La castellana della Castellana

Carta marola

“A Bacela a parta, u Ronco u va via, chi l’è che sàa pìa?”.

Una frase siffatta possono comprenderla solo gli sprugolini doc; e per i non spezzini chiariamo che sprugolini sono i nati sulla Sprugola, cioè nei dintorni del lago che sta nel sottosuolo della città capoluogo del Golfo dei poeti. E questa, per i non spezzini doc, avvertendo che le Bacelle e il Ronco sono due località collinari sovrastanti la strada per Porto Venere, fra la Lizza e l’Acquasanta, è la traduzione: la Bacela parte, il Ronco se ne va, chi se se la piglia?

“Così – confessava Il viandante sul Telegrafo[1] – ho scritto sotto dettatura di un vecchio di Marola, paese alle porte della Spezia. Per rischiarare di luce questa frase oscura, bisogna farla seguire dalla tradizione che corre sulla bocca di tutti i marolini sull’origine del nome del paese, e porla bellamente accanto a ciò che mi disse la biassea Bighetta riguardo alla distruzione di un gran paese ch’era posto nel Golfo e per causa d’un monte che si mosse. La tradizione marolina dice che il paese ebbe nome da una donna che lo governava, donna dedita al male, detta Laura, da cui Malaura, Malòra e poi  Marola”.

La Bighetta, dobbiamo precisarlo per chiarezza del racconto, era un’ultraottuagenaria abitante del borgo collinare di Biassa dalla quale il Caselli s’era fatto raccontare tutto quanto le era rimasto in mente delle vicende, vere o presunte tali, riguardanti il suo paese e dintorni, quindi anche di Campiglia, Marola, Lizza, Coregna e via discorrendo.

E quella della “donna del male” era, fra le tante, una delle storie certo più forti, eppure dai tratti meno inverosimili di tutte una volta depurata dagli orpelli della fantasia popolare.

Una storia curiosa e senz’altro interessante, con connotati abbastanza credibili se ha saputo attraversare tanti secoli rigenerandosi solo mediante la semplice tradizione orale.

Agli inizi dell’800 è stato un sacerdote, don Antonio Rossi, rettore della chiesa di San Michele Arcangelo, a riconoscerle una certa dignità storica: temendo che se ne potesse perdere la memoria decise di fissarla per sempre nelle pagine della cronaca del golfo; ne raccolse perciò le varie versioni direttamente dalla voce dei parrocchiani, le omogeneizzò con cura e, condensato il tutto, lo mise per iscritto in modo da tramandarlo ai posteri. E difatti quel testo è stato poi ripreso da varie pubblicazioni.

Si narrava dunque che nella cima più alta della Castellana, il monte che fa da spalliera a Marola e all’Acquasanta proteggendole dal maestrale, in tempi antichissimi, prim’ancora della venuta di Gesù, c’era una grande casa nella quale viveva una donna. La gente mormorava che era la favorita dell’imperatore Nasco e che il monte aveva preso il nome Castellana dopo il di lei arrivo, perché prima si chiamava Colle Marino. E che la donna fosse in intimità con l’imperatore lo dimostravano alcune lastre di bronzo appese alle finestre sulle quali erano incisi i nomi dei paesi e la legge di Nasco, che quei luoghi dominava.

“Il nome della signora del castello – rivela Anna Valle – era Lora ed il suo dominio si estendeva fino al mare, dove aveva fondato il paese di Malora. Era una donna malvagia, piena di crudeltà e si mostrava in pubblico sempre vestita d’una armatura di ferro, che bene esprimeva la sua natura guerriera. Racconta la leggenda che, quando la grande porta del castello si spalancava per far uscire la castellana con il suo seguito, nel bosco, che fittamente ricopriva tutte le pendici del monte fino al mare, taceva d’improvviso ogni segno di vita: non più fruscii, sibili, ronzii; non più movimenti o calpestìo di animali selvatici sul soffice terreno tra gli alberi o tra i sassi, ai bordi dei ruscelli e torrenti, né voli o cinguettii tra le fronde degli alberi: un silenzio mortale calava sul bosco e sulla collina come all’avvicinarsi del temporale, e persino gli alberi restavano immobili. Solo dopo che la schiera in armi s’era allontanata, con sinistro rumore di ferraglia, sul colle riprendeva la vita”[2].

MarolaNe aveva ben donde la gente di temerne le ire: si diceva infatti ch’era solita fare seppellire vivo dai suoi scherani chiunque incontrandola, fosse uomo, donna o bambino, non l’avesse salutata con la deferenza che ella pretendeva.

