La vendetta della Contessa

castiglioneScherzi del destino: maltrattata dagli spezzini quand’era in vita, dimentica dagli spezzini una volta passata tra i più, la Contessa di Castiglione – alla quale la sua “ingiusta e amata città”, com’ella definiva Spezia, non ha trovato modo di dedicarle neppure una viuzza – si è perfidamente vendicata bloccando nientemeno che il progetto di costruzione del nuovo ospedale atteso da decenni. Alcuni ruderi che si trovano nell’area da liberare per costruite il nosocomio sarebbero infatti quelli della villa appartenuta alla giovanissima maliarda che fece alzare a livelli preoccupanti la pressione arteriosa dell’imperatore dei francesi Napoleone III, e quindi, a parere della Soprintendenza ai beni architettonici e ambientali, non si possono toccare.

Poco importa se noi a oggi, qualora volessimo vedere di recuperare qualche pezzo della villa, sempre degli Oldoini, che si trovava alle pendici di ponente del colle dei cappuccini, toccherebbe di andare andare a frugare nel sottosuolo scavando in viale Italia e nella zona di Mazzetta-Canaletto, perché lì i ruderi finirono – riempiendo dislivelli del terreno – quando negli anni Venti e Trenta del ‘900 fu sbancata la bellarono la collina. Chissà cose sarebbero andate allora le cose se fossimo stati in regime di democrazia, se le appena costituite Soprintendenze avessero avuto i compiti (e i poteri) di oggi!

E così, Virginia è tornata per vendicarsi cono uno scherzetto davvero beffardo. Peccato che ad andarci di mezzo sia la salute degli spezzini!

Mi pare pertanto interessante andare a vedere qual era il rapporto fra la Contessa e i suoi concittadini al tempo in cui, ormai tramontata la love story con l’imperatore e bruscamente esiliata da Parigi, ella vagava fra le corti di mezza Europa in cerca di un nuovo importante futuro. Ricerca, purtroppo per lei, rimasta senza i risultati che sperava.

Prima di avviarsi su un lunghissimo viale del tramonto, Virginia Oldoini non aveva mancato di tornare di quando in quando nella città e nel suo joli golfe che tanto amava (“È lì che io vado a piangere”). Fu qui alcuni giorni del giugno 1859, dal 20 al 24, accorsa per aiutare una sua amica, Lady Emily, ad allestire nel sobborgo del Torretto un piccolo ospedale da campo in previsione dell’arrivo di feriti dal fronte della seconda guerra d’indipendenza: si era alla vigilia della battaglia di Solferino. Tornò a Spezia nell’estate del ’62, perdurante l’esilio, giusto in tempo per sedurre il conte Faa di Bruno e il capitano di fregata Guglielmo Acton, anche se quest’ultimo la fece attendere ben sei mesi, protestava lei, tenendogli il broncio, nel suo boudoir di Sant’Agostino. In fondo aveva solo 25 anni e tutta una vita davanti.

ville

Le ville degli Oldoini alle falde del colle dei cappuccini

Agli inizi degli anni Settanta, dopo la caduta dell’impero in Francia, venne più volte a Spezia, dove la sua popolarità era sempre alta. «Mi reclamano ora, cittadini, popolo, affaristi, politici, desiderando utilizzare la gloria del loro paese – che Italia feci! – per essere presidente, fondatrice, benefattrice di un mucchio di opere», scrisse in una lettera. Cercò anche di acquistare il colle dei Cappuccini, adiacente a una delle sue proprietà, e per questo ingaggiò un duello rusticano con la Marina come traspare da una lettera al suo antico amante Guglielmo Acton, a quel tempo ministro della Marina: «… accade in questa maledetta Marina di cui tu sei il capo, ma nella quale soltanto gli altri comandano, che si vedono cose incredibili a raccontarsi». E al sindaco, che chissà cosa le aveva proposto, scriveva «… ho l’impressione che insistendo a volermi far fare delle porcherie vi andate cercando dei fastidi che potrebbero portarvi in galera».

