Meglio ricchi senz’anima?

berlusca

Mister Bee Taechaubol, finanziere tailandese, per oltre un anno ha fatto parlare di sé proponendosi quale ambasciatore di una cordata di altri misteriosi finanzieri interessati ad acquistare il 48 per cento del Milan versando alla Fininvest un corrispettivo di 480 milioni di euro. Ciò significa che il broker valutava un miliardo tondo il valore del brand Milan. Poi però Mister Bee è scomparso dal radar per ricomparire quando ormai l’affare pareva concluso con un’altra cordata di finanzieri cinesi, quella capeggiata da Mister Wu.

Mister Sonny Wu, facoltoso finanziere cinese, era il capofila di un gruppo di altri finanzieri disposti ad acquistare il 70-80 per cento del Milan (se non il 100X100) per un corrispettivo (debiti compresi) di 750 milioni di euro. Pareva che i due gruppi fossero lì lì per firmare il contratto preliminare scritto da interi battaglioni di avvocati di varie lingue, in vista del closing, dato per imminente: fine luglio, poi Ferragosto, poi settembre, quindi novembre, infine dopo Natale…

Insomma, visto com’era andata con Mister Bee, in presenza di un Mister Wu si poteva anche scherzarci su parlando di un déjà Wu.

E invece, ecco spuntare a sorpresa altri cinesi che in un colpo solo fanno fuori Mister B e Mister Wu. Si tratta di Li e Li. Il primo che fa Han e il secondo che fa Yongong, anche loro, ovviamente, tipi che maneggiano montagne di soldi.

Dunque, in questa complessa partita a scendere in campo sono stati solo finanzieri asiatici capofila evidentemente di altri finanzieri, tra cui un fondo finanziario del governo stesso dell’Impero rosso, non un magnate sul tipo dell’emiro del Qatar che ha comprato il Psg, o dell’imprenditore che trent’anni fa salvò il Milan dal fallimento e che rispondeva al nome di Silvio Berlusconi. Non c’è in sostanza un uomo ansioso di farsi osannare da milioni di tifosi e che finisca per amare così tanto quei colori da essere disposto a rischiare perfino un infarto pur di giocarsi una finale di Champions League.

No! A quanto sembra, anche della cordata che ha concluso l’affare fanno parte solo dei finanzieri che hanno fiutato il business e che probabilmente – ecco l’atroce sospetto – pensano di potere concludere un lucroso affare: prendere nel caso specifico una società famosa che però ora, dal punto di vista squisitamente tecnico, è messa piuttosto male, darle una bella spolverata, dare una lucidatina agli ottoni, rinforzarla con qualche buon innesto di modo che possa ottenere sul campo buoni risultati, quotarla poi alla Borsa di Hong Kong piuttosto che di Shanghai o di Singapore, e infine rivenderla mettendo insieme un ottimo guadagno, come del resto si è appena visto sull’altra sponda del Naviglio. Solo soldi, solo una speculazione, non amore, non passione, non sport, non sofferenza, non gioia. Solo, appunto, soldi. Tutto legittimo, per carità, ma non certo quello che serve per scaldare i cuori rossoneri.

Non a caso il proprietario e presidente della società, Silvio Berlusconi, che presumibilmente aveva capito tutto, era indeciso: non sapeva se vendere o tenersi il costoso giocattolo. Nel secondo caso, ai milioni di tifosi milanisti si sarebbe chiesto di pazientare, perché per un bel po’, dopo tanti anni di caviale e champagne, avrebbero dovuto accontentarsi di acqua minerale e mortadella. “Questione di cuore!” sospirava il Berlusca. Perché non credergli?

Forse però non era solo questione di cuore, ma anche di portafogli.

Ecco, io ho l’impressione che gli asiatici, da sempre famosi per la loro abilità nel fare buoni (per loro) affari, non abbiano fiutato il profumo dell’erba di San Siro bensì quello dei soldi, che non abbiano perso cioè troppo tempo a visitare il salone dei trofei, ma si siano dedicati all’analisi approfondita dei bilanci e della partita doppia.

Se fossi stato il presidente, davanti a tanti pretendenti io avrei fatto una prova. Al tavolo delle trattative di punto in bianco avrei chiesto loro chi era Dino Sani, oppure Attila il flagello di Brio, o lo sciagurato Egidio, o il Paron, o il Picinin, o lo Squalo, o il Cigno di Utrecht. Secondo voi, quanti avrebbero passato la prova?

Ecco perché speravo che all’ultimo momento Silvio, ascoltasse la voce del cuore e allestisse una squadra giovane, italiana, capace di divertire e che si facesse amare. E pazienza se avremmo dovuto stare per qualche anno senza trofei.

Meglio poveri ma belli che ricchi senz’anima (e con il futuro a rischio).

Invece…

2 pensieri su “Meglio ricchi senz’anima?

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