Alla ricerca del coraggio perduto

 

pagano

 

C’è una frase, nella presentazione dell’ultimo libro di Giorgio Pagano, che sembra anticipare, ma di poco, molto poco, l’inappellabile rintocco di una campana a morto. Da qualche parte, forse, c’è un prete che impartisce l’estrema unzione; in ogni caso, c’è una vita che si sta spegnendo. Un dramma umano, quasi sempre un dramma familiare, o di una piccola comunità. È il momento del dolore, della pietà, del silenzioso appello alla misericordia. Però lo sappiamo, all’uomo non è dato di uscire dal senso eterno dell’esistenza, e quindi in un certo qual modo siamo preparati all’evento ineludibile.

Ma lo scritto di Pagano non ci pone al cospetto di un dramma umano, intimo, bensì a quello di una tragedia, la tragedia di un Paese, il nostro; di un’Italia che – può sembrare un paradosso – inconsapevolmente percorre giuliva la strada dell’eutanasia. Purtuttavia, è una frase che non provoca dolore, bensì sgomento; non pietà, ma piuttosto rabbia, e forse anche una sensazione di impotenza che rischia di essere preludio della rassegnazione, della resa. Perché – forse – siamo ai titoli di coda della democrazia. Quanto meno della democrazia come l’abbiamo conosciuta – e della quale abbiamo goduto – finora.
Scrive Pagano: “Il valore del coraggio morale dei partigiani è più che mai attuale in una fase in cui è del tutto assente dalle qualità degli uomini pubblici, sostituito dall’accondiscendenza supina e dalla cedevolezza dell’animo. Di coraggio morale abbiamo bisogno per tornare alla politica-virtù contro la politica-cinica tecnica del potere”.
Ecco allora che da qui nasce il titolo, lo spirito del libro: “eppur bisogna ardir” pubblicato nei giorni scorsi da Edizioni Cinque Terre: sembra che non ci sia più nulla da fare, che la metastasi sia ormai inarrestabile, che la malattia sia in fase terminale, che quella inesorabile campana sia in procinto di rintoccare, eppure… “eppur bisogna ardir”.
Sembra volerci rincuorare, Pagano, avvertendo che un po’ di tempo resta. Poco, ma c’è. E quindi c’è ancora spazio per la speranza. Però è necessario “ardir”.
Quando al giorno d’oggi di tanto in tanto si improvvisano nelle piazze i riti liturgici della Resistenza, si canta di solito “Bella ciao” per alimentare l’illusione di stare tutti insieme sotto un’unica bandiera, stretti in un unico ideale. Ma poi, appena svoltato l’angolo, ognuno se ne va per conto suo. Sui monti, invece, i partigiani sussurravano nel freddo delle notti, “Fischia il vento, urla la bufera”, perché davvero la bufera urlava per tutti, e tutti erano lì, a combattere, consapevoli di dovere stare uniti, di condividere quel poco che c’era, e pure consapevoli del fatto che da lì a un’ora, o due, potevano morire. Nondimeno, “… scarpe rotte, eppur bisogna andar…”. Ovvero: “… bisogna ardir!”.
Ecco, appunto, bisogna ardir.
A me sembra una chiamata alle armi, questa di Pagano. Perché non è più lecito assistere senza nulla fare a questa “totale assenza” del “valore del coraggio morale dei partigiani” fra le “qualità degli uomini pubblici” dei nostri giorni. Sarebbe (ed è) complicità.
Sì che, come diceva Robert Kennedy, “il coraggio morale è merce più rara del coraggio in battaglia o dell’intelligenza”, però quel coraggio – il coraggio morale – i partigiani veri, non quelli del 24 aprile, seppero trovarlo nel loro cuore, così come seppero trovarlo i Padri costituenti di quella Repubblica che ci ha garantito settant’anni di pace. Adesso tocca a noi. Tocca a chi pensa che la politica non debba essere un sistema per mettere insieme spudorate ricchezze, che potere non significhi prepotenza, che autorità non significhi arroganza, che per vivere un vecchio o un disoccupato non debba andare a frugare nei cassonetti dell’immondizia, che partecipazione non significhi sopraffazione, che gioventù sia esuberanza (ci mancherebbe!) ma non maleducazione o violenza, che il volontariato non sia una professione, che libertà non sia sinonimo di prevaricazione, che i diritti non vengano sempre e comunque prima dei doveri, che il lavoro e la salute non debbano dipendere dalla benevolenza di qualcuno, che 140 euro siano 140 euro e non “sarebbero 140 euro, ma se vuole la ricevuta fanno 170”, che lo Stato non debba funzionare per elargire prebende ai dipendenti bensì per fornire servizi al cittadino, che per vedere rispettato un proprio diritto non lo si debba chiedere per favore. E che la legge sia davvero uguale per tutti.
In fondo, a ben vedere, è molto semplice quello che ogni persona onesta deve pretendere: si chiama onestà.
A questo punto, detto che la prefazione è di Donatella Alfonso, credo di potermi esimere dall’entrare nel dettaglio del libro – 369 pagine sulle quali riflettere, non semplicemente da leggere – potendomi limitare alla citazione dei capitoli: “La storia”, “Racconti e ritratti”, “Facio e Laura”, e il saggio “La Resistenza e la sua eredità 1945-2015”.
Perché è dalla stessa dedica che viene una insopprimibile spinta alla lettura di questo libro: “A chi resiste. Ora e sempre”.

(Editoriale pubblicato sulla Gazzetta della Spezia del 27 dicembre 2015)

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