Il casolare dei patrioti

Casa Ceretti

I fantasmi, lo sanno tutti, sono dei gran burloni: catene scosse, ululati, strepiti,  fischi, cigolii, urla strazianti, porte che sbattono nelle notti da incubo… insomma, tutto serve per spaventare i poveri viventi. Stavolta il fantasma di Virginia Oldoini Contessa di Castiglione, che pure dovrebbe avere residenza stabile al cimitero di Père-Lachaise di Parigi l’ha fatta grossa: secondo il Secolo XIX ha fatto credere a due tecnici, scesi in campo in nome di Italia Nostra, che i ruderi situati all’interno dell’area che dovrà ospitare il nuovo ospedale, al Felettino, fossero quelli della villa della Contessa medesima, e quindi, avendo un alto valore storico, da giudicare intoccabili, come ha immediatamente stabilito la Soprintendenza ligure ai beni architettonici.

E qui si apre un punto interrogativo grosso come una casa: la Soprintendenza aveva già dato a suo tempo il benestare alla demolizione. Cosa pensare? I casi sono due: o negli uffici genovesi rappresentativi del Ministero della cultura ignoravano (male!) che quella era la villa della Castiglione, oppure lo sapevano ma non le avevano dato peso (male!) autorizzando (male!) l’abbattimento; poi, di fronte a una segnalazione dei due tecnici, ecco la retromarcia: dopo il canonico e prevedibile ohibò – probabilmente l’intercalare è stato diverso, qualcosa che doveva cominciare con una “c” e finire con una “o” – fermi tutti, non si tocca niente. Un déjà vu, per la verità: è un po’ come è accaduto per Piazza Verdi.

Ma davvero quelli sono ruderi di una villa della contessa di Castiglione? Da questo punto di vista, per la verità, la cosa mi era sembrata subito strana, perché a quanto mi risultava la Villa degli Oldoini era tutt’altro che un rudere, ed era perfino bene abitata, tenuta come un gioiellino. Ho pensato allora che, se, come diceva il giornale, effettivamente al centro dell’attenzione c’era un’altra magione della contessa, sebbene non ne abbia mai sentito parlare, sulla “montagna” poteva esserci la stessa situazione del colle dei cappuccini dove appunto le ville degli Oldoini erano due. Un piccolo mistero che però è durato l’éspace d’un matin, come direbbe la divina Virginia, perché a quanto sembra quell’immobile era la dimora di Giuseppe Ceretti, un vulcanico patriota che negli ultimi scampoli dell’estate del 1853 – mentre la famiglia reale stava facendo i bagagli per abbandonare l’hotel Croce di Malta e ripartirsene per Torino – si fece in quattro per aiutare Felice Orsini a portare a termine una clamorosa impresa insurrezionale nel Ducato di Modena (Massa, Carrara e Lunigiana) e che invece fu poi accusato dallo stesso agitatore romagnolo di avere fatto fallire l’impresa.

L’intrigo aveva preso il via negli ultimi giorni di primavera, il 5 giugno, con la nomina dell’Orsini medesimo a capo della Banda nazionale n. 2 che doveva operare in Lunigiana per dare vita a un moto insurrezionale partendo proprio dalle rive del Parmignola verso Carrara. La decisione era stata presa da Giuseppe Mazzini in persona, essendo l’Orsini uno dei pochi seguaci dei quali ancora si poteva fidare.

Riprenderò qui più tardi l’argomento dedicandogli un po’ più di spazio, perché davvero merita di essere conosciuto in tutti i suoi particolari, ma intanto posso anticipare che in un frantoio annesso a quella casa per ordine di Orsini furono confezionati, come riferisce Felice Venosta (in Felice Orsini, notizie storiche), quarantamila cappellotti fulminanti e centomila cartucce, mentre altre fonti parlano di quarantamila cappellotti e ventimila cartucce, tutto materiale da portare poi, nascosto dentro dei doppifondi di barili pieni a metà di vino, a centinaia di patrioti che nella notte dovevano trovarsi nascosti nella boscaglia dalle parti del Parmignola pronti a invadere il Ducato.

Invece, al Parmignola si attese invano: quelle munizioni non arrivarono. Che cosa accadde, quel giorno, 1 settembre 1853, un giovedì, al frantoio di Ceretti? Quale dramma andò in scena fra i congiurati lì riuniti? Perché, dovendo essere alle 23 a Sarzanello, partirono dal Felettino solo alle 20, con due carri stracarichi, nel buio più totale essendo quella una notte senza luna, e con l’impossibilità di accendere le lanterne per non cadere dopo pochi metri nelle mani dei poliziotti o dei carabinieri o dei bersaglieri che pattugliavano la frontiera? Senza contare le strade impervie, con molti tratti in ripida salita (basti pensare al Termo), con corsi d’acqua da guadare, con il Magra da superare (non c’erano ponti, all’epoca), con le spie dei gendarmi sempre in agguato! Già, che cosa accadde sotto i pergolati della casa del Ceretti, in quella casa che ora si vorrebbe abbattere?

Una vicenda che dovrebbe comparire a grandi lettere nei libri di scuola dedicati al Risorgimento, e che invece è ignorata dalla maggioranza degli spezzini stessi.

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2 pensieri su “Il casolare dei patrioti

  1. Complimenti Gino! Il tuo orecchio e la tua penna sempre attenti si fanno sempre notare… e dimostrano quanto è profonda la tua conoscenza della storia del nostro territorio!

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