Chi ha paura del terremoto?

terremoto

Due scossette (la prima in realtà non fu proprio una “scossetta”) in quindici giorni, l’una il 27 giugno e l’altra ieri alle 12,26, magnitudo 2,7 con epicentro la provincia della Spezia, verosimilmente Santo Stefano Magra, come il sisma precedente, hanno riportato un po’ di inquietudine fra gli spezzini, non certo abituati ai sobbalzi del suolo. È così tornata di attualità nei preoccupati conversari della gente l’immancabile domanda: ma Spezia, è zona sismica o no?

Inutile negare la realtà: il ripetersi di fenomeni tellurici, anche se soltanto quali rimbombi di devastanti sismi lontani (ma nemmeno tanto), sta suscitando non poca angoscia pure di qua dall’Appennino.

Allora, per non perdere tempo, sono andato ripescare quanto scrivevo per la Gazzetta della Spezia il 30 giugno 2013, dopo il sisma che devastò l’Emilia, partendo dalla domanda fatidica di cui sopra: ma Spezia, è zona sismica o no?

Ecco allora cosa scrivevo tre anni fa.

La risposta è: no, Spezia non è zona sismica. Essa è classificata con un bel 3A, il che la qualifica come “zona con pericolosità sismica bassa, che può essere soggetta a scuotimenti modesti”. Quindi calmi e tranquilli.

Ciò chiarito, va però anche aggiunto che quanto sta succedendo da qualche tempo a questa parte non è usuale. Non era infatti mai accaduto, in passato, di ritrovarsi per ben tre volte nel giro di pochi mesi con il cuore in gola a scappare in strada, o a cercare spaventati un muro maestro a ridosso del quale rifugiarsi, in casa o in ufficio. E, per di più, per tre terremoti in tre diverse località.

Difficile, poi, togliersi dalla testa la “botta” del 27 gennaio scorso, quel violento scuotersi della terra che tenne tutti con il fiato sospeso per molti, interminabili secondi. Scuotimento inatteso, perché il terremoto è vigliacco, ti prende di sorpresa e non sai mai com’è, se un leggero tremolio o uno scossone da paura, se finisce subito o se dura un’eternità.

La storia, lo vedremo più avanti, smentisce la leggenda di un golfo e di una città, la Spezia, terre felici, indenni da eventi sismici: di quegli “scuotimenti modesti” ce ne sono stati infatti parecchi nel corso degli anni, e un paio di essi ebbero addirittura l’epicentro nelle colline di Gaggiola, a tre passi dal centro storico.

Ma è anche da dire – e magari può servire per esorcizzare la paura – che a memoria d’uomo nel golfo non si è mai verificato un terremoto tale da lasciare nei libri di storia o nelle collezioni dei giornali tracce di devastazioni di dolore o, peggio, di morte.

Diverso il discorso per le zone vicine, perché sappiamo tutti benissimo che la Lunigiana, la Garfagnana e l’Appenninio emiliano sono terre altamente sismiche per cui un brusco movimento in quelle profondità viene senz’altro avvertito in maniera più o meno forte anche qua. Ecco, Spezia non è zona sismica, purtuttavia balla abbastanza di frequente per cataclismi che hanno origine nel sottosuolo della Garfagnana, della Lunigiana, del Parmense, del ponente ligure, e naturalmente per quelli disastrosi, tipo l’Irpinia, l’Umbria e il Friuli, o l’Emilia.

Il primo devastò Luni

Il primo terremoto del quale ci sia stato tramandato il ricordo avvenne nella seconda metà del quarto secolo dopo Cristo, e a farne le spese fu Luni – all’epoca bella e grande città romana – che subì gravi distruzioni. I lunensi faticarono a riprendersi, e molte case e alcuni templi non furono più ricostruiti. Per trovare fra le Apuane e il Bracco un altro evento simile occorre fare un salto di mille anni; non perché in quei dieci secoli di silenzio non sia accaduto nulla, ma soltanto perché non se ne trova traccia nei pochi documenti giunti intatti ai giorni nostri.

Lunigiana, un tragico destino

È nel 1481, undici anni prima della scoperta dell’America, tanto per dare il senso del tempo che scorre, che la Lunigiana sale alla ribalta della cronaca per questi crudeli sobbalzi della terra: l’epicentro del sisma è Fivizzano, feudo della Repubblica Fiorentina. In una relazione il capitano Bartolomeo Pucci parla di notevoli danni. Le cronache datano al 7 maggio di quell’anno un “terremoto disastroso a Comano e Fivizzano e intorno al Golfo della Spezia”, di magnitudo Mercalli 5.8.

