Val di Vara, morte di un eroe

Petilio celti

Pensate un po’ se in Val di Vara un presidente americano, mettiamo il leggendario generale Ike Dwight Eisenhower, capo supremo delle forze armate Usa, fosse caduto in battaglia mentre alla testa dei suoi uomini conduceva un assalto a una roccaforte nemica alle pendici del monte Gottero. Spezia sarebbe entrata di diritto in tutti i libri di storia da qui all’eternità. Qualcosa del genere avvenne esattamente 2.191 anni or sono – il 176 avanti Cristo – ma la storia è oggi totalmente ignorata.

Quella volta a rimetterci la pelle fu un console, uno dei due comandanti in capo degli eserciti della repubblica di Roma ancora impegnata nelle sue consuete operazioni di pulizia etnica in quella che oggi chiamiamo la Lunigiana storica, cioè la terra compresa fra la Versilia e il Bracco, e fra l’Appennino e il mare. A quel tempo erano appunto due – due consoli eletti ogni anno d’autunno per l’anno successivo – i generalissimi delle forze armate dell’Urbe, e di solito il Senato li spediva in due diversi teatri di guerra, lontani tra loro, perché non nascessero insane gelosie, ma da un po’ di anni, avendo capito che fare i prepotenti con i Liguri, e soprattutto con gli Apuani, non era tanto salutare, i Padri avevano deciso di impegnarli entrambi in Liguria. A dire il vero, ormai una simile misura prudenziale non era più tanto necessaria, perché quattro anni prima (180 a.C.) il popolo apuano era stato sconfitto e deportato nel Sannio, il che aveva consentito (177 a.C.) di insediare nei pressi del Magra, in riva sinistra, la colonia di Luna, da noi conosciuta oggi come Luni. In teoria, sull’intera regione doveva insomma essere scesa la pace dei cimiteri, ma non era così. Perché sulle montagne rimuginavano vendetta, tremenda vendetta, i sopravvissuti alle mattanze quirite: bande di Boii (grande tribù gallica che viveva in Emilia), di Friniati (fratelli di sangue degli Apuani stanziati nel versante reggiano-modenese dell’Appennino) e degli stessi Apuani scampati alla deportazione.

Fu così, in questo ambiente, che maturò la Grande Tragedia Romana. Accadde fra le selvagge montagne dell’alta valle del Vara. Sulle vette la vita dei pochi reduci usciti salvi dalle battaglie con i romani si svolgeva come sempre, fra le gravi privazioni imposte da un ambiente ostile, le dure fatiche quotidiane e la paura di vedere ancora una volta comparire nel fondovalle i vessilli delle legioni. Ma un bel giorno i Liguri sfuggiti ai rastrellamenti del console Gaio Claudio Pulcro scoprono, non senza sorpresa, che qualcosa è cambiato: i Romani… se ne sono andati.

Si viene così a sapere che il divino Claudio era partito alla volta dell’Urbe assieme alle sue armate per godersi il meritato trionfo (alla fastosa cerimonia potevano partecipare anche tutti i soldati del generale vincitore) mentre a Pisa Tiberio Sempronio Gracco, giudicando ormai cessato il pericolo, dopo la battaglia dello Scultenna (tratto iniziale dell’odierno Panaro) aveva congedato i suoi legionari. In pratica, l’intera regione era sguarnita. In tutto segreto la notizia corre di valle in valle, i Friniati, divenuti dopo la deportazione degli Apuani la tribù più forte e numerosa della confederazione ligure, si procurano svelti le armi necessarie, mettono insieme un esercito arruolando anche numerosi resistenti Celti rifugiatisi sulle montagne dopo le ultime campagne dei Romani, e percorrendo sentieri solo a essi conosciuti valicano l’Appennino e dilagano nella pianura modenese dove seminano il terrore, giungendo infine a conquistare la stessa colonia romana di Mutina. Possiamo solo immaginare l’atroce sorte toccata agli abitanti.

Petilio legionariLa notizia dell’attacco arriva come una fulmine a ciel sereno su una Roma ancora immersa in un clima festaiolo provocando stupore e angoscia. Ma come, non erano stati tutti domati i Liguri?, si chiedono sgomenti i teverini. Evidentemente no, per cui il Senato dispone in fretta e furia tutta una serie di misure per fronteggiare la crisi. Anzitutto rinnova per un anno a Claudio il comando della Gallia cispadana con l’ordine di organizzare seduta stante i comizi elettorali e, una volta nominati i nuovi consoli, di correre nella sua provincia per liberare Modena; per questo avrà due nuove legioni con l’aggiunta di diecimila fanti e seicento cavalieri forniti dagli alleati di nome latino. Nel frattempo il console dovrà provvedere all’immediato ritorno in Istria dei reparti alleati latini che già avevano con lui laggiù militato sì da impedire agli Istriani di emulare i Liguri. Infine il Senato conferma a Tiberio Sempronio Gracco il comando di Pisa che dovrà tnere fino a quando non lo raggiungerà il nuovo console, per poi trasferirsi in Sardegna.