Poco dopo avere preso domicilio sulla Castellana la malvagia Lora si dette all’edilizia fondando nei pressi di Malora, ai piedi del Colle Marino, un paese che fu chiamato Acquasanta; e un altro lo fece costruire alle falde del monte Parodi battezzandolo Carpena. Ma sua intenzione non era certo quella di dare un tetto ai poveri diseredati; anzi: “tutti e tre i paesi avevano come scopo principale quello di aggredire e saccheggiare i paesi vicini, depredando delle bestie e dei pochi averi pastori e contadini”[3].

Per taluni versi dissimile era invece la storia riportata da Ubaldo Mazzini. Come inciso marginale a un certo discorso in una lettera al professor Alberto Alberti[4], il Mazzini fa capire che il testo – datato 1802 ma copiato da un documento molto più antico – da lui pubblicato come nota a piè di pagina discendeva dal brogliaccio di don Rossi, e quindi doveva possedere tutti i crismi dell’autenticità.

Intanto, il nome della famigerata signora lì citato non era Lora ma Sora, il che renderebbe assai problematica l’attribuzione al paese del nome Malora; e poi Nasco non era l’imperatore bensì un fratello del re dei Romani, nipote dell’imperatore Cesare.

In ogni caso non c’è da meravigliarsi perché diverse erano le fonti: Caselli riportava la storia riprendendola dalla viva voce d’una vecchia popolana, mentre il Mazzini si affidava a un foglio fornitogli dall’amico Vittorio Cima.

Comunque stessero le cose, un giorno, molto tempo fa, questo Nasco piomba in Liguria con un grande esercito e in men che non si dica conquista tutti i castelli che incontra prima lungo le rive del Magra e del Vara, poi passa in Val di Taro appropriandosi di vaste terre, e gira gira raggiunge Genova occupandola; quindi rivolge le sue attenzioni alla riviera di Levante che scopre però essere una contrada scarsamente abitata, con la gente che viveva ancora nelle grotte. Malgrado tutto, il posto gli piace e decide di fermarvisi; fa fabbricare un castello sul colle marino e lì trascorre le sue estati in compagnia dei cortigiani. Il Narratore richiama a questo punto l’attenzione su un toponimo spezzino, Marinasco, che – azzarda – potrebbe trarre il suo essere da (colle) Marino e Nasco. Una bizzarria?

Sistematosi sul colle, per meglio marcare i suoi dominii il fratello del re fa alzare nei punti strategici altissime aguglie appendendovi le famose lastre di bronzo con incisi i nomi dei luoghi, i nomi dei Signori loro proprietari ma a lui sottomessi, e “la sua legge infame”.

“Moglie di Nasco – si apprende dal testo pubblicato dal Mazzini – era Sora Romana, figlia del vice presidente di Gerusalemme, nominato Isacco. Sora andava sempre con un busto di ferro in qualità di guerriera e la chiamavano Mala Donna per la sua tirannia ch’aveva; fece fabbricare vicino al golfo Magone (si trattava del golfo della Spezia – N.d.A.), in un vasto piano, un piccolo paese che si chiamò con il suo proprio nome con abitazioni nel terreno coperte di tavole e terra cotta”.

Qui giunte, le due versioni convergono raccontando che, rimasta incinta, Lora o Sora una notte partorì dando alla luce un orrendo mostro con una lunga coda. E proprio in quell’istante si scatenò il finimondo “con un diluvio d’acqua da parte di terra e una tempesta da parte di mare che alzò più di otto braccia di terra e di pietre sopra quel nuovo paese che il giorno seguente pareva non vi fosse stata abitazione veruna dove perirono in compagnia della medesima tutti gli abitanti”[5].

Che accadde dopo di ciò?

“Passarono cento e cento anni e su quelle rocce in vista del mare, nel ridente abbraccio del golfo spezzino, altra gente venne a riedificare un paese che, per miglior auspicio, venne chiamato Marola”[6].

[1] Il Viandante, pseudonimo di Carlo Caselli, “Una Marola romana distrutta da un fenomeno tellurico”, Il Telegrafo, pag. 4, La cronaca spezzina, 13 giugno 1933.

[2] Anna Valle, “Storie e leggende di Spezia e della costa dei pirati”, tavole a colori di Francesco Musante, “Edizioni Giacché”, La Spezia.

[3] Anna Valle, ibidem.

[4] Ubaldo Mazzini, “Intorno alle diverse ipotesi sopra l’origine del nome della Spezia”, nota n. 9, pag. 13, estratto del Corriere della Spezia n. 50-51-52, 15 febbraio 1898, tipografia Zappa, La Spezia.

[5] Ubaldo Mazzini, ibidem.

[6] Anna Valle, ibidem.

(tratto da Gino Ragnetti, Luna – Una misteriosa città romana nel golfo della Spezia, Luna Editore, La Spezia, 2007)

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