Il 9 giugno del 1545 un altro fortissimo movimento tellurico con epicentro a Borgo Val di Taro seminò il panico nelle regioni circostanti. Secoli dopo i vulcanologi supposero che avesse raggiunto l’ottavo grado della Mercalli.

Del settimo grado della medesima scala fu giudicato a posteriori (Mercalli ideò il suo sistema di misurazione della magnitudo nel finire dell’800) il sisma che l’8 giugno del 1641 colpì Pontremoli, con forte replica due giorni dopo. Dalle Memorie pontremolesi apprendiamo che “Nei giorni 8, 9 e 10 giugno 1641 la Lunigiana fu scossa da gravissimi terremoti con danno di molti edifici”. E il sussulto fu avvertito chiaramente anche nel golfo. Così come provocarono angoscia quelli del 23 luglio 1746 con epicentro a Barga, e del 21 gennaio 1767 ancora a Fivizzano, entrambi poi giudicati anch’essi dell’ottavo grado Mercalli.

Onda anomala investe Spezia

Un curioso episodio, originato probabilmente da un terremoto che aveva scosso la platea marina qualche miglio a largo della costa spezzina, avvenne il 4 luglio del 1809. Era una mattinata molto brutta, con il cielo tempestoso, carico di nuvole; era piovuto forte ininterrottamente dalle 5 alle sette e mezzo, poi era scesa una inquietante calma. Le poche persone, forse pescatori, che si trovavano sulla riva davanti alle mura della città – la spiaggia era grossomodo dov’è oggi Viale Italia – raccontarono poi che il mare era piatto, non c’era un alito di brezza che l’increspasse. E d’improvviso, attorno alle 8, il mare prima si ritirò lasciando per qualche metro allo scoperto il fondale, poi il livello si alzò rapidamente di almeno un metro e di formarono rombanti marosi. E ciò sospinse con violenza indietro le acque del canale che attraversava la città lungo la direttrice dell’odierno Corso Cavour. Sotto la pressione dell’onda l’acqua risalì tumultuosa il canale crescendo di livello, tanto da mettere in fuga alcuni commercianti che chiacchieravano sulla riva, e a traboccare infine nella Piazza di Corte (piazza Beverini) allagando il quartiere della Cittadella. Il fenomeno durò una ventina di minuti, mentre il livello marino alterato da quelle onde anomale andava pian piano normalizzandosi.

«Il primo flusso – scrisse il Journal de l’Empire (Spezia faceva parte dell’Impero napoleonico) – fu seguito da quattro o cinque altri, che si son fatti sentire, perdendo però gradatamente di forza, sino alle undici e mezzo».

A parte la gran paura, quella fu una manna dal cielo per la gente del golfo perché i cavalloni avevano trascinato sulle spiagge migliaia di grossi pesci che lì rimasero a vanamente dibattersi dopo il riflusso delle acque. Quel giorno tutti gli abitanti dei paesi del golfo mangiarono pesce a sazietà.

Il giornale e gli studiosi che si occuparono del caso, come l’idrografo inglese John Purdy o l’italo-svedese Scipion Breislak, membro di numerose Accademie reali, furono concordi nel ritenere che quell’eccezionale serie di onde anomali erano state causate da un sisma sottomarino verificatosi poco lontano dalla costa. (Notizie tratte da Ottocento di Gino Ragnetti, pagg.71-73, Accademia Capellini, La Spezia, 2011)

Un’altra forte scossa di terremoto avvenne ai primi di aprile del 1814, come ci racconta il tenente colonnello Archibald Maxwell Montgomery, comandante del 36° reggimento di fanteria inglese che aveva appena occupato la provincia della Spezia dopo la cacciata dei francesi. Stava dormendo in un albergo di Sarzana, e come tutti gli abitanti fu destato di soprassalto.

Una giornata di paura la vissero i liguri, spezzini compresi, l’8 gennaio del 1819 quando un violentissimo movimento tellurico colpì Genova e il Ponente con esiti disastrosi per Porto Maurizio e San Remo.

