E nel golfo spuntò l’Aurora

auroraLeggo sulla stampa di stamani: “Il leggendario incrociatore Aurora è tornato a ormeggiarsi a San Pietroburgo. Dopo due anni di riparazioni e restauri costati circa 12 milioni di euro, la nave ha lasciato ieri sera i cantieri navali di Kronshtadt e, trainata da quattro rimorchiatori, ha solcato le acque del fiume Neva completamente illuminata, mentre migliaia di persone si accalcavano sulle banchine e ben tre ponti si sollevavano al suo passaggio”.

Vabbé, direte, ma che c’azzecca il vecchio incrociatore russo con Spezia? C’entra, come leggerete, se ne avrete voglia, nell’articolo seguente che parecchi anni or sono – non ricordo manco quando – scrissi sulla Nazione.

Di solito si chiama in causa il fato. “Si vede che era destino”, diciamo.

Beh, questa che vado a raccontare è la storia di due navi che pur avendo una nascita, una vita ed una morte che più diverse non avrebbero potuto essere, per un capriccio della sorte si sono ritrovate ad avere lo stesso nome – Aurora – e a percorrere una stessa rotta per raggiungere i medesimi punti separati da mari e oceani; punti che in comune tra loro non avevano proprio nulla: La Spezia e San Pietroburgo.

Scegliendo di procedere in senso cronologico, cominciamo da un umile veliero che mai e poi mai avrebbe potuto sperare di finire sotto i riflettori della cronaca.

Dunque, siamo a Marola nella prima metà dell’800. Il paese, non ancora espropriato del suo mare dal signor Camillo Benso conte di Cavour, sta attraversando un momento di prosperità proprio in virtù dei traffici marittimi gestiti con una flottiglia niente male: undici bastimenti fra golette e schooner (velieri a tre alberi simile alle golette) che lavorano parecchio nel trasporto del marmo estratto dalle cave del Carrarese e della Versilia e delle pietre scavate dai monti di Biassa. Con le loro barche i marolini vanno ovunque caricando merci e marmi all’Avenza, a Cadimare, alle Grazie, alla Palmaria, a San Vito, a Seravezza, perfino alla foce del Lagora; e da qui portano la loro mercanzia un po’ in tutto il Mediterraneo, a Genova come a Napoli, a Marsiglia come a Palermo, a Cagliari come a Valencia, ma vanno anche più in là, tanto che con le pietre di Coregna sono lastricati parecchi marciapiedi di Buenos Aires.

I marolini, insomma, non si fanno di certo spaventare dalla distanza: se c’è da lavorare, corrono anche in capo al mondo. Ed è così che nel 1841 uno schooner, battezzato Aurora salpa con un carico di marmo per un lungo, lunghissimo viaggio. Lo schooner, detto anche scuna o scuner, era un veliero robusto e veloce, in grado dunque di affrontare lunghi viaggi.

Ebbene, l’Aurora parte mettendosi in rotta per Gibilterra, quindi risale l’Atlantico, supera la Manica, doppia il capo della Danimarca, attraversa lo stretto fra Helsingoe (Danimarca) e Helsingborg (Svezia), si fa tutto il mar Baltico e infine, infilatosi nel golfo di Finlandia e risalito un breve tratto del fiume Neva, raggiunge la sua meta: San Pietroburgo, appunto. Chissà a chi era destinato tutto quel marmo! Pare a un facoltoso commerciante la cui identità è rimasta però ignota.

All’epoca dalle nostre parti ben pochi conoscevano l’esistenza della città del Baltico, città che invece quasi un secolo più tardi diventerà famosa con un nuovo nome: Leningrado.

Ma si chiamava ancora San Pietroburgo allorché divenne popolare pure tra gli spezzini meno eruditi perché, quasi a ricambiare la visita dello schooner marolino, arrivò nel golfo l’orgoglio della marina da guerra zarista.

Era il 1904 quando all’imboccatura del golfo comparve la massiccia sagoma di un incrociatore, un bestione lungo 127 metri e con una stazza di 6.731 tonnellate. Si chiamava anch’esso Aurora e veniva, guarda un po’ la combinazione, proprio da San Pietroburgo. In città i marinai venuti dal freddo furono accolti con grandi onori, ricevimenti al circolo ufficiali e scambi di visite. Poi i saluti, baci e abbracci, gli arrivederci a presto. E invece doveva trascorrere quasi un secolo prima di rivedere navi russe nel golfo.

L’incrociatore Aurora vive ancora. Oggi è una vecchia gloria, ormeggiato a una banchina del fiume Neva dove ogni turista che capita lì per la visita all’Ermitage non perde l’occasione per fotografarlo come una star. Perché ha fatto la storia: furono infatti suoi i cannoni che nell’ottobre del 1917 spararono contro il Palazzo d’inverno di San Pietroburgo dando il via alla rivoluzione bolscevica.

2 pensieri su “E nel golfo spuntò l’Aurora

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