Shelley, uno spezzino mancato

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La piccola Spezia come la videro Percy B.Shelley ed Edward E.Williams

Che la nostra sia una città strana, diciamo un po’ disattenta, o indifferente, è ormai cosa nota. Infatti, tanto per fare alcuni esempi, che nel golfo (a San Vito) ci fosse la base navale militare chiamata Luna usata per duecento anni dai romani come punto di partenza per le loro conquiste in Sardegna, Corsica, Spagna, Liguria e Gallia padana, sembra che non gli freghi niente a nessuno.

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Percy Bysshe Shelley

Né a qualcuno importa che qui si siano scritte pagine importanti del Risorgimento italiano, né interessa che la piccola città si stesse costruendo con le sole proprie mani, e che fosse già molto bene avviata su quella strada, un futuro tipo Nizza o Cannes, prima che ai piani nobili del Regno decidessero di trasformare il golfo in una immensa piazzaforte militare. La stessa Virginia Oldoini contessa di Castiglione, che comunque la si voglia considerare fu una stella di prima grandezza nell’universo europeo di quel secolo, continua a essere bellamente ignorata. Come ciliegina sulla torta possiamo aggiungere che larga parte degli spezzini, probabilmente la maggioranza, continuano a ritenere che Spezia sia nata appunto con l’arsenale, il che è quantomeno deprimente.

Ovvio risultato di questa formazione culturale è l’approssimazione, una certa, evidente, sciatteria.

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Alessandro Manzoni

Ma per entrare nel caso particolare, ci sono due eventi dei primi decenni dell’Ottocento dei quali Spezia si vanta. Si tratta dei brevissimi soggiorni di Alessandro Manzoni, che con tutta la sua numerosa famiglia pernottò fra l’8 e il 9 agosto del 1827 all’albergo Universo mentre in carrozza andava a Firenze a risciacquare in Arno i suoi Promessi sposi, e soprattutto di Richard Wagner, giunto a Spezia proveniente da Genova con una nave la sera del 5 settembre del 1853 e ripartito nel pomeriggio seguente.

Di quella visita Manzoni scrisse: “… e la giornata finì alla Spezia, con quel bel golfo, tanto che ne siamo stati un po’ rallegrati”. Tutto qui.

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Richard Wagner

Wagner lasciò invece un segno più profondo del suo passaggio: mentre in preda a un fastidioso malessere e disturbato dalla pioggia che cadeva insistente sonnecchiava su un divano dell’albergo situato nella strada più rumorosa e stretta della città – forse la locanda Croce di Malta o più probabilmente lo stesso Albergo Universo che ospitò Manzoni, entrambi ubicati in Via del Prione – ebbe un’illuminazione: quando meno se l’aspettava gli si rivelò il preludio di uno suoi capolavori, Das Rheingold, l’Oro del Reno, prologo dell’Anello del Nibelungo.

«Il rumore della corrente – scrisse alla moglie Minna – prese ben tosto un carattere musicale: era l’accordo in mi bemolle maggiore risonante e ondeggiante in arpeggi ininterrotti; poi questi si mutarono in figure melodiche dal movimento sempre più veloce, senza però che il puro accordo in mi bemolle si modificasse; anzi la sua persistenza parve imprimere una significazione profonda al liquido elemento in cui mi sembrava di immergermi. D’improvviso ebbi la sensazione che le acque si chiudessero sopra di me, onde mi svegliai di soprassalto. Subito riconobbi che il motivo del preludio dell’Oro del Reno mi si era ad un tratto rivelato, quale da tempo avevo in mente, senza che però fino allora fossi riuscito a dargli forma. Nello stesso tempo compresi la singolarità della mia natura: in me stesso e non altrove io dovea ricercare le scaturigini dei mio pensiero e della mia vita».

Due notti, dunque, una delle quali impreziosita dal cammeo lasciato da Wagner.

Come si vede, niente di straordinario; però quando non si possono avere caviale, ostriche e champagne ci si può anche accontentare di una bella fetta di farinata calda con il bianco delle Cinque Terre. Nulla di strano dunque che gli spezzini si vantino di quelle toccate e fuga dei due famosi ospiti.

Meno accettabile è che essi ignorino un’analoga vicenda che ebbe quale protagonista un altro grandissimo personaggio della cultura mondiale il quale, meditando di trascorrere proprio nella piccola città adagiata nel punto più interno del golfo la ventura buona stagione, venne a Spezia addirittura per cercarvi una o più case da prendere a pigione. Si trattava di Percy Bysshe Shelley, il carducciano spirito di Titano entro virginee forme, il quale sognava di trascorrere qua le vacanze estive insieme alla moglie e agli amici più cari compreso nientemeno che il lunatico, eccentrico e discusso lord George Gordon Byron, ragione che già nel precedente autuno lo aveva portato a fare un giro a Spezia insieme a Mary.

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L’Ariel, lo yacht del poeta

A raccontarci quello che accadde è Edward Ellerker Williams, l’ex ufficiale dell’armata inglese del Bengala che, legatissimo a Shelley, con lui morì nel naufragio della Ariel nel mare della Versilia. Non a caso i resti dei due, arsi su una pira sulla spiaggia nei pressi di Viareggio, furono collocati in un’unica tomba perché, si legge nella lapide del cimitero acattolico di Roma nel quale furono sepolti, “i loro due cuori, in vita, erano una cosa sola”.  Edward fece parte della combriccola – nella quale non c’era Byron, perché sul finire dell’inverno il suo rapporto con Shelley si era deteriorato – che nell’estate del 1822 visse a Casa Magni di San Terenzo e che appunto accompagnò Percy a Livorno per l’ultimo tragico viaggio verso l’eternità. E con lui Shelley nel febbraio precedente aveva fatto una puntata a Spezia per cercare una sistemazione per l’estate, ed è appunto lui che nel suo Diario ci fa sapere di quella spedizione.