Byron dorme, e la gente scappa dalle case

Di un altro forte scossone che sparse il panico sulle rive del golfo ci dà conto un personaggio celebre: Leigh Hunt, editore londinese, amico di Byron e Shelley. Quest’ultimo era morto annegato da neanche tre mesi, e Hunt, sua moglie, Byron e alcuni amici, avevano dato l’addio a Livorno per trasferirsi a Genova. La comitiva, chi via terra, chi per mare, arrivò a Lerici la sera del 29 settembre 1822 e lì Byron cadde malato, il che lo costrinse a starsene rinchiuso per quattro giorni in una modesta locanda, assistito da un giovane ma bravo medico. Naturalmente Hunt e gli amici non lo abbandonarono, e già che c’erano colsero l’occasione per fare un salto a San Terenzo per dare un’occhiata a Villa Magni dalla quale ai primi di luglio lo sventurato Shelley era partito per il fatale viaggio senza ritorno. Fu appunto in una di quelle mattine che la terra sobbalzò con violenza.

«Fu lo choc più forte mai provato in Italia – raccontò Hunt –. Mi destai all’alba con una strana inquietudine dentro, e subito dopo ci fu il terremoto. Fu così forte da fare oscillare i quadri appesi alle pareti, e durò tanto da dare l’impressione del rollìo di una carrozza. Corsi alla finestra. La gente s’era precipitata in strada radunandosi sulla spiaggia; e udii nell’aria tersa del mattino rincorrersi ripetuta dall’uno all’altro la parola “terremoto”. Nei successivi dieci e più minuti vissi una sensazione di autentica angoscia. Mi aspettavo una nuova scossa, peggiore della prima. Tuttavia non ne avemmo altre. A maggior ragione ci congratulammo poco dopo con noi stessi allorché scoprimmo l’esistenza di una torre su una roccia proprio sopra le nostre teste, la quale avrebbe potuto venire giù senza tante cerimonie sulla nostra locanda. Qualcuno ci disse poi, se non ricordo male, che da quelle parti della costa italiana si verificava un terremoto all’incirca ogni cinque anni». (Tratto da Ottocento di Gino Ragnetti, pag. 147).

Anche Byron in una lettera accennò al sisma, ma solo per dire che quella mattina era così stordito dalla malattia che neanche se ne accorse.

Nel XIX secolo la terra si agitò parecchio nei dintorni allarmando sovente anche gli spezzini: il 14 febbraio del 1834 toccò a Pontremoli (ottavo grado) con una forte scossa ondulatoria, preceduta da uno spaventoso rombo, che causò il crollo di tutti i camini e di una scuola, e che danneggiò sensibilmente il convento, la fortezza, l’ospedale, la chiesa e molte case; l’11 aprile 1837 a Minucciano (5.6°), e il 12 giugno 1855 ‒ annotarono gli annalisti ‒ ci fu un “terremoto forte alla Spezia”. E il 16 marzo 1861 fu la volta di Varese Ligure: la mezzanotte era passata da trenta minuti quando un terremoto di 4.8 gradi buttò giù dal letto tutti gli abitanti che fuggirono in strada.

Spezia l’epicentro, 6.2 Richter

All’inizio di questo racconto abbiamo detto che Spezia non è zona sismica, tuttavia alcuni episodi avvenuti nell’800 potrebbero farci ricredere: gli almanacchi riportano infatti la notizia che il 6 dicembre del 1875 si verificò un terremoto che ebbe come epicentro proprio la provincia della Spezia. Fu un sommovimento fortissimo, avendo raggiunto una magnitudo del 6.2 Richter (il primo di Finale Emilia non superò i 6), che fu avvertito chiaramente da Genova a Livorno. Le scarne notizie pervenute fino a noi, tramandateci dagli archivi del Corriere della sera, parlano di “qualche edificio danneggiato a Spezia”, ma per fortuna non ci furono vittime. Purtroppo gli ebdomadari locali di quel tempo sono andati perduti per cui non è possibile avere un’idea più precisa sulle conseguenze del sisma. È da dire nondimeno che nei giornali degli anni successivi non si trovano rievocazioni né semplici tracce di quell’evento.

