Velella, 51 morti per nulla

Velella

Era di casa alla Spezia, in arsenale. E poi è finito in fondo al mare trascinandosi dietro cinquantuno giovani vite. È il Velella, uno dei cento sommergibili che non sono tornati. Ma questo si porta dietro una storia particolare, una storia che più crudele forse non poteva essere per i ragazzi con il solino blu che vi erano imbarcati: morirono neppure ventiquattrore prima dell’annuncio dell’armistizio, armistizio firmato già da cinque giorni ma del quale la Marina era stata lasciata all’oscuro, per cui possiamo dire che furono mandati a morire per affrontare un nemico che nemico più non era. Morirono per niente.

Ebbene, individuato dodici anni or sono, a sessant’anni esatti dalla tragedia, lo sfortunato battello è ancora laggiù, a 130 metri di profondità, nell’azzurrissimo mare di Punta Licosa, nei pressi di Santa Maria di Castellabate, giacché, per quante attestazioni di buona volontà che da allora ogni tanto riaffiorano nei pubblici dibattiti, nessuno ha ancora posto seriamente mano a un progetto di recupero.

La storia del Velella – un battello il cui destino è evidentemente legato a doppio filo con la Spezia – è riaffiorata in tutta la sua tragicità nel 2003 quando, grazie proprio a una ditta spezzina, la Co.l.mar., che ha sede alle Pianazze, il relitto è stato individuato. Da tempo l’Anmi della cittadina salernitana lo stava cercando, tutti sapevano che doveva essere lì davanti, da qualche parte: lo sapevano i vecchi, lo sapevano i pescatori, lo sapevano gli appassionati di storia locale, ma alla lunga soltanto la sofisticata tecnologia della Co.l.mar. è riuscita nell’impresa. Solo che poi non si sono fatti passi avanti, e di un recupero, anche solo dei poveri resti di quei cinquantuno marinai, se poi laggiù, sul fondo, il mare ne ha conservato ancora, non si parla quasi più.

velella relittoVarato il 18 dicembre del 1936 nei cantieri Crda di Monfalcone, il Velella operò nella Flottiglia Sommergibili dell’A.O.I. (Africa Orientale Italiana) fino alla primavera del ’40 quando fu trasferito alla quattordicesima squadriglia del primo gruppo sommergibili della Spezia il cui comando era ubicato in una casermetta a San Vito di Marola. Era un battello lungo 63,14 metri e largo 6,90. L’armamento era costituito da sei tubi lanciasiluri, un cannone e quattro mitragliere antiaeree. L’equipaggio era composto da 44 unità, di cui quattro ufficiali, ma nel giorno del disastro a bordo c’erano 51 marinai. Quantunque fosse un sottomarino costiero, venne destinato alle operazioni in Atlantico sicché il 25 novembre del ’40 lasciò la Spezia per mettersi agli ordini di Betasom, la base sommergibilistica per missioni oceaniche installata a Bordeaux, dove arrivò nel giorno di Natale. Nell’Atlantico effettuò quattro missioni d’attacco silurando una petroliera di settemila tonnellate e un piroscafo di 3.200, forse affondandoli. Nell’agosto del ’41 il battello venne richiamato nel Mediterraneo, dove la situazione cominciava a farsi pesante, per pattugliamenti, agguati, scorte nei pressi delle coste spagnole, a sud delle Baleari, lungo le rive tunisine. La fine della guerra d’Africa con la sconfitta degli eserciti dell’Asse aprì la strada all’invasione alleata della Sicilia. Il 10 luglio del ’43 i primi mezzi da sbarco angloamericani approdarono alle spiagge dell’isola e il Velella, già messo in preallarme, fu immediatamente trasferito nelle acque sicule. Tuttavia, costretto da un’avaria a interrompere la missione e a fare rotta su Taranto, lungo il viaggio il sottomarino ebbe la ventura di individuare e recuperare cinque naufraghi di un aerosilurante italiano abbattuto. Eseguite le riparazioni, il Velella il 23 luglio fu di nuovo operativo, ma i suoi giorni erano contati.

Era il 7 di settembre quando lo sfortunato sommergibile agli ordini del tenente di vascello Mario Patané affrontò il suo ultimo viaggio. Da qualche tempo il fronte caldo si era spostato a Salerno, e ormai era chiaro che gli alleati avrebbero tentato di sbarcare su quei litorali, perciò quel mattino Maricosom decise di dare il via al cosiddetto “Piano Zeta” schierando due sommergibili (Giada e Turchese) a ponente della Sardegna, nove (Alagi, Brin, Diaspro, Galatea, Marea, Nichelio, Platino, Topazio e Velella) nel Tirreno meridionale, a copertura delle coste fra i golfi di Gaeta e di Paola, e altri quattro (Fratelli Bandiera, Bragadino, Jalea e Squalo) nello Ionio per cercare di contrastare la flotta angloamericana.

Dal momento dello stacco dalla banchina del porto di Napoli del Velella si perse ogni contatto. Nemmeno 24 ore dopo dai microfoni dell’Eiar il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio annunciò l’armistizio firmato cinque giorni prima a Cassibile con gli angloamericani.

Si disse poi – come conferma il Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare del marzo 2015 – che, essendo già stato firmato l’armistizio, quel dispiegamento di sommergibili era stato attuato d’accordo con gli americani per non insospettire i tedeschi. Una finta, insomma, e per una finta cinquantuno marinai persero la vita.

Soltanto nel dopoguerra fonti inglesi fecero sapere che l’unità italiana era stata silurata mentre navigava in superficie dal sommergibile inglese Shakespeare al largo di Punta Licosa alle 20 di quello stesso giorno. «Nessun superstite», annotava la documentazione britannica.

Cinquantuno morti per nulla!

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2 thoughts on “Velella, 51 morti per nulla

  1. io non sono un esperto e mi dispiace per i 51 caduti del Velella. Da una vita mi chiedo e cerco di capire (invano) le cause di una strage di battelli sommergibili come quella subita dalla marina italiana: grossomodo mi pare di ricordare che all’inizio delle ostilità la flotta di sommergibili italiana fosse una delle più numerose e potenti al mondo: circa 150 battelli. Se non erro circa 100 furono distrutti. a parte >la “favola ” della macchina enigma o altro credo che nessuna marina nel secondo conflitto mondiale abbia sofferto una così grande strage. Illuminatemi.grazie.

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