Il martirio di Deiva Marina

bombe

A volte ritornano. Sono i fantasmi del passato, e tornano, talvolta, sotto forma di un cilindro di metallo con la pancia piena di morte, come gli arnesi che di quando in quando affiorano qua e là per riportare alla mente i
giorni dell’Apocalisse di oltre settant’anni fa, quando il cielo vomitava incubi. Se non vado errato l’ultimo ritrovamento, nella nostra provincia, avvenne qualche anno
fa a Deiva Marina.

Ma perché in quei ribollenti mesi di fine ’43 un borgo tranquillo come Deiva, sprovvisto di fabbriche, con un bel mare ma senza un porto, lontano chilometri dalla principale via di comunicazione della zona, cioè la strada del Bracco, era d’improvviso finito nella tempesta tirandosi addosso quasi ogni giorno i Lancaster della Raf?

Pochi sapevano qual era, ma un motivo c’era, testimoniato da un semplice dato: alla fine della tragica danza le incursioni furono ben 43, come annotò nel suo libro Deiva Marina tra terra e mare il compianto Gerolamo Bollo, per molti anni sindaco di quel Comune.

Che cosa aveva dunque Deiva di così interessante da giustificare l’accanimento del Bomber Command? Non erano i ponti e i binari della ferrovia La Spezia-Genova, come si potrebbe credere, bensì alcune gallerie abbandonate della vecchia linea ferrata, tunnel del tutto innocui in apparenza, ma in realtà di grande importanza militare perché colmi fino al tappo di materiale strategico.

Infatti, da quando la Raf aveva cominciato a martellare la Spezia e il suo arsenale, i vecchi depositi non erano apparsi più tanto sicuri alle alte gerarchie della Marina e dell’Esercito, per cui si era deciso di mettere al riparo altrove quanta più roba possibile; e quelle vecchie gallerie parvero la soluzione migliore: potevano bombardare quanto volevano, gli inglesi, ma lì dentro non ci sarebbero mai arrivati davvero.

Nella galleria del Rospo, che si apre sul versante di Lavagna, vennero quindi stipati decine di migliaia di fusti di olio per aeroplani, mentre in quella verso Framura fu trasferito tutto lo stagno fino ad allora custodito in arsenale. Qui, per la vigilanza, furono mandati anche alcuni arsenalotti, guardiani e impiegati.

Dopo il fuggi fuggi dell’8 settembre, però, i tedeschi si affrettarono a mettere le mani su quel materiale e a portarselo a casa. Ogni giorno dalla località Fornace, situata al di là del torrente Deiva, verso Framura, partiva per la Germania un treno di quindici, venti carri carichi di olio. Poi toccò allo stagno. Furono i partigiani del posto a segnalare la cosa al comando del Cln, e la notizia, filtrata attraverso una missione alleata che operava con la Resistenza nel nord Italia, arrivò ben presto a Londra. Cominciò così il martirio di Deiva, sottoposta per giorni e giorni a bombardamenti che oltre alle distruzioni costarono anche due vite umane, un giovane caduto in via Embriaco, e una ragazza morta fra gli ulivi in località Rocchetti. E tutto per niente, perché i tedeschi, malgrado la distruzione di un ponte della vecchia linea ferroviaria, riuscirono comunque a trasferire in Germania tutto l’olio e tutto lo stagno.

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