Nuovi magistrati supremi saranno Gneo Cornelio Scipione Ispallone e Quinto Petilio Spurino, due tipi che non avranno in verità molta fortuna: Cornelio neanche potrà festeggiare la promozione perché d’improvviso colto da un ictus con emiparesi che lo condurrà alcuni giorni più tardi alla tomba, e Petilio non vivrà granché più a lungo: si farà improvvidamente trafiggere da un giavellotto durante l’assalto a una roccaforte ligure nella prima operazione bellica importante da lui condotta. Per la serie non è vero ma ci credo, Petilio avrebbe dovuto capire fin dall’inizio che la sorte non gli era amica, perché al momento d’ingraziarsi gli dei aveva scoperto che il bue di seicento libbre da lui sacrificato non aveva il fegato: un inequivocabile segno di sventura da lui però sventatamente sottovalutato. Ad ogni modo, mentre lo stesso Petilio si dà da fare per rimpiazzare il defunto Cornelio, Claudio porta le sue armate a Modena e in meno di tre giorni riconquista la città uccidendo ottomila liguri rimasti intrappolati all’interno delle palizzate. Il proconsole può ora scrivere a Roma annunciando che grazie al suo coraggio e alla sua fortuna al di qua delle Appennino non restava vivo un solo nemico vivo del popolo di Roma; inoltre, aveva conquistato un territorio così vasto da poter dare lavoro a migliaia di persone.

Nel contempo, mentre in Sardegna Sempronio passa di vittoria in vittoria riducendo in catene le comunità che si erano ribellate (i sardi pagarono con quindicimila caduti i trionfi del console), a Roma Petilio nomina il sostituto di Cornelio. Si tratta di Caio Valerio Levino, un tipo ambizioso che non vedeva l’ora di ottenere un buon incarico per cercare di coprirsi di gloria. E chi meglio dei Liguri poteva servire allo scopo?

Cogliendo al volo l’occasione fornitagli da un dispaccio che annunciava una nuova rivolta dei Liguri, il 9 giugno il novello console s’affretta a indossare i paramenti di guerra mettendo in moto la potente macchina di repressione di cui la repubblica disponeva: l’esercito. Preso da sacro furore, Valerio ordina alla terza legione di recarsi immediatamente in Gallia per mettersi agli ordini di Claudio, e ai decemviri navali di trasferire la flotta davanti a Pisa e di incrociare in quelle acque per dare una dimostrazione di forza sì da intimorire eventuali teste calde. Però Valerio non è il solo a muoversi: mentre Petilio si trasferisce a Pisa con le sue legioni, consentendo a Sempronio di raggiungere la Sardegna, in Gallia Claudio passa lesto all’azione: affidato ai suoi luogotenenti il comando delle truppe stanziate a Parma, garantendo con ciò la sicurezza della colonia, organizza una nuova leva raccogliendo soldati un po’ dove gli capita, per avviarsi infine verso la terra dei Liguri.

La notizia dell’arrivo di Claudio si è subito sparsa seminando il panico fra i Liguri, che non hanno scordato la batosta subita per sua mano sullo Scultenna; perciò stavolta non stanno lì ad aspettarlo: mollano il campo e si rifugiano sui monti Ballista e Leto rinchiudendosi dietro una robusta muraglia. Una fuga vera e propria che non a tutti riesce, dando modo ai Romani di cogliere i loro primi scalpi; ben millecinquecento Liguri ritardatari sorpresi in campo aperto vengono passati a fil di spada.

Petilio monti

Le montagne al confine fra le province di Genova e la Spezia tra le quali i liguri dettero battaglia alle legioni romane (la foto è tratta dal sito escursioniliguria.it

Controversa è l’ubicazione dei monti Ballista e del Leto. Ma una frase di Tito Livio (Ab Urbe condita, XXXIX, 2) porterebbe a collocarli fra le alture che separano la Val di Vara dal Parmense o dal Genovese; e quindi il Ballista poteva benissimo essere, come ipotizza Gaetano Poggi in “Le due riviere”, l’attuale monte Biscia, un rilievo di 991 metri situato proprio al confine fra le province della Spezia e di Genova, all’altezza di Maissana. In un passo successivo Livio parla di un giogo che univa il monte Ballista al monte Leto, e guarda caso un monte Leto sorgeva nell’antichità poco distante dal Biscia, nel retroterra di Rapallo, altura oggi chiamata Monte Allegro o Montallegro. Dunque, quello straordinario (e dimenticato) evento bellico che gettò nel lutto tutta Roma, la superpotenza mondiale dell’epoca, si sarebbe verificato nell’alta valle del Vara.

