Gioiello o patacca?

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERAAbbandonata in un angolo di quella che viene definita “piazzetta della memoria”, lo slargo tra Via Marsala e Via Biassa, nei pressi del duomo, alla Spezia, c’è una piccola vasca da bagno da qualcuno peraltro usata in modo improprio, come se fosse un cassonetto dei rifiuti o bacheca per messaggi amorosi tipo WhatsApp scritti però con il pennarello. A quanto se ne sa, prima di essere esposta in mezzo ad altri reperti, frammenti della storia della città, giaceva da tempo immemorabile, come mi assicura un amico milite della Pubblica assistenza, in un cantuccio dell’ex Convento di San Bernardino, da oltre cent’anni e sino alla fine del secolo scorso occupato appunto dalla P.a., e oggi sede del Museo etnografico e diocesano.

Dunque, la vasca era custodita – ma più appropriato sarebbe il termine “dimenticata” – in un fabbricato molto antico, e quindi per sua parte testimone e custode del passato spezzino, verosimilmente fin dalla nascita del piccolo borgo chiamato Spedia. Infatti le mura trecentesche che scendevano dal castello sfruttavano per un tratto quelle del convento (all’interno se ne notano ancora i resti) e lì, poco a monte, si levava Porta Genova, o Porta San Bernardino. Di là dalla porta c’era un piccolo sobborgo, una fila di poche case lungo la strada che si inoltrava nella campagna arrivando al Convento dei Paolotti (oggi Museo Lia) per avviarsi infine verso le rampe della Foce.

Il monastero e la chiesa, già casaccia di una compagnia di disciplinati, furono soppressi nel 1812 in conseguenza del decreto napoleonico che scioglieva gli ordini religiosi. Il convento fu allora trasformato in magazzino municipale e fu anche usato quale sede delle sedute del consiglio comunale, riunioni che prima di allora si svolgevano nell’oratorio di Sant’Antonio. Il Palazzo di Corte (Municipio), che sorgeva nella Piazza di Corte (Beverini), era infatti troppo angusto per ospitare tanta gente. Dopo lo scioglimento i legati del convento furono ereditati dall’amministrazione dell’ospedale, ospedale che da otto anni (21 agosto 1804) era stato trasferito dalla sede medievale di via Biassa al convento dei Paolotti. San Bernardino torna per noi alla ribalta nel 1888 allorché all’interno della Confraternita della Misericordia nata nel pieno della tragica epidemia di colera che fra il 1884 e il 1885 decimò la popolazione spezzina, cominciarono ad affiorare forti dissapori, finché un nutrito gruppo di dissidenti capeggiati da Agostino Chiappeti (l’uomo che nel 1880 aveva commissionato la costruzione del Politeama Duca di Genova) abbandonò il sodalizio fondando nel maggio dell’89 una società apolitica e aconfessionale che doveva occuparsi esclusivamente del soccorso alle persone infortunate, dell’assistenza agli infermi, e di altre opere umanitarie: la Pubblica Assistenza, associazione che, appena costituitasi, si insediò in alcuni locali dell’ex convento di San Bernardino concessi a titolo gratuito dal Comune, dove rimase sino alla fine del Novecento.

Che cosa c’entra tutto questo con la vasca?

C’entra, perché come abbiamo visto perlomeno fino a quando Spezia non cominciò a ingigantire a seguito della costruzione dell’arsenale e dell’avvio delle attività militari, l’ex convento era un soggetto al centro della vita politica e amministrativa della città. Un punto di riferimento e – particolare da tenere ben presente – usato anche come magazzino municipale.

Arriviamo così alla realizzazione dello stabilimento navale e quindi agli scavi per la costruzione delle tre darsene e dei bacini di carenaggio. Durante gli sterri furono riportati alla luce moltissimi reperti di epoca romana (come una bella testa marmorea di Augusto) prove della presenza di un insediamento militare attivo verosimilmente già ai tempi delle guerre apuane, eventi di 2.200 anni fa. Purtroppo la stragrande maggioranza degli oggetti recuperati sono andati perduti per svariate cause, non ultime le distruzioni causate dai bombardamenti.

