Arriva il re, città in festa

Festeggiamenti VE II

Credo che questa sia una new entry – io almeno non l’avevo mai vista – nel panorama della documentazione storica riferita a Spezia: si tratta di festeggiamenti organizzati al Comune per accogliere re Vittorio Emanuele II in visita al golfo. Osservando l’immagine, la domanda che di primo acchito viene da porsi è: ma era il re d’Italia o il re di Sardegna quello che metteva piede sul ponte di sbarco? Il quesito potrebbe essere interessante e anche divertente perché, in ogni caso, si tratterebbe di una prima assoluta. Infatti come sappiamo il sovrano venne a Spezia nell’estate del 1853 per restare qualche giorno con la famiglia, venuta qui per  bagnature, e vi tornò nella primavera di dieci anni dopo per dare un’occhiata ai cantieri dell’arsenale la cui costruzione era appena iniziata, e per recarsi poi a Sarzana dove doveva inaugurare il tronco ferroviario che da Pisa arrivava alla cittadina posta al limitare della Liguria. Dunque, nella prima circostanza era ancora re dei Sardegna, mentre nella seconda era già, seppure da poco tempo, re d’Italia.

Di per sé la stampa non ci aiuta granché, anzitutto perché un disegno non ha l’attendibilità della fotografia lasciando al libero arbitrio dell’artista il compito di collocare nel quadro d’insieme certi particolari. Per esempio, la distanza tra il ponte di sbarco e l’albergo Croce di Malta sembra piuttosto esigua rispetto alla realtà. Questo naturalmente a patto che quello sul quale scese dalla barca il re fosse davvero il ponte di sbarco e non una struttura fatta costruire appositamente dal Comune per l’occasione.

Vediamo allora un po’ di cronaca delle due auguste visite.

La dolce vita del ’53

La famiglia reale sarebbe arrivata a Spezia con la pirofregata Governolo la sera del 5 luglio (concordano Giulio Poggi e Gabriella Chioma mentre Aldo Landi dice il 2) andando a occupare tutte le stanze dell’Hotel Croce di Malta da poco ristrutturato e aperto in luogo dell’Hotel Golfo della Spezia, alla marina.

Chissà che andirivieni di barche, di facchini, di servitori, di carri e di carrozze per portare prima a terra dal Governolo e poi dal ponte di sbarco all’albergo gli augusti ospiti e i loro bagagli. D’altronde la regina possedeva un guardaroba con 2.284 abiti o accessori; quanto del vestiario estivo si sarà portata dietro per lei e per i bambini? e quanto la regina-madre? e quanto gli ufficiali del seguito, le dame di compagnia, i cavalieri, i famigli e la servitù? Quell’albergo forse bastava a malapena!

L’arrivo della compagine reale mandò in fibrillazione non soltanto gli amministratori e le autorità locali, ma pure l’intera popolazione – dalle famiglie bene a quelle contadine – che l’accolse con grandi testimonianze di devozione rallegrandone il soggiorno con musiche e luminarie.

Un paio di mesi dopo, alla fine della festa, fatti un po’ di conti si scoprì però che fra il benvenuto e le altre iniziative ludiche il Comune aveva speso la bellezza di sedicimila lire. Per fare un piccolo raffronto, nel ’56 con un monte dell’attivo di 55mila lire, il bilancio municipale accusava un disavanzo di diciottomila lire, una somma ragguardevole.

Oltre alla trentunenne sovrana, l’arciduchessa Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena, al Croce di Malta c’erano la regina-madre Maria Teresa d’Asburgo-Toscana, vedova di Re Carlo Alberto, i principini Maria Clotilde (dieci anni), Umberto (principe di Piemonte, nove), Amedeo (duca d’Aosta, otto), Oddone (duca di Monferrato, sette), e Maria Pia (sei). Non è dato sapere se c’era anche, o se era rimasto a casa, il più piccolo della nidiata, Carlo Alberto duca di Chiablese, che aveva solo due anni e che sarebbe morto l’anno seguente. Nel luglio del ’52 la coppia reale aveva perduto un altro figlio, Vittorio Emanuele, nato e subito defunto.

Attorno al 20 di luglio, dice Giulio Poggi, arrivò anche il Re per una visita, e colse l’occasione per andare a divertirsi con lunghe battute di caccia sulla Castellana, alla Foce e a Panigaglia.

