L’Italia? Morta e sepolta

anziani

Parecchi anni fa parlavo con un amico della situazione del nostro Paese, e gli dicevo di scorgere grosse nuvole nere all’orizzonte, foriere di un domani con certo rassicurante. Gli confessavo che, a mio modo di vedere, la politica italiana aveva preso una brutta piega, uno scadimento che non prometteva nulla di buono, e ciò lasciava presagire un futuro alquanto buio per il nostro Paese: un’auto senza una guida solida, prima o poi va a sbattere, non c’è scampo. “Mah, ho l’impressione che tu sia un po’ troppo pessimista”, mi rispose l’amico, amico che si chiamava Flavio Bertone, Walter per chi gli era più vicino, uno dei più carismatici leader del Pci non solo spezzino, e a quell’epoca vicesindaco – lui sarzanese – della Spezia. Eravamo alla metà degli anni Ottanta.

Sono trascorsi venticinque anni da allora, e con sgomento mi guardo intorno. Sono infatti profondamente persuaso che per l’Italia, l’Italia come l’abbiamo vissuta, sofferta e amata noi, non ci sia più speranza. Mi sbaglierò, ma ormai è già morta e sepolta.

Vediamo perché, e poi ditemi se aveva ragione l’amico Walter, se davvero ero io a vedere troppo nero.