In ogni caso, non fu certamente l’unico sisma ad avere avuto come epicentro il golfo. Carlo Caselli ci racconta per esempio che “il 31 luglio del 1860 si ebbe un terremoto locale con forte scossa sussultoria, ed un secondo, con uguale intensità, il 1° maggio del 18754. Nel giorno 21 giugno del 1890, alle ore 14,14 si avvertì un terremoto sensibilissimo e con probabile epicentro nelle colline di Gaggiola. Altre due scosse furono avvertite nei giorni 18 e 19 agosto dello stesso anno; la prima registrata alle 2,42, sensibilissima a San Venerio; la seconda con epicentro di nuovo a Gaggiola”. (Carlo Caselli, Spezia e il suo golfo, pag. 11, Officina Arti Grafiche, La Spezia, 1914)

 Catastrofe nel ponente, terrore nel golfo

«Alle 5,21 del 23 febbraio 1887, mercoledì delle ceneri, la Liguria occidentale fu scossa da quello che risultò essere, e lo è tutt’oggi, il più grave terremoto storico che abbia mai interessato la regione. Il sisma fu chiaramente avvertito da Cannes a Spezia, ma fu nel ponente che si registrarono i danni di maggiore rilievo. Il paese di Bussana fu raso al suolo e la popolazione dovette abbandonare in massa la zona, trasferita d’autorità in un villaggio costruito in fretta e furia poco distante che prese il nome di Bussana Nuova. Alla prima scossa, durata dieci secondi, ne seguirono in rapida successione altre due causando ancora devastazioni e morte. Migliaia furono le vittime a Bussana, Diano, Baiardo, Oneglia e nei vari centri sparsi tra la riviera e le montagne. Molta paura, ma per buona sorte nessun danno rilevante, anche nello Spezzino. Passato lo spavento e appreso quant’era accaduto, subito si mise in moto la macchina dei soccorsi, e il Comune della Spezia aprì una pubblica sottoscrizione stanziando mille lire; analogamente fecero molti privati e imprese, mentre associazioni varie raccolsero generi di prima necessità, indumenti e coperte. Generose offerte arrivarono dai turisti stranieri ospiti degli alberghi cittadini». (Testo tratto da Ottocento di Gino Ragnetti, pagg. 706-797)

Secondo la testimonianza di tale signor Tamburini alla Spezia la scossa ebbe la spaventosa durata di 40 secondi. I sismologi decretarono una magnitudo del 6.29 Richter.

1920, Fivizzano non esiste più

C’erano stati alcuni segnali, una serie di piccole scosse, la più forte delle quali, sesto Mercalli, alle 14,05 del giorno precedente. Nessuno lo poteva sapere, ma era il preludio della catastrofe.

Alle 7,55 del 7 settembre 1920 un distruttivo sisma devastò infatti la Lunigiana e la Garfagnana e seminò il terrore fra gli abitanti delle province di Lucca, Massa Carrara, Modena, Parma, Pisa, Pistoia, Reggio Emilia e La Spezia, propagandosi però su un’area molto più vasta, che andava dalla Costa Azzurra al Friuli, a tutta la Toscana, all’Umbria, alla Marca alta, Urbino, Carpegna, Pennabilli, San Leo….

Di magnitudo 6.4 sulla scala Richter, con danni riconducibili al decimo grado della scala Mercalli, il terremoto causò 300 morti e centinaia di feriti. Distrutti numerosi paesi, crollate un’infinità di case. Riportavano le fonti dell’epoca: «Fivizzano non esiste più. Contro Fivizzano località bella e ridente, la brutale forza della natura scagliò colpi furibondi. Non rimase più alcuna casa abitabile e quelle pochissime che restarono in piedi, al di sopra di spessi cumuli di macerie, grazie a un vero e proprio miracolo, riportarono lacerazioni e squarci talmente profondi che alla scossa successiva, nonostante leggerissima quanto a intensità, rovinarono al suolo definitivamente. Tutta la popolazione rimase all’addiaccio, accampata in tende di fortuna».

Da allora quell’episodio è punto di riferimento come scenario dell’evento massimo atteso. I villaggi di Vigneta e Villa Collemandina furono distrutti quasi completamente, e oltre trenta paesi (fra cui Fivizzano e Piazza al Serchio) subirono crolli estesi di gran parte del patrimonio edilizio. Danni ai fabbricati furono riscontrati in un’area molto vasta, dalla Riviera Ligure di levante alla Versilia, nelle zone del Parmense, del Modenese, del Pistoiese e nella provincia di Pisa.

Le vittime avrebbero potuto essere molte di più se la forte scossa del giorno precedente non avesse consigliato a migliaia di persone di trascorrere la notte all’aperto. A evitare l’ecatombe fu dunque la paura.

