E la guerra partirà da Spezia

risorgimento

Cominciava a rischiarare – erano all’incirca le 6 – quando Cavour ricevette nella sua abitazione di Via dell’Arcivescovado, a Torino, Giuseppe La Farina, l’agitatore antiborbonico messinese che, dopo essere transitato dalle visionarie utopie mazziniane alle più sofisticate trame cavouriane, con Daniele Manin e Giorgio Pallavicino aveva finito per fondare la Società Nazionale. (…) E fu così che all’alba di quel piovoso giorno di settembre – il 12 – del 1858 il siciliano bussò alla porta di Cavour.
In quell’occasione il La Farina sottopose al capo del governo un piano che doveva innescare l’insurrezione e la richiesta di annessione degli Stati del nord al Piemonte con conseguente guerra all’Austria, la seconda guerra d’indipendenza. E anche in quel progetto, secondo quanto concordato a Plombières, per Spezia si confermava un ruolo di primissimo piano: doveva essere la base di partenza delle forze d’invasione capitanate da Garibaldi e da Napoleone III, i quali avrebbero dovuto per ciò ritrovarsi uno accanto all’altro sulle rive del golfo.

La data fatidica dell’inizio del conflitto doveva essere il primo maggio del 1859.

Cavour«Il Governo – spiegò il siciliano – farà in modo che verso quell’epoca si trovino alla Spezia due battaglioni di linea, due compagnie di bersaglieri e quattro pezzi di campagna. La notte del 30 aprile s’insorgerà a Massa e Carrara, si arresteranno le autorità Estensi, e si disarmerà il presidio. Questo movimento sarà aiutato da una banda (formazioni armate irregolari non riconosciute dal governo) che moverà da Lerici e da una che moverà da Sarzana. Calcoliamo d’avere in quei luoghi 300 persone atte alle armi. Questa gente sarà capitanata da Garibaldi. La mattina del primo maggio Garibaldi riunirà ai suoi militi gl’insorti di Massa e Carrara; traverserà gli Appennini, ed ingrossato da un’altra banda che moverà da Varese per Pontremoli, si getterà su Parma, dove potrà giungere ai 3 di maggio dopo mezzodì. Al suo appressarsi, se il presidio uscirà a combatterlo, i nostri amici s’impossesseranno dell’arsenale. Presa tra due fuochi, è probabile che la truppa parmense porrà giù le armi o si sbanderà. Se vorrà combattere sia dentro, sia fuori la città, bisognerà accettare il combattimento; se saremo battuti, ci ritireremo sugli Appennini; se vinceremo, marceremo rapidamente sopra Reggio e quindi sopra Modena».

«Il Governo piemontese – proseguiva La Farina – che in tutto questo non avrà preso alcuna parte apparente, protestando la necessità di assicurare i suoi confini occuperà Massa e Carrara, e, lasciate quivi due compagnie di linea e pochi Carabinieri, colla rimanente truppa farà custodire i due passi degli Appennini, naturalmente fortissimi, con lo scopo apparente di difendersi dagli Austriaci, con lo scopo reale di dare animo ai sollevati di Parma. Se l’impresa di Parma non riuscisse, se gli Austriaci tagliassero con forze imponenti la strada di Reggio e di Modena, Garibaldi si ritirerebbe su gli Appennini, e scenderebbe verso Pistoia, ingrossato con gli insorti del Fivizzanese e della Lunigiana, popolazioni animose e armigere. Se la fortuna ci seconderà, Garibaldi si spingerà innanzi alla volta di Bologna».