Ecco i brani che ci interessano, tratti dal Giornale di Edward Ellerker Williams, amico di Shelley e Byron nel 1821 e 1822, con introduzione di Richard Garnett, pagine. 38-39, Elkin Mathews, Londra, 1902.

«Giovedì, Febbraio, 7. Buono (riferito al tempo). Lasciata Pisa alle 11 con Shelley alla volta di Spezia per andare a cercare una residenza per l’estate. Poiché il governatore era assente, siamo partiti senza qualsiasi firma sui nostri passaporti. Cattiva strada per la maggior parte per quanto riguarda Pietra Santa».  I due pernottarono a Massa.

«Venerdì, Febbraio, 8. Bello. Grande e sublime scenario. Lasciata Massa alle otto e mezza. Attraversato il Magra nei pressi di Sarzana, e arrivati a Spezia alle tre. A Sarzana abbiamo chiamato il signor Lucciardi, al quale Vacca aveva dato le nostre lettere. A sua volta egli ci ha messo in contatto con un canonico, a Spezia, il quale ci ha accompagnati in barca sulle coste occidentali della baia, ma senza darci la minima speranza che si potesse trovare una sistemazione in una o in alcune case. Abbiamo ispezionato ogni casupola, ma invano. Abbiamo cenato e abbiamo dormito a Spezia».

«Sabato, Febbraio, 9. Bello. Bella giornata. Alzati presto e presa una barca per Lerici. Giunti sulla spiaggia vediamo alcuni pescatori trainare le loro reti, uno di loro, un vecchio, ci dice che sa di alcune case e si offre di accompagnarci. Ce ne mostra parecchie, ma due ci piacciono in modo particolare. Abbiamo camminato molto per vederne altre, ma senza trovarne. Tornati in barca a Spezia e lasciato questo luogo ancora per Sarzana per avere informazioni circa le due case che abbiamo visto. Giunti a Sarzana alle 6 ceniamo e andiamo a dormire. L’Aquila nera è una locanda pulita e non molto cara».

«Domenica, Febbraio, 10. Buono. Il Signor Lucciardi ci ha chiamato e ci ha detto che la casa di Madame Catani non era disponibile, però ce n’era una sulla spiaggia che il proprietario avrebbe lasciato per 100 corone all’anno. Siamo andati a Lerici nel pomeriggio e abbiamo preso una barca attraverso la baia per vedere una casa di fronte a Porto Venere. Tornati a Sarzana per cenare e abbiamo dormito lì».

«Lunedì, febbraio 11. Lasciata Sarzana alle 9. Arrivati per il pranzo a Viareggio alle 3 e a Pisa alle 7. Terribile strada».

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Casa Magni di San Terenzo prima che costruissero la strada

Dunque, oltre alle “notti” di Manzoni e Wagner, gli spezzini dovrebbero considerare fra gli ospiti illustri della città anche Shelley e Williams i quali, dopo tanto cercare, quasi tre mesi dopo andarono a vivere a Casa Magni. Orbene, se è vero, come dicevano i vecchi, che bastava bere l’acqua della Sprugola per diventare spezzini, possiamo allora dire che Shelley fu uno spezzino mancato.

A corollario posso aggiungere che i due amici si fecero rivedere, per una esibizione un po’ vanesia, dalle parti di Spezia nel maggio successivo, mentre appunto dimoravano a San Terenzo. Ricevuto finalmente dal costruttore genovese il tanto atteso yacht, Percy ed Edward presero a divertirsi girando in lungo e in largo davanti alla costa e nel golfo. «Navighiamo in questa baia deliziosa nel vento della sera – scrisse il poeta di Field Place – sotto la luna estiva, finché la terra sembra un altro mondo».

Prima di osare troppo Shelley e Williams fecero delle prove, anche per impratichirsi delle manovre, allargando via via il loro raggio di azione. Martedì 14 maggio si spinsero, come dicevo, fin davanti alla spiaggia di Spezia regalando alla gente che passeggiava sulla riva spericolate quanto infantili ostentazioni di dilettantesca abilità nautica. Al ritorno a Lerici trovarono ad aspettarli un servitore di un certo conte S., ministro del governo dell’imperatore d’Austria, il quale confidò loro che il suo padrone avrebbe gradito moltissimo fare un giro nel golfo con l’Ariel. Shelley naturalmente accondiscese, ma d’improvviso il vento cadde rendendo impossibile per il resto della giornata qualsiasi movimento dell’imbarcazione.

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Mary Wollstonecraft Godwin, moglie di Shelley, autrice di Frankestein

Il mattino seguente, con un bel sereno e una fresca brezza Shelley e Williams, dopo avere convinto Mary e Jane ad andare con loro, e con Charles Vivian, il diciottenne mozzo inglese arrivato con la barca, che li seguiva come un’ombra e che con loro perirà nel naufragio, puntarono la prora su Portovenere attraversando il golfo in tutta la sua larghezza per tornare poi subito indietro, giusto in tempo per mettersi a tavola.

Altra puntata da quelle parti, ma con un azzardo maggiore, nella giornata di sabato 18 maggio. Obiettivo della gita era infatti un’uscita in mare aperto, il giro della Palmaria, e fu così che poterono vedere da vicino il Tino, che a essi piacque molto e che ribattezzarono lì per lì l’Isola delle sirene.

Un bella esperienza, quanto bastava per farli correre ancora più in là, a Massa, come inesorabilmente attratti – quasi un demoniaco richiamo – verso quella Versilia che li perderà.

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