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Vasca romana sequestrata in una abitazione

A cagionare la dispersione di tante testimonianze dell’antichità ci furono anche il livello culturale dell’epoca, e le tensioni che gravavano attorno al ciclopico cantiere. Il governo era irritato per il pesante ritardo (alle fine saranno due anni) accumulato sul calendario dei lavori («L’arsenale della Spezia non va innanzi, il colonnello Chiodo non fa nulla, v’è uno sciame di avvocati che imbugliano quell’impresa con mille liti; vorrei una legge per annegarli», strepitava Nino Bixio nel parlamento di Firenze dopo un sopralluogo a Spezia), i vertici militari facevano continue pressioni sui titolari delle imprese affinché affrettassero i lavori, e i capioperai se la prendevano naturalmente con quei “lavativi” dei badilanti che si spezzavano la schiena dall’alba al tramonto per quattro soldi. Figuriamoci se costoro, pressati com’erano a fare presto, e per di più quasi tutti analfabeti, stavano a guardare cosa veniva fuori dagli scavi: prendevano e buttavano via tutto insieme alla terra poi utilizzata per i riempimenti davanti alla città (viale Italia e lungomare Morin) e davanti a Marola. D’altronde c’era soltanto un marolino, Agostino Falconi, a darsi un gran daffare con militari e politici affinché non si perdesse tanto bendidio. E lo fece con tanta insistenza, Falconi, che alla fine il Ministero della Marina con lettera datata 11 luglio 1862 ordinò ai suoi ufficiali in loco di usare «il massimo riguardo alle anticaglie che si rinvenissero negli scavamenti». Disposizione non certo presa alla lettera dai subordinati, sempre ossessionati dalla necessità di fare presto per non attirarsi addosso i fulmini ministeriali. Comunque, alcuni ufficiali si presero la briga di ritrarre quantomeno degli oggetti rinvenuti. È così che noi oggi disponiamo di due disegni che ci danno l’idea del tipo di reperti che furono recuperati.

Ebbene, in uno dei disegni compare una vasca simile a quella esposta nella Piazzetta della Memoria. Non è la stessa, basta confrontarle per rendersene conto, però è già indicativo del tipo di materiali che giacevano nel sottosuolo della piana di San Vito, in taluni casi (anfore vinarie evidentemente cadute da delle navi, o forse finite lì a seguito di un naufragio) anche a dodici metri di profondità.

A questo punto è lecito supporre che quella ritratta dall’ufficiale della Marina potesse non essere l’unica vasca romana recuperata durante gli scavi per l’arsenale. È tanto sballato pensare che un’altra vasca potesse essere emersa fra terra e sassi e quindi essere stata riposta in qualche luogo? E dove di meglio se non nei magazzini municipali, cioè nell’ex convento di San Bernardino, non sapendo ovviamente che sarebbe poi stata lì dimenticata per circa 150 anni?

L’ipotesi regge: quella è una vasca di epoca romana trovata dopo duemila anni nella zona in cui esisteva un importante insediamento dei consoli dell’Urbe in epoca repubblicana prima e imperiale poi. Devo doverosamente precisare che secondo il Comune essa appartiene invece al periodo neoclassico, vale a dire fra il XVII e il XIX secolo.

Che cosa mi fa sospettare che quello sia invece un reperto romano? Sono oggetti simili, se non identici, le cui immagini sono reperibili facilmente in rete, vasche fotocopia di quella di Piazzetta della memoria che si trovano sparse in luoghi permeati di storia antica, come per esempio Roma e Volterra, e a una sola voce attribuite a epoca romana. Una è visibile nel parco archeologico di Volterra; una giaceva abbandonata in un angolo di un magazzino comunale di Potenza Picena (Macerata) ed è ora esposta al pubblico; una è stata sequestrata dalla Guardia di finanza a un privato di Palestrina insieme ad altri reperti romani; nel duomo di Milano c’è un fonte battesimale ricavato da una vasca romana; una vasca simile, di granito grigio, si trova nel giardino di Boboli. Nella capitale, infine, ce n’è una – ridotta a ricettacolo di rifiuti – in viale Tiziano al Flaminio, e un’altra (trasformata in fontana pubblica) è nel Parco degli aranci sull’Aventino. Tutto, insomma, legittima l’ipotesi che la vasca di Piazzetta della Memoria sia di datazione romana, roba di duemila anni fa. Il raffronto con vasche del tutto identiche, e già giudicate romane doc, alimenta questo convincimento.

Credo in sostanza che sarebbe utile un esame più approfondito perché nel caso in cui quel reperto risultasse essere proprio quello che è legittimo pensare, meriterebbe di sicuro una cura maggiore, come minimo una adeguata collocazione nel museo archeologico.

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