Non solo, però, non ottenne i Cappuccini – di una sua proprietà fra il colle e il Torretto voleva fare un parco da aprire al pubblico un paio di volte alla settimana – ma anzi l’amministrazione militare la privò via via di alcuni terreni per piazzarvi una batteria e costruirvi le tanto possenti quanto inutili muraglie di difesa della città-caserma. Poi le furono sottratte proprietà situate nelle regioni Bastia, Fondega e Brunella, e infine addirittura il bagno privato che si era fatta costruire attorno al “suo” mulino a vento, esso pure espropriato e distrutto per fare posto a dei cannoni che mai hanno poi sparato un colpo.

Nel ’92 trovò modo di soggiornare per sei mesi a Spezia dove aveva alcuni affari da sistemare. Riacquistò il palazzo di famiglia e la villa di Isola (la montagna) frattanto andati all’asta, e poi con gli amministratori – fra i quali il pittore Agostino Fossati, suo uomo di fiducia – discusse di alcune cose dei propri superstiti beni spezzini. Usciva solo di notte, tutta vestita di nero, con un fittissimo velo anch’esso nero che la ricopriva da capo a piedi, sempre scortata da un paio di guardaspalle reclutati tra i suoi fittavoli, mentre altri a turni di due per volta montavano la guardia giorno e notte davanti alla porta della sua magione. Inoltre non usciva senza avere con sé un grazioso ombrellino da sole, nel cui fusto si celava però un micidiale stocco, casomai avesse avuto ad incontrare dei malintenzionati. E poi, racconta la leggenda, andava a comprarsi “due virgole” di farinata che riponeva in una tasca cerata appositamente fatta cucire nella mantella in modo da potersela gustare con calma, ancora bella calda, appena rincasata.

Nel dicembre del ’76 aveva cambiato la sua residenza parigina rinchiudendosi in volontaria clausura in un appartamento al numero 29 di Place Vendôme, appartamento che nel ’94 fu però costretta a lasciare al gioielliere Frédéric Boucheron, nuovo proprietario. Si trasferì allora in un piccolo e buio alloggio di rue Cambon dove, sola e dimenticata, il 28 novembre del 1899 la colse la morte.

ospedale

Il progetto del nuovo ospedale

Aveva chiesto di essere sepolta senza funzione religiosa e senza fiori, senza dire nulla a nessuno, tanto meno ai giornali e alle autorità. Desiderava solo andarsene in silenzio portando con sé nella bara nient’altro che una collana di perle e due braccialetti che tanto amava, e soprattutto la leggerissima camicia da notte, quella che stava tutta nel pugno di una mano, che aveva indossato la prima notte trascorsa con l’imperatore a Compiègne. Sotto il capo voleva il cuscino di velluto ricamato dal figlio Giorgio quand’era bambino, e ai piedi – tocco macabro – i due cagnolini imbalsamati, Joudoya e Kaïno, fedeli compagni dei suoi ultimi anni di vita agra.

Nulla di tutto questo le fu concesso. Alle esequie, celebrate con regolare messa funebre, presenziarono alcuni camerieri, un Duca e un agente di cambio; e fu sepolta non a Spezia come aveva chiesto bensì nel cimitero di Père Lachaise di Parigi, dove ancora oggi riposa secondo il volere di re Umberto, terrorizzato dall’idea di ritrovarsi accanto, magari a Torino, un cadavere tanto ingombrante.

Inutile dire che non appena si ebbe notizia della sua morte sciami di poliziotti e di agenti dei servizi segreti si dettero un gran daffare per eliminare qualsiasi documento che riguardasse le personalità del tempo, uomini che avevano avuto incontri ravvicinati con lei, sovrani, papi, ambasciatori, ministri, alti esponenti politici, generali, ammiragli e banchieri, mentre lontani parenti si preoccupavano di rastrellare quel poco di valore che ancora possedeva.

Scomparve dunque così Virginia Oldoini contessa di Castiglione, la donna più bella d’Europa, una morte che segnò davvero la fine di un’epoca, tanto più che un nuovo secolo era alle porte.

(La seconda parte di questo testo è tratta da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Cappellini”, 2011).

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