Nei cataloghi sismici figurano poi numerosi altri eventi: l’11 aprile 1955 a Sarzana (magnitudo 4.63); il 26 gennaio 1959 a Santo Stefano d’Aveto (4.63); il 3 agosto 1961 a Casola Lunigiana (4.83); il 3 maggio 1970 a Traversetolo (4.8); e due giorni dopo a Pavullo nel Frignano (4.83); e nella notte del 5 luglio del ’71 a Parma (5,6). Tutte scosse che gettarono in apprensione anche gli spezzini, i sarzanesi, i lericini…

Che botta! Lesionato il Teatro Civico

Una serata che gli spezzini ricordarono a lungo (e molti ricordano ancora oggi) fu quella del 25 ottobre 1972. La magnitudo non fu altissima – 4.9 – ma probabilmente il movimento tellurico avvenne a una bassa profondità nelle viscere della terra per cui l’effetto fu terribile. Tanto più che l’epicentro era vicinissimo: Ortonovo.

Erano le 21,56 quando un boato subito seguito da un violento sobbalzo del suolo accompagnato all’espandersi nell’aria di un forte puzzo di zolfo scatenarono il panico fra la popolazione del golfo. Lì per lì si pensò a un qualche incidente capitato alla centrale Enel, ma pochi istanti dopo fu chiaro che si trattava di un terremoto. E la gente scappò dalle case riversandosi negli spazi all’aperto, mentre si formavano colonne di auto di intere famiglie che fuggivano dalla città. Piazza Europa si riempì di centinaia di persone spaventate. Non immaginavano quale pericolo stessero correndo. Come avvertì poco dopo il prefetto, c’era infatti il rischio che il gigantesco serbatoio dell’acqua potabile che si trovava sul colle dei Cappuccini, nella zona retrostante la cattedrale di Cristo re (che allora non esisteva), si crepasse rovesciando sulla folla radunata lì sotto un’enorme massa d’acqua che tutto avrebbe travolto, uomini e cose. L’epicentro del sisma fu individuato appunto nella zona di Ortonovo. Per fortuna non ci furono vittime; furono segnalati solamente tanto spavento e crolli di cornicioni, pezzi di intonaci e vecchi muri. Ma il sisma una vittima illustre comunque la fece: il Teatro Civico, risultato lesionato in modo serio, fu chiuso e tale rimase per diverso tempo.

Superfluo dire che anche gli spezzini avvertirono, eccome!, i contraccolpi di alcuni dei più disastrosi terremoti che hanno funestato nel tempo questo bellissimo e sfortunato Paese: il 6 maggio 1976 in Friuli, il 30 novembre 1980 in Irpinia e Basiliicata; il 26 settembre 1997 in Umbria e l’anno seguente anche nelle Marche. E in mezzo altre scosse locali come quella del 23 gennaio 1985 a Gragnagnella di Castelnuovo Garfagnana; o quella delle 7,53 del 10 ottobre 1995 con epicentro a Carrarara. Fu avvertita molto forte a Spezia e provincia e in tutto il levante ligure, in Garfagnana, in Lunigiana, in Toscana fino a Firenze e in parte della Pianura Padana, sino in Lombardia. Si ebbero alcuni feriti, diverse abitazioni lesionate, caduta di calcinacci, edifici pubblici evacuati. Gravi danni all’antico Politeama di Carrara.

E ancora: 14 febbraio 2002 con epicentro fra le province della Spezia e di Genova (4.9 Richter, 7-8 Mercalli).

E così passo dopo passo arriviamo a oggi, infausto anno 2012.

 Quel pomeriggio di un giorno da cani          

È cronaca d’oggi cominciata alle 15,53 di venerdì 27 gennaio 2012q uando la terra tremò in tutto il nord Italia per due scosse ravvicinate per un tempo che pareva infinito. I sismografi segnarono una magnitudo 5.4 con epicentro tra le province di Parma e La Spezia, e più precisamente a Borgo Val di Taro, a una profondità di circa 60 chilometri. La terra tremò a lungo, i muri scricchiolarono… la paura fu tanta. E probabilmente fu l’annuncio della catastrofe odierna.

Perché, oggi, eccoci a Finale Emilia, a San Felice sul Panaro, a Mirandola, a Medolla, a Cavezzo, a Camposanto… tutti paesi fino all’altro giorno sconosciuti alla stragrande maggioranza degli italiani e che oggidì sono invece lì, in ginocchio, crudelmente feriti, ma decisi a rialzarsi. E lì, al loro fianco, ci sono i nostri meravigliosi uomini del Corpo dei vigili del fuoco, delle forze dell’ordine, delle associazioni del volontariato, della protezione civile, subito partiti da ogni angolo della provincia per dare una mano. Per dire a quella povera gente: “Non siete soli, siamo con voi”.

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