«La notte del 2 maggio i nostri amici del Lombardo-Veneto taglieranno i fili elettrici, romperanno le strade ferrate, metteranno fuoco ove sarà possibile tutti i magazzini di viveri, foraggi, attrezzi militari. La mattina del 4 una parte della flotta sarda con qualche truppa da sbarco entrerà nel porto di Livorno. Il pretesto di questa comparsa si ha benissimo nei moti della Lunigiana e del Pontremolese, che potrebbero cagionare un intervento austriaco. Si ritiene per certo che questa sola apparizione basterà a cacciare in fuga il Granduca e il suo Governo; si ritiene per certo che la truppa toscana non si batterà contro i cittadini, vedendo vicini i Piemontesi. Nel caso probabile che il Veneto e la Lombardia insorgessero, una parte delle forze radunate a Bologna, capitanate da Ulloa, passerebbero il Po, e Garibaldi si getterebbe nelle Marche. Volendosi un movimento più ardito, e forse più decisivo, si potrebbe da Massa attraversare gli Appennini, e pigliare la via di Garfagnana, Montecuccolo, Montagnano e Modena. In questo caso si rasenterebbe la Toscana e si lascerebbe a sinistra il Ducato di Parma. Credo che partendo da Massa la notte del 1° la sera del 15 si potrebbe giungere a Modena».
(…)
Con quello che bolliva in pentola, Cavour aveva l’assoluta necessità che a Spezia, a Sarzana e a Lerici tutto filasse liscio e tranquillo. Per questo, avendo saputo che l’intendente generale A.Conte aveva in animo di fare un salto da Genova a Spezia per verificare di persona la situazione, il 15 settembre, tre giorni dopo l’incontro mattiniero con La Farina, gli scriveva:«Faccio plauso al suo progetto di gita alla Spezia, non fosse altro per calmare gli esagerati timori dell’Intendente, dell’ufficiale dei Carabinieri, e del delegato di Sarzana che paiono fare a gara a chi le beve più grosse. Gli inutili apparecchi ci fanno ridicoli, e le soverchie misure di rigore ci rendono odiosi e nuocciono a quei ulteriori progetti che di viva voce le ho confidati». Si riferiva, evidentemente, agli accordi di Plombières.

Conte andò, e ciò che poté appurare rassicurò il Cavour il quale il 30 settembre gli scrisse: «Sono stato molto soddisfatto della sua relazione sul suo viaggio alla Spezia. Non dubito che d’ora in poi, si procederà in quella provincia con non minore fermezza, ma molto maggiore accorgimento».

(…)

Alla presenza di un suo segretario particolare e del La Farina stesso nella notte del 19 ottobre Cavour vergò di suo pugno la parola “Accettato” in calce al documento. Ma il La Farina era andato oltre esponendo anche i vantaggi che sarebbero derivati dal suo disegno strategico:

«1) L’esercito Sardo non si priverà che di pochissime truppe; 2) Si moverà da luoghi in cui la popolazione dello Stato è dispostissima a secondare la sollevazione: Lerici, Sarzana, Spezia; 3) Si agirà da luoghi in cui la Società Nazionale conta maggiori aderenti: Carrara, Massa, Fivizzano, Pontremoli, Piacenza, Parma, Reggio, Pistoia, Modena, il Veneto e le Romane; 4) Se alcuna delle fazioni proposte non riesce, non si corre rischio di rovinare la impresa; 5) Si propaga la sollevazione nei due versanti degli Appennini dove abitano le popolazioni più forti, armigere e malcontente; 6) Riuscendo, si piglia l’esercito austriaco tra due fuochi, o almeno si costringe a tenere gran parte delle sue forze sul basso Po e sul basso Adige; 7) Si evita la mescolanza pericolosa di esercito regolare e di bande insurrezionali; 8) Si fa comparire agli occhi di chi è disposto a non vedere, il Governo piemontese obbligato a pigliar parte per la difesa e sicurezza dello Stato; 9) Si lascerà aperta all’esercito piemontese la via di Toscana e Romagna in caso che credesse utile a’ suoi disegni di guerra girare il quadrilatero austriaco dell’Adige e del Mincio».