  1. PENSIONATI IN FUGA– Ogni anno alcune migliaia di pensionati italiani titolari di un discreto assegno mensile dell’Inps prendono baracca e burattini e varcano i confini nazionali per andare a risiedere all’estero. L’istituto di previdenza ha calcolato che fra il 2010 e il 2014 sono andati via oltre sedicimila pensionati con una tendenza in forte aumento.  Per l’Istat sono già quasi mezzo milione i pensionati italiani che vivono all’estero. E sono soldi, ma soprattutto esperienza e valori morali, che se ne vanno. Io ho alcuni amici che di recente hanno fatto questo passo, e tutti mi dicono: “Ma che cosa ci stai a fare ancora in Italia, vieni qui, che si sta una meraviglia”. Mi assicurano che, sottratte alla rapace fiscalità italiana, le loro pensioni valgono molto di più, che là – ovunque sia quel “là” – non c’è la brutale, ottusa, ingiustificata burocrazia che soffoca, che i servizi pubblici funzionano alla grande, e che la sicurezza personale è pressoché garantita. Insomma, là dove sono, che sia nell’est europeo, alle Canarie o in sud America, la vita è bella, più bella che in Italia.
  1. GIOVANI CON LA VALIGIA – Nel 2015 quasi 108.000 giovani fra i 18 e i 34 anni, il 6,2 per cento in più rispetto all’anno precedente, hanno fatto le valigie e sono emigrati (poco meno della metà in Germania), non nutrendo evidentemente alcuna speranza di trovare un impiego decente nel loro Paese. Al primo gennaio 2016 erano poco meno di cinque milioni i giovani italiani residenti all’estero. E a sentire quello che raccontano i ragazzi che si sono già stabiliti fuori dai sacri confini della Patria, ci si spiega perché questo tipo di emigrazione sia in costante e consistente crescita. Il che si traduce in una forte depauperamento culturale e di professionalità elevate del nostro Paese e, di conseguenza, di un progressivo, rapido peggioramento del suo livello qualitativo, economico e sociale.
  2. SHOPPING SELVAGGIO – Un giorno sì e un giorno, qualche potenza finanziaria straniera si compra un pezzo di economia italiana, e ovviamente ad ammainare il tricolore per innalzare chissà quale altra bandiera sono i pezzi più pregiati, quelli che costituivano un vanto del tessuto produttivo italiano. Tanto per stare nella cronaca di questi ultimi tempi, zitta zitta quatta quatta la Fiat, l’impresa industriale più importante d’Italia se n’è andata in America nel silenzio generale – È il mercato, bellezza! – ma penso anche agli odierni assalti francesi a Mediaset e alle Generali, come all’Inter, comprata dai cinesi, e ora al Milan, in procinto di fare la stessa strada Milano-Pechino. Ovvero, per andare indietro nel tempo, Telecom, Parmalat, Buitoni, Galbani, Gucci, Valetino, Roma calcio, Algida, Gancia, Carapelli, Krizia, Fiat Ferroviaria, Peroni, Fiat Avio, Benelli, e via lamentando!
  3. UNIVERSITÀ DIETRO LA LAVAGNA – L’Italia è “tra gli ultimi della classe” per efficienza scolastica. Lo afferma l’Ocse che rapportando i risultati ottenuti dagli studenti nei test Pisa con la spesa per l’istruzione, ci colloca al ventitreesimo posto fra i trenta Paesi dell’Ocse stessa. Dal canto suo l’istituto di ricerca inglese The Economist Intelligence Unit nella sua classifica mondiale delle scuole perfette dal Regno Unito all’Australia al Giappone, ha relegato l’Italia al venticinquesimo posto in una graduatoria di quaranta scuole.  E a fare la figura… dell’asino è l’università. La stessa Ocse fornisce infatti dell’Italia l’immagine di un Paese con una scuola pre-primaria e primaria di ottima qualità, una scuola secondaria mediocre, e un’educazione universitaria e post universitaria di qualità ancora troppo carente. I giovani italiani risultano anche poco preparati per quanto riguarda la comprensione dei testi, la lettura e le capacità matematiche, dove un laureato italiano fra i 25 e i 34 anni ha in media, le stesse competenze di un coetaneo non laureato in Giappone, Finlandia o nei Paesi Bassi. Il giudizio non sorprende granché dal momento che l’Italia” è il solo Paese in cui la spesa pubblica reale nell’istruzione è calata tra il 2000 e il 2011, ed è il Paese che ha accusato il maggiore calo (meno 5 per cento) nel volume degli investimenti pubblici tra il 2005 e il 2011. C’è allora da stupirsi se in trasmissioni televisive in Rai nelle quali si mette alla prova il grado di cultura generale dei concorrenti alla domanda “In quale anno Adolf Hitler diventò cancelliere in Germania?“, dinanzi alle opzioni date (1933, 1948, 1964 o 1979?), la prima concorrente sceglie il 1948, un altro il 1964 e il terzo il 1979? Oppure se alla domanda “In quale Paese si trova il versante italiano del Monte Bianco?“, davanti alle opzioni Valle d’Aosta o Sardegna il concorrente risponde Sardegna? E come dimenticare il leggendario top manager che per meglio motivare la platea di venditori della sua azienda esaltò la battaglia di Waterloo come un capolavoro strategico di Napoleone Bonaparte? E ancora, quale futuro può avere, secondo voi, un Paese nel quale dopo vent’anni di studi un giovane – nell’era di internet – ottiene la laurea senza conoscere la lingua inglese, o addirittura zoppicare nella lingua italiana?
  4. IL TAGLIO DELLE RADICI –  Una mattina, alcuni anni fa, mi è capitato di assistere a un litigio fra due ragazzini, uno cinese e uno sudamericano. Ebbene, litigavamo in dialetto spezzino. Ma quanti sono i ragazzini italiani che litigano nel loro vernacolo? E questa è già una spia del declino di un popolo. Da tempo, da quando l’immigrazione è diventata un fenomeno di massa, e in particolare da quando questa massa ha assunto una connotazione fortemente  islamica, nel patrimonio culturale italiano,  in quello delle tradizioni che affondano le loro radici nei secoli, se non nei millenni, hanno cominciato ad aprirsi delle crepe. E, segnale che dovrebbe fare riflettere, a inferire violente mazzate all’edificio delle tradizioni nazionali sono stati, e sono, personaggi che operano nel mondo della scuola: si è cominciato con il crocifisso, poi con il presepe, poi con i canti natalizi. Non mi interessa sapere cosa c’è dietro, se voglia di distinguersi, di conquistarsi un’ora di popolarità, di conseguire benemerenze, di essere più realisti del re. Mi chiedo perché non si sono avanzate prima certe obiezioni. Non tutti gli italiani erano cristiani. Perché allora dal mondo della scuola non si sono mai levate voci per proteggere i bambini atei da possibili messaggi subliminali di stampo cattolico? Perché ciò è invece avvenuto solo a seguito del crescere, fino in certi quartieri delle nostre città, ad imporsi, della minoranza islamica? Ponendomi questa domanda mi viene in mente Submission, il recente romanzo di Michel Houellebecq nel quale si immagina un processo di strisciante progressiva sottomissione prima culturale, poi politica e infine economica (grazie ai petrodollari dei maggiori Paesi islamici) del popolo francese fino alla instaurazione di una repubblica islamica con l’elezione all’Eliseo di un leader musulmano. È un  po’ come il meccanismo psicologico, noto con il nome di Sindrome di Stoccolma, che porta il sequestrato a fraternizzare con il sequestratore, o addirittura a innamorarsene, allo scopo inconsapevole di salvare la pelle. Insomma, se il nemico è più forte, meglio farselo amico, e pazienza se in una condizione di sudditanza! Non è forse quanto sta già da tempo avvenendo in certi ambienti culturali italiani?
  5. LA CICOGNA NON VOLA PIÙ – In calo il lavoro, in calo il livello culturale, in calo il sentimento nazionale, e – ecco la ciliegina – in calo le nascite. Per la prima volta dopo novant’anni calano i residenti in Italia. Malgrado i massicci arrivi di immigrati (sono cinque milioni, stando agli ultimi rilevamenti), le nascite sono in forte diminuzione: secondo Eurostat nel 2015 nel Bel Paese sono nati 485.800 bimbi (il 18 per cento in meno rispetto al 2008), mentre il numero dei decessi è stato di 647.600 unità. In sostanza, l’italiano del secondo millennio sembra una razza invia di estinzione, roba da WWF. Non ci credete? Ebbene, pochi dati possono farvi ricredere. Nel 2002 l’età media degli italiani era di 41,4 ani; nel 2016 è salita a 44,2. L’indice di vecchiaia, vale a dire il rapporto percentuale tra il numero degli ultrassessantacinquenni e il numero dei giovani fino ai 14 anni, che nel 2002 era di 131,4, nel nel 2016 era salito a 161,4 (161 anziani ogni cento giovani fino ai 14 anni). L’indice di natalità (numero medio di nascite in un anno ogni mille abitanti) nello stesso periodo è passato da 9,4 a 8 per mille (mentre la media europea è di 10 per mille).

In conclusione, l’analisi dei dati statistici ci restituisce l’immagine di un Paese in  forte crisi di identità, in preda a una forte depressione psicologica prima ancora che economica, una stanchezza morale e fisica determinata dalla consapevolezza di non avere gli strumenti né la forza per cambiare il corso degli eventi, o forse anche dalla convinzione che i nuovi arrivati, forse perché “hanno fame”, posseggano una motivazione superiore, che abbiano una marcia in più, come dimostra il fatto che mentre gli italiani chiudono le loro attività, gli stranieri ne aprono di nuove. E allora ecco il dilemma: scappare all’estero o arrendersi e accettare la Submission?

 

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Un pensiero su “L’Italia? Morta e sepolta

  1. Anche mio Padre, sardo di Nuoro, era nel 125 “la Spezia” .
    Fu catturato il 28 marzo 1943 a El Hamma. Pow in Egitto. Sbarco’ a Taranto in agosto 1946.

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