Ecco dov’è l’oro dei nostri monti

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Cava Pozzi alti, A.A.S.M. S.Croce, monte Santa Croce (Fabiano)

“Marmo nero di fondo, con venature giallo oro disposte a grappoli, d’onde il nome tipico.” Così l’Annuario-guida per la provincia della Spezia, anno 1929, che aveva la direzione in Piazza Cavour 1, telefono 8-65, descriveva il marmo portoro, quel “meraviglioso materiale da decorazione che costituisce un monopolio invidiato perché in tutto il mondo non si estrae che nel golfo”, ed “è il marmo più pregiato che si conosca. Nemmeno il celebre Paonazzo di Carrara, né lo Schiros di Grecia possono stare al pari del nostro superbo calcare”.

Noi tutti abbiamo sentito parlare del portoro, vanto del golfo. Ma chi sa dove sono finiti, chi li ha comprati, chi se n’è fatto vanto, i blocchi estratti dal Tino, dalla Palmaria, e dai monti dell’ala occidentale del golfo?

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Cava Faggioni e Ragghianti alla Palmaria (foto Cav. Greco)

Da molto tempo, infatti, le estrazioni sono cessate, e c’è da dire per fortuna, giacché è stata evitata la distruzione di un patrimonio naturale inestimabile. Ma è un dato di fatto tuttavia che se in certe occasioni in molte località del pianeta qualcuno pure al giorno d’oggi cita Spezia, è proprio, anche, per quel “superbo calcare”, un materiale pregiato suddiviso in due tipi a seconda della qualità: a “macchia grande”, il più sontuoso e conosciuto in tutto il globo terracqueo, e a “macchia fina”, diffuso essenzialmente sul mercato nazionale.

L’Annuario del ’29 ci spiega infatti che “esso viene esportato in tutto il mondo, ma il mercato principale è quello di New York che assorbe la qualità più pregevole. In questa metropoli il grandioso cinematografo della Paramount che è costato 25 milioni di dollari (siamo nel ’29!) ha una vasta sala tutta adornata di grandi zoccolature di marmo portoro di macchia grande”.

“Di questo marmo sono anche costruiti quattro sarcofaghi di papi nella basilica di San Pietro in Roma, nel cui pavimento, tutta la greca che parte dal pronao e giunge sino all’abside è pure di portoro di macchia fina”.

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Cava Ercolini nel Monte Castellana (Foto Cav. Zancolli)

Secondo l’autore dell’articolo lo sfruttamento di quei banchi di pietra venata di giallo non era di antichissima datazione; probabilmente fu iniziato dai monaci olivetani quando vennero in possesso di tutta la zona del golfo che corrisponde grossomodo dall’attuale territorio comunale di Porto Venere. Lo fecero a scopo religioso e per adornare gli altari. Il marmo era infatti a loro portata di mano. Manco dovevano chinarsi, o arrampicarsi, per strapparlo dal monte.

“La locanda San Pietro è tutta costruita sopra un ricco banco di portoro che si propaga sotto le fondamenta dell’abitato sin presso al molo mercantile. Il marmo affiora in tutte le incisioni vallive, e più propriamente nel Tinetto, al Tino, nell’isola Palmaria, nei monti Muzzerone, Castellana, Coregna e Santa Croce. Altri affioramenti secondari, di poca importanza e non coltivabili sono nei monti Parodi, Bermengo e Bandara. Affioramenti notevoli sono pure nei monti Rocchetta e Branzi nella catena orientale del golfo”.

Nel monte Santa Croce era stato appena trovato, a diciotto metri di profondità, “un giacimento di portoro di macchia grande di primissima qualità, uguale al migliore finora estratto dalle cave Falconi della Castellana e Boccardi nel Muzzerone”.

È chiaro che in questa sede a noi interessa sapere dov’è finito il portoro migliore, quello “a macchia grande”. Ebbene, l’Annuario-guida ce lo dice:

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Cava Falconi sul Monte Castellana (Foto Cav. Zancolli)

Quel marmo “ha ornato palazzi fastosi della Fifth Avenue di New York, dei miliardari di Chicago, di San Francisco, etc; i palazzi reali e imperiali di Versaglia (si tratta di Versailles), di Madrid, di Londra, di Vienna, quello di Kediviale del Cairo, le residenze dei rajahs indiani; le abitazioni signorili di Buenos Ayres e di Rio de Janeiro; il palazzo del governo australiano. Esso si trova inoltre nelle sale del Palazzo Ducale di Venezia, nelle principali basiliche e perfino nel Vittoriale di Gabriele d’Annunzio che cantò per primo il nostro bel portoro da lui denominato il notturno marmo”.

Pezzetti di Spezia, insomma, destano ancora oggi ammirazione in ogni angolo del mondo!

 

 

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2 thoughts on “Ecco dov’è l’oro dei nostri monti

  1. Complimenti per il bell’articolo, ma devi contraddire su un punto: le escavaziono non sono cessate, ma, seppure su scala ridotta, continuano in almeno tre cave.
    La più vecchia è quella della società Domenico Falconi sulla Castellana, aperta nel 1836 e tuttora in attività
    Al 1836 risale la cava della Castellana, ma Domenico Falconi aveva iniziato la sua attività di cavatore quattro anni prima, nel 1832.
    L’attuale società fa capo ai discendenti del fondatore, giunti alla settima generazione.
    PEr eventuali altre notizie sono a sua disposizione.
    Alberto Biggi
    albertobiggi@studiobiggi.it

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    • Grazie Alberto per l’importante aggiunta. Il fatto che non ci siano grandi proteste per quelle escavazione significa che esse non sono molto impattanti sotto il profilo paesaggistico. Non bisogna dimenticare infatti che il vecchio selciato delle strade e dei marciapiedi spezzini (ma anche di Buenos Aires, San Pietroburgo o Savona) era fatto con pietra di Coregna o di Biassa, detta comunemente in tutto il mondo “pietra di Spezia”, ed era eterno. Oggi invece importiamo le lastre dalla Cina, e vediamo la differenza. Nondimeno sarebbe ora impensabile tornare ad estrarre dai nostri monti, quindi non ci resta che fare di necessità virtù.

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