La mattina del 28 luglio la famiglia reale assistette con l’intera corte e la notabilità spezzina a una messa di suffragio in memoria di Carlo Alberto celebrata solennemente nel duomo, dopo di che il Re e i principini Umberto e Amedeo salirono sul Governolo per recarsi alla Maddalena dov’era in programma una battuta di caccia. Il Governolo, una pirofregata di secondo rango a due ruote da 2.243 tonnellate armata con dieci pezzi da 108, trentadue da 72, e da due cannoncini, muoveva agli ordini del conte Carlo Pellion di Persano, allora capitano di vascello, considerato nell’ambiente abile ma spericolato marinaio. Pregi e difetti che palesò appieno allorché giunta alle 8,30 del 29 «dove serra la punta di N.E. dell’Isola Santa Maria» la nave finì contro una roccia sommersa, peraltro non segnalata nelle carte nautiche, «riportando una falla che appena si poté superare coll’azione d’ogni tromba di bordo», si legge nei resoconti dell’udienza del Consiglio di guerra marittimo superiore al giudizio del quale un mese dopo il fattaccio il Persano fu sottoposto.

Re Vittorio non rinunciò comunque alla sua battuta di caccia, dopo di che, abbandonato alla sua sorte l’inservibile Governolo (fu riparato e tornò a navigare), salì sulla pirocorvetta Tripoli, che incrociava in zona, e con quella tornò a Spezia da dove ripartì quasi subito per Torino.

Quei manovali sudati, sporchi, sfiniti

La seconda visita a Spezia re Vittorio Emanuele II la fece come dicevo nella primavera del ’63, dieci anni dopo.

Per risparmiare tempo prelevo pari pari dal mio Ottocento il racconto di quell’evento: «Alle 2 della notte del 9 Vittorio Emanuele II accompagnato dal principe di Carignano, Eugenio Emanuele di Savoia, e da tre ministri lasciò Torino diretto a Genova dove arrivò alle 6. Senza incontrare nessuno, se non le autorità accorse a omaggiarlo, tra cui il sindaco Francesco Castagnola s’imbarcò sulla Maria Adelaide scendendo a Spezia. Qui compì una rapida visita al cantiere del costruendo arsenale ma evidentemente non era stato informato sulle insopportabili condizioni in cui erano ridotti a vivere i lavoratori.

Difatti, mentre gli alti ufficiali lo accompagnavano in giro per il cantiere, senza farsene accorgere si soffermò a mirare, non visto, alcuni manovali che, sudati, sporchi, sfiniti dal durissimo lavoro, avevano cercato un po’ di riposo sdraiandosi su un cumulo di carbone. Tenendosi a una certa distanza, il sovrano li osservò pensoso, forse riflettendo sulle inumane fatiche cui erano sottoposti uomini che in fondo lavoravano per lui. Né sapeva, è da ritenere, in quali condizioni inumane vivesse la grande maggioranza di quella gente, una volta terminata la giornata.

Finita la visita, Vittorio salì sulla corriera postale e giunto a Sarzana si fermò per inaugurare il tronco ferroviario che finalmente collegava l’estremo lembo di levante della Liguria a Pisa, quindi ripartì arrivando alle 16 Massa dove montò sul treno per Firenze: andava a rassicurare i fiorentini, rabbuiati per il fatto che la loro città, già capitale del Granducato, con l’Unità d’Italia era diventata dipendente da Torino».

Ebbene, a quale delle due occasioni si riferisce quell’immagine? Dallo svolgimento dei fatti  e dalla pomposità della rappresentazione si direbbe la prima, quella del ’53. E invece è… buona la seconda.

La stampa è tratta infatti da un libro pubblicato a Parigi nell’ottobre del 1863, nel quale si raccontano le vicende salienti del mondo nel periodo gennaio-giugno di quell’anno.

Nel fare la cronaca di tale evento il corrispondente, monsieur Castelmans, che assistette ai festeggiamenti tributati al sovrano dalla Municipalità, non poté non rilevare, tra le altre cose, la presenza fra gli astanti di numerosi monaci francescani e cappuccini, chiedendosi se per caso quello non era un preannuncio di un ritorno del clero, mentre del tutto assente era il corpo consolare, che non era stato invitato.

Come si vede, anche all’epoca le polemiche non mancavano.

 

 

 

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