Seguivano quindi gli “Aiuti che si credono necessari”:

«Per i primi di novembre: fucili 300, carabine 100, pistole 200, polvere un quintale, piombo due quintali, capsule 20.000. Successivamente per i mesi di dicembre, gennaio, febbraio e marzo: fucili 8.000, carabine 2.000, polvere cinque quintali, piombo dieci quintali, capsule un milione. Sarebbe anche utile avere giberne di scarto 3.000, sacchi a pane 3.000. In quanto a denari, per tenere spie in tutte le piazze d’armi austriache e per tenere in punto tutto ciò che occorre e pagare il viaggio alle persone che si debbono far venire dai luoghi designati, bastano da novembre a marzo franchi 400 al mese. Quando sarà tempo di operare occorreranno un 50 mila franchi. Le requisizioni suppliranno al resto».

Giuseppe La Farina

Giuseppe La Farina

«E La Farina era tanto sicuro che il Governo piemontese avrebbe attuato tali disegni a danno de’ pacifici Stati vicini – affermava il papalino Paolo Mencacci (Storia della rivoluzione italiana, volume secondo, parte seconda) – che con una sua lettera da Torino, 20 ottobre 1858, al Dottor Bolognini a Lerici, dice, tra l’altre cose: Speriamo con fiducia di esser nel caso di dover agire nella prossima primavera. Il come e il dove sarà comunicato ai capi dei Comitati (della Società Nazionale – N.d.A.) verso la fine dell’inverno, ciascuno per la parte che lo riguarda; ma tenga per fermo, che noi agiremo e con moltissime probabilità di buona riuscita».

È interessante l’accenno che incontriamo nel piano di La Farina alla banda che nella progettata invasione del vicino Ducato doveva muovere da Varese Ligure. Ciò dimostra che anche nell’alta valle del Vara non erano irrilevanti i fermenti patriottici. Ed è da presumere che uno dei capi dei movimenti clandestini fosse quel tal Filippo Ferrari, varesino, che da lì a non molto ritroveremo nell’elenco delle mille camicie rosse di Garibaldi.

(…)

Com’era inevitabile, data la loro posizione geografica Lerici e Sarzana erano due località alle quali i dirigenti della Società Nazionale tenevano molto. Il La Farina coltivava i contatti con autorevoli personaggi della zona preparandoli al momento cruciale dell’inizio delle ostilità con l’Austria. In marzo per esempio Giuseppe Capitani accettava l’incarico di presidente del Comitato di Sarzana da lui offertogli, mentre l’8 luglio 1858 La Farina scriveva a Pietro Poggi di Lerici: «Il Comitato centrale sarebbe contentissimo che un comitato fosse instituito a Lerici, comune che si è fatto sempre distinguere per sentimenti liberi e italiani. Ella ha quindi da noi autorità d’instituire il detto comitato». E gli raccomandava di mettersi d’accordo con quelli di Sarzana per non pestarsi i piedi l’un l’altro. Una fitta corrispondenza il segretario della  Società Nazionale intratteneva con il cospiratore corso Giambattista Laffond che si trovava a Spezia.

Il 20 in una lettera al medico lericino Felice Bolognini, dopo avergli suggerito di «raddoppiare di prudenza nelle loro relazioni oltre il confine», La Farina aggiungeva: «Lerici è uno de’ paesi più amanti della causa italiana che siano nello Stato, ed il Comitato centrale ha quindi diritto ad attendersi da codesta energica popolazione un efficace e gagliardo concorso».

Le cose però non andarono come pianificato dal Cavour e dal La Farina.

Il 10 gennaio 1859 nel suo discorso di apertura dell’anno di fronte al parlamento subalpino re Vittorio Emanuele II pronunciò la famosa frase che fece rapidamente il giro di tutte le cancellerie europee: “Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti si leva verso di Noi”.

Di fatto era un annuncio di guerra all’Austria, sicché il 29 aprile l’esercito asburgico guidato dal generale Ferencz Gyulai varcò il Ticino, e come pronta risposta il 30 Vittorio Emanuele II gli mosse incontro alla testa delle sue armate comandate dal generale Alfonso La Marmora. Il 3 maggio, poi, Napoleone III dichiarò a sua volta guerra a Vienna.

cope 800

(Tratto da Gino Ragnetti, Ottocento, quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)

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