto al quale le maestranze avevano replicato con l’immediata dichiarazione di sciopero. Altrettanto dura la reazione dell’azienda: chi vuole tornare subito al lavoro può farlo, chi non rientrerà sarà lasciato a casa. 140 operai avevano scelto la disoccupazione piuttosto che piegarsi.

La tensione si tagliava dunque con il coltello, lungo le strade della città non si erano mai visti tanti gendarmi e carabinieri, e tutti armati fino ai denti, mentre nelle caserme le truppe erano consegnate in stato di allerta, pronte a muovere al primo ordine.

In molte famiglie si vissero giorni di profondo turbamento, tanto che in quel fatidico mattino del primo maggio, un giovedì, si videro perfino numerose donne accompagnare i loro uomini sin sulla porta dell’arsenale per essere sicure che all’ultimo istante non si lasciassero tentare disertando il lavoro.

Non furono comunque pochi coloro che fecero festa; le Officine Baffico per esempio rimasero addirittura chiuse, e così altre fabbriche. Molti operai, minacciati di licenziamento, raggiunsero il loro posto di lavoro, ma con il cuore erano con i compagni restati fuori. Altri sfidarono le autorità facendosi vedere a passeggio sotto i portici Vittorio Emanuele (Chiodo), dove già campeggiava un’insegna dell’agenzia delle Assicurazioni Generali.

(Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini).

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