Torniamo allora in presa diretta: asserragliati sulle loro montagne, gli indigeni sanno che il cerchio si va stringendo; sanno che presto altri legionari, migliaia di legionari, segnalati in movimento di qua e di là dell’Appennino, si uniranno a quelli di Claudio, e allora le loro speranze di salvezza, assediati come ormai sono, si ridurranno al lumicino.

La consapevolezza di un destino avverso semina rabbia nelle loro file, una rabbia incontrollabile della quale fanno le spese anzitutto i prigionieri, poveri diavoli catturati durante la ritirata nelle campagne che vengono brutalmente ammazzati uno dopo l’altro; poi tocca agli animali, portati nei templi e immolati agli dei, ma massacrati senza una parvenza di rituale sacro.

Infine i furibondi guerrieri se la prendono con tutto ciò che d’altro gli capita a tiro fracassando piatti, brocche, vasi, recipienti vari.

La tempesta, insomma, è nell’aria, ma i Romani non hanno fretta; anche perché Petilio non vuole mancare alla festa. Temendo che la guerra possa finire prima del suo arrivo (era frattanto uscito da Pisa con le sue legioni) impedendogli di coprirsi di gloria, scrive a Claudio di sospendere l’attacco e di tornare in Gallia, dandogli appuntamento ai Campi Macri, ordine che il proconsole esegue senza discutere. E agli stessi Campi Macri convergono pochi giorni dopo anche le truppe di Valerio.

Il nome della località ha confuso un po’ le idee ad alcuni studiosi francesi inducendoli a tradurre Campi Macri in Campi Macra, e a fare di conseguenza confluire sulle rivedel Magra gli eserciti di Petilio, di Claudio e di Valerio. In realtà, i Campi Macri erano l’attuale Magreta, un borgo del Modenese situato nei pressi del fiume Secchia dove già nel terzo millennio pre-cristiano fioriva un mercato nel quale Friniati, Boi, Apuani, Veleiati, Cenomani e via dicendo portavano per farvi baratto latticini, pellami, lana, indumenti, utensili, carni e prodotti dell’artigianato. La stella di Campi Macri cominciò a declinare nel 183, anno della deduzione della colonia di Mutina (Modena). È qui, dunque, sulle rive del Secchia e non della Magra, che si tiene il gran consiglio di guerra nel corso del quale viene messa a punto la strategia da seguire: per evitare di ritrovarsi in due ad attaccare la medesima postazione nemica, i generali stabiliscono, mediante sorteggio, gli obiettivi delle tre armate. Va male allo scalpitante Valerio, costretto a restare alla retroguardia, e quindi tocca a Petilio e a Claudio dare l’assalto alle due fortezze.

Raggiunta la zona delle operazioni Petilio fa rizzare il campo alla base della scoscesa catena montuosa che collega il Ballista al Leto e, prima di impartire l’ordine di attacco, arringa i soldati radunati in assemblea. Purtroppo per lui, già s’è scordato del bue privo di fegato sacrificato nel tempio, e nella foga oratoria si lascia andare ad un vaticinio per lui poco beneaugurante: «Oggi stesso – tuona senza pensare troppo al significato delle parole – io occuperò il Leto».

Una visione profetica, la sua, perché Lete, per i Romani, era l’Oltretomba. E, guarda caso, è proprio lì che sta per finire lo sventurato condottiero. Gli capita infatti, più o meno, quel ch’era accaduto dieci anni prima al pretore Atinio in Spagna, sotto le mura di Hasta. Ansioso di salire sulla vetta e fare a pezzi i Liguri, il console divide le sue forze per aggredire contemporaneamente due versanti della montagna; ma giunta a metà strada la su sua colonna è costretta a fermarsi e ad arroccarsi, mentre l’altra investita da valanghe di pietre è addirittura respinta con gravi perdite. Vista la mala parata, Petilio ben ritto in sella al suo cavallo corre di qua e di là alla testa dei suoi, ferma i fuggitivi, li incoraggia, cerca di riordinare le truppe per riportarle all’attacco, ma proprio nella fase critica viene a trovarsi a tiro di un cecchino ligure che non si fa certo scappare l’occasione per far fuori nientemeno che un console: un giavellotto centra Petilio in pieno petto e lo trapassa da parte a parte: la morte è istantanea. Il momento è drammatico ma, a parte il cecchino, nessuno dei Liguri e pochi dei legionari si sono accorti che il capo dei Romani è morto, anche perché le sue guardie del corpo erano state leste nel nasconderne la salma in modo che fra i loro commilitoni non dilagasse lo scoramento.

Grazie anche a questo sotterfugio lo slancio dei legionari non si affievolisce e la fortezza nemica è ben presto conquistata. Il bilancio della battaglia, forse un po’ edulcorato dalla fonte romana, e di cinquemila caduti fra i liguri e solo cinquantadue tra i quiriti.

Petilio Luna

Testo tratto da Gino Ragnetti

         Luna

Una misteriosa città romana
nel Golfo della Spezia

Luna Editore, La Spezia, 1977
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