L’incubo in bianco e nero

Crisi bomba

Per la serie “facciamoci del male”, ieri sera mi sono messo davanti alla tv. Non la guardo quasi mai, ma ieri ho voluto fare un ritorno al passato per rivivere un momento drammatico della mia vita, anzi, della nostra, cioè dell’umanità intera. Su Iris davano Thirteen days, la storia dei tredici giorni dell’ottobre 1962 che tennero il mondo con il fiato sospeso per quella che veniva chiamata la crisi dei missili di Cuba. Devo dire che temevo di peggio; temevo che l’emozione prendesse il sopravvento sull’abisso dei 54 anni trascorsi da allora, e invece la finzione cinematografica ha consentito che restassi lì, su quella comoda poltrona davanti alla Tv, e non per le strade di Spezia, ai giardini, o al bar dove invece vissi in quei terribili giorni del ’62. Forse perché il film era a colori, mentre la mia immagine televisiva di John e Robert Kennedy è sempre stata in bianco e nero. Ecco, se Thirteen days fosse stato in bianco e nero probabilmente avrei avvertito un insopportabile peso sul cuore, credo che avrei di nuovo provato il senso di disperante angoscia di quei giorni. Invece, grazie al Cielo, era solo un film.

Crisi di cuba 1

Il presidente Kennedy firma l’atto che autorizza il blocco navale di Cuba

Tutto era cominciato il 14 ottobre allorché un U-2, aereo spia americano, in volo di ricognizione sull’isola caraibica – nella quale da poco Fidel Castro aveva preso il potere all’Avana instaurando un regime comunista aprendosi subito a un’alleanza con l’Urss – scoprì un’installazione di rampe per missili nucleari sovietici, ordigni capaci di arrivare sul territorio statunitense nel giro di cinque minuti, neanche il tempo di dare l’allarme da parte del sistema radaristico degli Usa. Una minaccia mortale per l’occidente, che non solo annullava il vantaggio strategico acquisito dagli americani con il dispiegamento di missili nucleari a medio raggio Jupiter nel Molise e, in ultimo, in Turchia, ma che ribaltava il rapporto di forze fra le due potenze nemiche assicurando un vantaggio decisivo ai “rossi”. Una situazione che Washington non poteva tollerare. Alla Casa Bianca si era da poco insediato un giovane presidente, John Fitzgerald Kennedy, l’uomo della Nuova frontiera, e a lui toccò raccogliere la sfida dell’Impero comunista impegnandosi in una partita a scacchi che fece tremare il mondo intero. La crisi si aprì formalmente il 22 ottobre quando con un memorabile discorso televisivo a reti unificate JFK denunciò la presenza dei missili a Cuba – presenza che nei giorni successivi i sovietici negarono indignati – e annunciò di avere deciso il blocco dell’isola: tutte le navi dirette a Cuba sarebbero state fermate e sottoposte a perquisizione per verificare se trasportavano ordigni nucleari. Come avrebbe reagito – si chiese subito il mondo – il capo assoluto di Mosca, il segretario generale del partito comunista sovietico Nikita Chruščëv? Si sarebbe piegato al diktat kennediano o sarebbe andato allo showdown?

A dare corpo all’incubo si seppe, poco dopo, che in quei minuti ben sessanta navi sovietiche stavano navigando con la prora rivolta al “cordone sanitario” americano, e non davano alcun segno di volersi fermare. Con il trascorrere dalle ore crebbe così il terrore che la guerra fredda potesse da un momento all’altro tramutarsi in una guerra rovente, una guerra atomica.

Crisi di cuba 2

Una delle postazioni di missili sovietici a Cuba

Davanti al piccolo schermo ho visto scorrere quelle ore, quei giorni, ore e giorni che, allora, temevamo che potessero essere gli ultimi. Credo che mai, come in quell’ottobre, il pianeta sia andato tanto vicino all’olocausto nucleare, alla distruzione, alla scomparsa, forse, della razza umana.

Ma per fortuna, per una straordinaria, benedetta, congiunzione astrale, alla guida delle tre più grandi potenze materiali e morali della Terra si erano venuti a trovare contemporaneamente tre grandi uomini: Kennedy, Chruščëv e Papa Giovanni XXIII. Chissà cosa sarebbe successo se a Mosca o a Washington ci fosse stato un capo guerrafondaio, o se nelle partite a braccio di ferro ingaggiate sia nel gabinetto di emergenza americano sia nel politburo sovietico avesse prevalso l’ala dura dei militari che volevano la guerra!

Noi seguivamo con crescente angoscia le notizie date dalla radio, dai giornali e dalla giovane tv. La paura di morire a vent’anni diventava palpabile. Cercavamo di rincuorarci l’un l’altro, ma il mormorio che veniva dalle chiese, e che cresceva con lo scorrere delle lancette dell’orologio, ci diceva che non eravamo i soli, noi giovani, ad avere paura. Solo quarant’anni dopo si seppe che a bordo di un sottomarino sovietico di scorta a uno dei mercantili diretto a Cuba si svolse un summit degli ufficiali durante il quale si discusse sull’opportunità di lanciare un missile nucleare contro gli Stati Uniti. Arrivammo davvero a un passo dall’Armageddon!

Poi, il 25 ottobre la Radio Vaticana diffuse un messaggio del Papa rivolto a “tutti gli uomini di buona volontà”, messaggio che poco prima era stato consegnato agli ambasciatori degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica presso la Santa Sede: “Alla Chiesa sta a cuore più d’ogni altra cosa la pace e la fraternità tra gli uomini; ed essa opera senza stancarsi mai, a consolidare questi beni. A questo proposito, abbiamo ricordato i gravi doveri di coloro che portano la responsabilità del potere. Oggi noi rinnoviamo questo appello accorato e supplichiamo i Capi di Stato di non restare insensibili a questo grido dell’umanità. Facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace: così eviteranno al mondo gli orrori di una guerra, di cui nessuno può prevedere le spaventevoli conseguenze. Continuino a trattare”.

Nessuno poteva saperlo. C’era la speranza, quello sì, ma noi comuni mortali non potevamo sapere che quel messaggio era arrivato al cuore, che gli uomini di buona volontà esistevano davvero anche a Washington e al Cremlino, e che avevano ancora la forza di opporsi a chi voleva imporre l’uso delle armi. Insomma, si aprì una piccola breccia, uno spiraglio che consentì alle parti di parlarsi, di avanzare proposte, finché quando ormai pareva che non ci fosse più nulla da fare, con il mondo intero immerso nell’incubo… le navi con la bandiera rossa rallentarono e invertirono la rotta. I russi accettavano di ritirare i missili da Cuba e gli americani si impegnavano a non tentare più di invadere l’isola e a rimuovere i loro missili dall’Italia e dalla Tuchia. Il mondo era salvo.

Il 20 novembre il presidente Kennedy ordinò la fine della quarantena su Cuba, e io, sette giorni dopo, compii vent’anni. Il compleanno più bello, credo, della mia vita.

Annunci

One thought on “L’incubo in bianco e nero

  1. Pingback: Si scalda la guerra fredda | gino ragnetti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...