La disfatta di Filippo

Battaglia-romana

Da qualche parte, fra le Apuane, il Monte Zatta e il Bracco c’è un posto, in mezzo alla selva, che in tempi antichi, oltre duemila anni fa, era chiamato Saltus Marcius. Lì, sepolti dalle sterpaglie, dalle pietre e dalle terre trascinate dal dilavare delle piogge, e dagli alberi schiantati dal vento, dalla galaverna o dalla vecchiaia, ci sono i resti di una legione romana; o quanto meno ciò che è rimasto della più impressionante disfatta subita dai condottieri romani nelle guerre contro i Liguri.
Era la primavera del 186 a.C. quando, indossati i paramenti del console dell’anno, Quinto Marcio Filippo alla testa della sua armata uscì da Roma per raggiungere il Portus Lunae, cioè il golfo della Spezia. Fu un azzardo, un brutto azzardo, il suo. Perché tutto preso com’era dalla voglia di andare a mostrare quant’era bravo, non aveva voluto dare ascolto a quanti gli consigliavano prudenza, a quanti gli dicevano che gli Apuani erano brutta gente, gente pericolosa, a quanti lo ammonivano che da quelle parti altri ben più esperti di lui ci avevano lasciato le penne.
Secondo i programmi avrebbe dovuto partire insieme al collega Postumio Albino, ma quest’ultimo doveva ancora sbrigare alcune questioni relative all’indagine che aveva condotto in tutta Italia sui famosi Baccanali – storiaccia di sesso, droga, e… rock and roll che aveva coinvolto un sacco di bei nomi della Roma repubblicana – e Filippo, ansioso di fare sentire agli Apuani quanto fosse tagliente la sua spada, non aveva voluto aspettare. Anzi, s’era avviato tutto solo soletto incontro ai Liguri portandosi dietro oltretutto un esercito a ranghi ridotti.
Durante l’inverno una pestilenza che affliggeva mezza penisola aveva infatti impedito di effettuare la regolare leva dei coscritti per cui Marcio Filippo invece di reclutare i soliti dieci-undicimila uomini, quanti di solito costituivano un esercito consolare, s’era accontentato di arruolarne solo ottomila, una legione di tremila fanti e 150 cavalieri romani, e cinquemila fanti e 200 cavalleggeri forniti come al solito dagli alleati italici.
Doppio azzardo, insomma: andava al fronte da solo e alla testa di un esercito con gli effettivi non al completo. Azzardo che gli costò molto caro. O meglio, costò caro agli sventurati soldati trovatisi sotto il suo comando, la metà dei quali perse la vita in quel saltus in terra ligure, nome che in latino indicava una zona impervia, una forra, un vallone in mezzo alla foresta.
Da sette anni ormai i Liguri che vivevano in quella che oggi noi chiamiamo regione apuo-lunense, dal Serchio al massiccio montuoso che separa la provincia della Spezia da quella di Genova, erano sul piede di guerra. Già avevano fatto vedere i sorci verdi ai pisani e al console Minucio Termo accorso in difesa della città, assediandoli per tre anni e arrivando quasi a distruggere l’armata dello stesso Minucio, per cui Filippo avrebbe dovuto essere un po’ più accorto.
Ma era troppo sicuro di sé, e dunque entrò in terra apuana – una terra tutta monti e valloncelli ricoperti da una fitta boscaglia – marciando senza troppe cautele alla volta del Portus Lunae.
A questo punto la nostra storia entra in un cono d’ombra perché il cronista che ci racconta tutte queste cose, Tito Livio (Ab Urbe condita), non ci rivela dove avvenne l’ecatombe. Ciò ha dato modo agli storici contemporanei di sbizzarrirsi collocando il teatro di quella battaglia dove meglio gli aggradava: chi nella zona di Marciaso (Fosdinovo), chi ai Cerri di Marzo (fra Pontremoli e Zeri), chi a Marcione (Garfagnana), chi nei pressi di Cardoso, chi ai Carpinelli, chi al Passo del Vestito (sopra Forno di Massa), chi al Groppo di Marzo (Maissana), chi al Groppo Marzo (Varese Ligure) chi al Groppo Marcio (passo del Bocco). Ma le attenzioni maggiori si sono appuntate su una zona più vicina al Portus Lunae: il monte Caprione, l’altura cioè che divide il golfo della Spezia dalla valle del Magra, e in particolare sulla selva di Trebbiano o fra il Campo di Già e i mondi Branzi. Lì, guarda caso, c’è un canale detto in antico il Canale del Marzo, mentre lontane leggende parlano di un “canale dei mille morti”, e di un torrentello le cui acque d’improvviso si colorarono di rosso, un rosso sangue. Inoltre, nel diploma con il quale Federico II nel 1469 eresse Sarzana in città si parla, riferendosi a quella zona, di una Sylva Martii.
È pertanto lì, probabilmente, che Marcio Filippo e i suoi uomini caddero in un’imboscata. Forse indotti a inseguire la classica lepre, lo specchietto per le allodole, furono attirati in una stretta vallata dove li aspettavano i guerrieri Apuani rinforzati da grosse bande dei loro compari Friniati accorsi per partecipare alla festa. I Liguri erano soliti preparare con cura le loro trappole: lungo un certo tragitto segavano gli alberi alla base, e poi vi attiravano in mezzo le loro vittime; bastava allora un’energica spinta e gli alberi rovinavano al suolo intrappolando tra le fronde i soldati nemici. A quel punto per gli invasori era finita: mentre molti cadevano trafitti da frecce e giavellotti o centrati da pietre scagliate con le fionde, moltissimi altri restavano lì sotto a dibattersi fra le ramaglie, impossibilitati a difendersi, in attesa della lama assassina.
Anche quella volta, al tragico saltus, il colpo riuscì, e per i romani fu una disfatta: terrorizzati dalle urla belluine dei Liguri, vedendo i loro compagni fatti a pezzi a migliaia, i superstiti cercarono la salvezza fuggendo nei boschi; e per correre più veloci si liberarono delle armi, gettarono gli elmi, le corazze, gli scudi, gli schinieri, e corsero tanto che, scrisse Livio con cinica ironia, “cessarono prima i Liguri di inseguire che i Romani di scappare”.
Filippo, salvato dai suoi pretoriani, riuscì finalmente a mettersi al sicuro nel Portus Lunae dove fu via via raggiunto dai sopravvissuti alla strage. E qui ebbe chiare le dimensioni della tragedia: in quella valle – che in “onore” del console sconfitto venne da quel momento chiamata Saltus Marcius – aveva lasciato quattromila soldati e quattordici insegne, tre della seconda legione e undici degli alleati. La metà della sua armata.
Una disfatta spaventosa, che Filippo cercò perfino di nascondere affrettandosi a sciogliere ciò che restava del suo esercito, ridotto ormai a quattromila soldati sotto choc per la terribile esperienza vissuta e ansiosi di correre il più lontano possibile da lì.
Roma, comunque, venne a sapere tutto, e già l’anno seguente attuò la sua vendetta, una tremenda vendetta. Ma questa è un’altra storia.

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