Il gioco delle due verità

dimaioIl vice presidente della Camera Luigi Di Maio non sarà un politico doc, uno con il pedigree della prima repubblica, quando i politici erano senza dubbio più raffinati e più smaliziati di quelli di questa sedicente seconda repubblica, però nel corso della recente campagna referendaria ha dimostrato di non essere da meno di loro.
Negli anni ruggenti della politica italiana, diciamo dalla metà dei Quaranta alla metà dei Novanta, c’era chi mandava in crisi stuoli di giornalisti e di professori di geometria parlando di “convergenze parallele”, di “divergenze equidistanti” o di “centralismo democratico”: vagli a spiegare a lettori e studenti come diavolo potevano essere convergenti due linee parallele o essere equidistanti due linee divergenti oppure come poteva esserci democrazia se alla fine, gira e rigira, comandavano sempre gli stessi, quando non uno solo.

Di Maio (foto) non è arrivato a tanto, deve studiare ancora un po’ per poterlo fare, tuttavia è riuscito in una impresa non indifferente: ha detto la verità senza… dire la verità. O perlomeno, ha detto una verità (quella che gli tornava comodo) e ha taciuto su un’altra verità altrettanto… vera (quella che non gli faceva comodo, ma che forse sarebbe piaciuta a chi lo stava ad ascoltare).

Nell’epocale scontro referendario conclusosi dieci giorni or sono il potenziale candidato premier con il logo dell’M5S ha proposto, tra i suoi cavalli di battaglia, quello della composizione del nuovo Senato, così come l’aveva previsto il duo Renzi-Boschi, e per smontare questo punto della riforma non ha fatto che battere il chiodo della immunità parlamentare prevista per i nuovi senatori, cioè consiglieri regionali e sindaci, vale a dire una categoria, soprattutto quella dei consiglieri regionali, non certo famosa per morigeratezza politico-amministrative come testimoniano le inchieste della magistratura avviate in po’ in quasi tutte le regioni italiane per le cosiddette – quelle sì, famose – “spese pazze” che tanti denari hanno dirottato dall’attività politica a gozzoviglie private varie.

L’onorevole Di Maio ha detto il vero, conquistandosi così l’entusiasta plauso del popolo, sottolineando che quei nuovi senatori – alcuni dei quali magari con dei conti in sospeso con la magistratura per le loro non limpide attività svolte quali consiglieri regionali – avrebbero goduto di immunità parlamentare. Se passerà questa riforma, sibilava Di Maio, quei cento senatori saranno intoccabili.

E questa sarebbe stata la realtà dei fatti – la verità detta e ripetuta come un mantra da Di Maio durante la campagna referendaria – nel caso in cui la riforma fosse stata approvata: i nuovi cento senatori, vale a dire l’intero corpo legislativo del nuovo Senato, avrebbero potuto anche fare marameo ai giudici in quanto salvati dall’immunità.

Qual è invece la verità che Di Maio non ha detto?

Quella verità è data dalla situazione del Senato  cristallizzata dal referendum: esattamente quella di prima: una Camera composta da 315 senatori eletti, ai quali se ne aggiungono cinque nominati a vita.

Morale della favola, invece di avere cento senatori con l’immunità parlamentare, ne abbiamo ancora 320, anch’essi con immunità. E dobbiamo continuare a pagarli tutti!

Ma su questa piccola verità il vicepresidente della Camera ha preferito sorvolare!

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