Tutti al mare di Yyteri!

Baia

Io non so se la Direttiva Bolkestein sia cosa buona e giusta o se sia invece cattiva e nociva per i cittadini dell’Unione Europea. Come in genere accade un po’ in tutte le azioni umane, ci saranno sicuramente conseguenze positive e altre meno positive, se non addirittura dannose. Tuttavia, la pretesa di un’Europa che voglia imporre regole comuni a tutti su questioni che comuni non possono essere mi irrita non poco, perché non fa che togliere mattoncini al già traballante basamento che sorregge la stessa Unione.

La direttiva, presentata nel febbraio del 2004, prende il nome da un signore olandese, Frits Bolkestein, commissario per il mercato interno della Commissione europea presieduta da Romano Prodi, un atto che in questi giorni è tornato ad agitare un settore importantissimo della nostra economia qual è quello degli stabilimenti balneari.

Ribadito che non sono in grado di giudicare la bontà di tale provvedimento, osservo tuttavia che esso viene a imporre una normativa a un settore economico che per forza di cose, diciamo per condizioni create dalla natura, non può essere omologo a tutti i Paesi dell’Unione: possiamo onestamente sostenere che le problematiche delle spiagge della Scandinavia – o dell’Olanda, caro mister Frits – siano simili a quelle dell’Italia o della Spagna?

festeInfatti, tutti noi, persone di una certa età, ricordiamo benissimo i favolosi anni Sessanta, quando moltitudini di italiani caricavano all’inverosimile le loro Cinquecento per cercare di conquistare un posticino dove sistemare la sdraio e piantare l’ombrellone al sole delle spiagge di Yyteri o di Vaulen Badestrand, leggendari luoghi di baldoria estiva rinomati in tutto il mondo, dove i cineasti hanno ambientato moltissimi film, dove gli irriducibili latin lovers potevano finalmente dichiarare aperta la caccia alle bionde bellezze indigene, e dove i giovani vichinghi potevano darsi daffare per conquistare le bellezze latine salite fin lassù per godersi giustappunto quel mare, quel sole e quegli abbronzatissimi fustacci.

So bene che la Direttiva Bolkestein si occupa anche delle concessioni demaniali e della loro relativa durata, ma, per favore, lasciate perdere. Preoccupatevi dei salmoni, dei merluzzi o dei wolfish, e consentite a noi di pensare ai branzini, alle orate o alle triglie, e allo stesso modo voi curatevi delle vostre spiagge, che noi ci curiamo delle nostre.

Union jack

La Union Jack sventola sul Lido di Marco Buticchi

Io spero – ma lo spero soltanto perché, dicono, la speranza è l’ultima a morire – che voi burocrati di Bruxelles o di Strasburgo abbiate infine capito qualcosa della lezione della Brexit. Che abbiate capito che a tirare troppo la corda si rischia grosso; che abbiate capito il motivo per il quale Marco Buticchi ha voluto fare sventolare la Union flag sul suo stabilimento balneare, il Lido di Lerici.

In realtà non ci sarebbe stato motivo di arrivare a tanto. Sarebbe bastato che voi burocrati – ripeto – di Bruxelles aveste letto cosa scriveva più di un secolo e mezzo fa sulla Revue des deux mondes monsieur Charles-François-Marie comte de Rémusat (Parigi, 1797-Parigi, 1875), un filosofo che fece anche una discreta carriera politica: deputato dell’Alta Garonna, fu per sette mesi ministro dell’interno durante il regno di Luigi-Filippo I nel 1840, e, curiosamente, ministro degli esteri per soli sette giorni durante il governo Defaure II nel 1873.

Nel corso del solito tour del Bel Paese, nel 1857 vide anche Spezia – l’arsenale non c’era ancora – e appena tornato a casa scrisse sul giornale parigino:

«Nel frattempo, accingiamoci a godere dell’incomparabile vista di questo golfo. Non faccio fatica a ritenere che esso possa rivaleggiare con tutte le baie più celebri per il suo bel litorale, su un bel mare, sotto un bel cielo. Delle rovine di forti castelli, delle case di campagna, degli alti campanili di villaggi sparsi su questa fertile pianura interrompono la monotonia di una lussureggiante vegetazione, mentre imbarcazioni di ogni genere sostano sulla superficie di limpide acque. Io non ho mai capito, vedendo Biarritz, cosa le persone raffinate vadano a cercare fra le brume dei litorali della Manica, e sulla nostra riviera del nord, a sacrificare per il cielo quel che guadagnerebbero dal mare. E vedendo Spezia – concludeva il giornalista – bisogna scordarsi della stessa Biarritz; i comodi stabilimenti che si stanno realizzando su queste coste incantate sembrano destinati a riscuotere il favore di tutti i bagnanti che non amano per niente le onde dell’oceano»[1].

Capita l’antifona?

Insomma, voi occupatevi pure della vostra Biarritz, se ci tenete tanto, e lasciate che noi pensiamo alla nostra Spezia, alla nostra Viareggio, alla nostra Rimini: di spiagge, di sole, di mare, di estate, ne sappiamo sicuramente più di voi.

[1] Il testo di Charles-François-Marie de Rémusat è tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, La Spezia, 2011.

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