Caccia al nonno di Ottobre Rosso

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Caccia all’Ottobre Rosso? Sì, ma con una settantina d’anni di anticipo. Perché l’emozionante avventura che lo scrittore americano Tom Clancy ha fatto vivere nel bel mezzo dell’Atlantico al comandante sovietico Marko Ramius, un lituano pieno di dubbi sulla Guerra fredda, intenzionato a defezionare e a consegnare all’analista della CIA Jack Ryan il suo modernissimo sottomarino Ottobre Rosso, in realtà era, in un certo qual modo, un déjà vu. Con la differenza che quella “letta prima” non era una storia romanzata, bensì una storia vera.

Accadde nell’autunno del 1914 in un mare, il Mar Ligure, non certo tempestoso come l’Atlantico, ma comunque sempre in grado di attirare su di sé l’attenzione di un’Europa che già da alcuni mesi aveva cominciato a bruciare la sua gioventù nell’immane rogo acceso nel cuore del continente: la prima guerra mondiale. A quell’epoca l’Italia se ne stava ancora in disparte, indecisa se gettarsi nella mischia oppure no; e in quel clima di indeterminatezza alte si levavano da un capo all’altro della penisola le voci dei neutralisti e degli interventisti.

Foto rosso 3Poi, d’improvviso, sulla scena europea apparve un uomo, un personaggio al quale il fato pareva avesse riservato una notorietà abbastanza modesta, non tale in ogni caso da travalicare i muri di un piccolo condominio o di una fabbrica. Quell’uomo si chiamava Angelo Belloni, ed era un ingegnere del cantiere Fiat-San Giorgio del Muggiano. Un uomo tranquillo, questo Belloni, tutto ufficio e famiglia, che tuttavia dentro di sé nutriva passioni tali per le quali era disposto a giocarsi tutto, anche il futuro, e forse anche la vita. In casa, con gli amici, con i conoscenti, sul lavoro, Belloni non perdeva occasione per manifestare il proprio disappunto per il fatto che l’Italia non era ancora entrata in guerra contro l’Austria. Sentiva perciò, e lo diceva, che doveva fare qualcosa. Ma mai nessuno avrebbe immaginato che potesse scatenare uno scompiglio tale da mettere in subbuglio le cancellerie di mezzo mondo.

E invece, un giorno lo fece.

Il nostro uomo era sì un ingegnere, ma alle spalle aveva pure una discreta carriera in Marina con il grado di tenente di vascello, per cui di navi e di navigazione un po’ se ne intendeva. E siccome il destino gli aveva messo tra le mani un giocattolino da portare ogni tanto in alto mare per fare delle prove tecniche, un bel giorno – chissà quanto ci aveva rimuginato su – decise che era arrivato il momento di mostrare a tutti di cos’era capace di fare il Belloni Angelo pur di fare trionfare le sue idee.

Foto Rosso 1Quel giocattolino era un sommergibile costruito dai cantieri del Muggiano per conto di Nicola II Romanov zar di tutte le Russie, ma di fatto era abbandonato in cantiere essendo frattanto la Russia entrata in guerra contro la Germania e l’Impero austroungarico, guerra che più tardi aprirà le porte alla rivoluzione bolscevica. Perciò il sommergibile, benché ultimato e pronto per la consegna, era rimasto lì, senza un nome e senza una bandiera sull’asta. Tra l’altro, la Russia non lo aveva ancora pagato (né mai lo pagherà) e ciò preoccupava non poco la proprietà del cantiere.

L’ingegner Belloni architettò pertanto l’impresa che avrebbe scosso nelle fondamenta l’Italia e tutta l’Europa: con la scusa delle prove di navigazione da effettuare, la mattina del 4 ottobre, imbarcati una quindicina di uomini ignari – lasciò scritto – di quello che aveva intenzione di fare, mollò gli ormeggi del Muggiano e sparì all’orizzonte. La notizia percorse come un lungo brivido le alte gerarchie delle forze armate e della politica giungendo verosimilmente fin nelle auguste stanze del Quirinale: “Un sommergibile nuovo di zecca – annunciava il fonogramma – è scomparso dal porto militare della Spezia”.

