Magna magna in arsenale

inaugurazione

Così fan tutti, si potrebbe dire oggi seguendo le cronache delle ruberie pubbliche e private che si scoprono ogni giorno nel Bel Paese, ma forse si poteva dire anche allora, alla metà dell’800, nel pieno dei lavori di costruzione del ciclopico stabilimento militare imposto al golfo dalle scelte di Camillo Benso conte di Cavour, assecondato dal maggiore Domenico Chiodo, gran suggeritore. Eravamo sul finire del 1866 – l’arsenale sarà inaugurato (foto) da lì a nemmeno tre anni – quando…

L’irritazione di parecchi pezzi grossi per l’andamento lento dei lavori e per voci insistenti su maneggi poco puliti che si svolgevano negli ambiti militari di tutta Italia finirono per provocare un’inchiesta parlamentare che non poteva naturalmente ignorare la base spezzina. Perciò la sera del 4 ottobre 1866 giunse in città una commissione presieduta dal conte Francesco Serra, vice ammiraglio e senatore del Regno, e composta dai deputati Cesare Correnti, Stefano Castagnola, Nicola Ferracciù, Carlo De Cesare e Giorgio Tamajo, dal contrammiraglio Eugenio De Viry e dall’ispettore generale dei consolati Cristoforo Negri. Nelle giornate del 5 e del 6 i commissari effettuarono sopralluoghi in arsenale, al cantiere di San Bartolomeo, alla polveriera di Panigaglia e negli altri siti militari, quindi passarono agli interrogatori di alti ufficiali della Marina a cominciare dal comandante contrammiraglio Napoleone Scrugli.

La commissione scoprì in quei due giorni una realtà tale da mettersi le mani nei capelli. A San Bartolomeo, dove lavoravano 385 operai e 253 forzati, «per mancanza di tettoje quasi tutto il legname ivi esistente pel valore di milioni (circa 17.500 metri cubi come dallo Stato consegnato) era sparso per il Cantiere, esposto alle intemperie senza nemmeno essere accatastato, per cui già se ne trova una parte deperito e altro in via di deperimento»; «i materiali, meno il catrame e materie grasse, sia nei diversi magazzini che nel magazzino di deposito non sono tenuti con tutto il buon ordine desiderabile»; «il locale destinato, sebbene in via provvisoria, per caserma dell’Infanteria Marina non è abbastanza arieggiato, e i letti sono troppo vicini uno all’altro; per cui aggiuntovi la non favorevole posizione in cui è situato lo rende insalubre ed insufficiente, infatti il Capitano Comandante ebbe a dichiarare che sopra i 150 uomini ve ne sono 30 attaccati da febbri intermittenti».

I commissari giudicarono «tanto più deplorabile questo stato di cose, in quanto il cantiere di S.Bartolomeo è uno stabilimento recentemente costruito e poteva ordinarsi quasi a modello degli altri».

Risultati sconcertanti dettero anche le verifiche sui depositi di ferro in arsenale. «Dagli specchietti presentati dal Commissariato Generale di Genova – osservavano i commissari – apparve l’esistenza in magazzino di 1.347.932 chilogrammi di ferro, di qualità diverse, e 549.637 chilogrammi di piombo e rame, ma nel primo articolo havvi la mancanza di 88.732 chilogrammi di ferro, e del secondo non si era constatato il peso effettivo. Fin dal 1859 mancava questa quantità di ferro, e ciò non ostante si riportò sempre nella contabilità come materiale esistente, e tuttora si riporta. Cotesti fatti saltarono agli occhi della Commissione quando, osservando la situazione delle officine, trovò che ella presentava cifre di materiale in ferro esorbitanti e di gran lunga superiori al lavoro di centinaia di fabbri, non di un giorno, ma di settimane e di mesi».

Incredibile poi lo stato «di confusione e disordine completo» che regnava nel magazzino vestiario con centinaia di metri di panno bleu risultanti solo sulla carta, senza contare la «grandemente arretrata» registrazione sul libro mastro dei materiali in entrata e in uscita.

L’interrogatorio del capitano della Mercantile Giacomo Francesco Marengo di Moneglia dette poi la stura a inquietanti interrogativi sulla gestione della cosa pubblica. «È voce generale – disse ai commissari – che vi siano delle grandi dilapidazioni nei materiali appartenenti ai depositi della R. Marina, ed in principal modo sull’articolo carboni; quale dilapidazione sarebbe riferibile sia alla qualità come alla quantità. La stessa voce pubblica ebbe a rimarcare che in certi depositi di legname da costruzione fatti al cantiere di San Bartolomeo alla Spezia, andarono smarriti non pochi pezzi di legname, e mentre se ne cagionava un movimento del mare più o meno inaspettato che li avesse esportati, si diceva invece che da mano ignota fossero stati venduti all’industria privata. Si dice pure che certi bastimenti vecchi, che sortono dalla Darsena per ormeggiarsi al molo nuovo, o anco per andare alla Spezia, contengono oggetti che si sottraggono dai depositi della Darsena, e poi sono venduti da terza mano ai bastimenti mercantili».

Insomma, ce n’era per tutti.

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, dalla Relazione seconda della Commissione d’inchiesta sullo stato del materiale e sull’amministrazione della Regia Marina, Tipografia e litografia dei Fratelli Pellas, Firenze e Genova, 1867.

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