Quali intenzioni aveva il comandante Belloni-Ramius? Perché aveva inscenato quella clamorosa fuga che avrebbe anticipato appunto di settant’anni l’altrettanto clamorosa, ancorché fantasiosa, fuga dell’Ottobre Rosso del “clancyniano” comandante Marko Ramius?

La risposta alle domande che tutto il mondo si poneva, famiglia reale compresa, fu trovata in una lettera che lo stesso ingegnere aveva fatto nel frattempo recapitare alla direzione del cantiere: “Non allarmatevi – questo il senso – ed evitate per cortesia di esprimere giudizi affrettati sul mio conto. Dal primo porto che toccherò spedirò una lettera a mio fratello, il quale la consegnerà alla direzione del Cantiere, e in essa spiegherò le ragioni del mio gesto”.

Invero ci voleva poco a capire: dal momento che l’Italia riluttava, ci avrebbe pensato lui, Belloni Angelo, a muovere guerra all’Austria! Un’impresa forse superiore alle forse dell’impetuoso ingegnere, perché con il suo Ottobre Rosso poteva fare un realtà ben poco. Il battello, classe Medusa, era davvero una nave di tutto rispetto per quei tempi: 45 metri di lunghezza, 4,50 di larghezza, un dislocamento di 260 tonnellate, e una autonomia ragguardevole. Tuttavia, a parte il fatto che l’improvvisato equipaggio era composto da un nostromo, un ingegnere elettricista, un capomeccanico e quindici operai, non certo un equipaggio di guerrieri, il sommergibile era anche privo di munizioni, per cui non era certo in grado di fare grandi danni, se non richiamare l’attenzione mondiale sul tema che tanto stava tanto a cuore al nostro amico ingegnere.

Quel gesto un po’ folle teneva però sulle spine, com’è facile intuire, gli alti papaveri italiani, perché c’era sempre la possibilità che l’ingegnere intendesse portare il battello in un porto di un Paese belligerante e lì armarsi di tutto punto per tentare poi qualche altra impresa ad effetto in Adriatico trascinando l’Italia in guerra. Per questo sulle scie del sommergibile in fuga furono lanciate quattro torpediniere di base alla Spezia, tentativo a dir poco velleitario perché all’epoca tentare di individuare un sottomarino in immersione nel Mar Ligure era come andare a cercare un ago nel solito pagliaio.

Naturalmente i commenti sull’uomo furono dei più disparati: nobile gesto, generosa follia, eroismo, stato di esaltazione. Ma in genere ci fu per il Belloni un moto di aperta simpatia. L’idea che volesse raggiungere l’Adriatico per tentare qualche colpo di mano contro Pola o Sebenico in effetti non era tanto campata in aria, perché lo stesso Belloni-Ramius aveva scritto a un familiare: “Se non riuscirò nell’impresa, mi seppellirò col sommergibile in un buon fondo di spiaggia adriatica dove già dormono le ossa di tanti padri”

Insomma, invece di arrendersi al nemico come Marko Ramius intendeva fare, Angelo Belloni voleva andare a tutti i costi alla guerra.

Ma non ci riuscì. Per forza di cose aveva dovuto cercare subito un punto di approdo sicuro, ed era così arrivato ad Ajaccio dove sperava di ottenere un certo sostegno. Però con sua profonda delusione a Parigi finirono per prevalere le ragioni diplomatiche per cui le autorità francesi allo scopo di non irritare le alte sfere italiane – in campo era scesa anche la Corona – bloccarono il sommergibile promettendo che lo avrebbero restituito quanto prima all’Italia.

L’avventura del nonno di Ottobre Rosso finì insomma com’era cominciata, senza squilli di fanfare; ma l’interventista Belloni in un certo senso poté da lì a non molto vantarsi di avere vinto la partita. Pochi mesi dopo, infatti, il 23 maggio del 1915, l’Italia entrava in guerra contro l’impero austroungarico, proprio come sognava il mite ingegnere.

Morale della favola: mai stuzzicare gli uomini troppo tranquilli…

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