L’amore al chiaro di luna

Il fosso

Da tre anni la piccola Spezia non viveva più nel suo secolare isolamento: nel 1823 per volere di re Carlo Felice era stata aperta la strada per Genova, opera che abbatteva il diaframma del Bracco consentendo il transito delle carrozze e dei calessi. In precedenza si poteva passare solamente a piedi, a cavallo o a dorso di mulo. Così, l’arrivo di viaggiatori per affari o per diletto aveva suggerito agli spezzini più intraprendenti e danarosi di aprire locande, osterie, ristoranti, alberghi. E dal canto suo il Comune si era dato da fare per abbellire la città realizzando (1825) quello che noi chiamiamo Il boschetto, cioè il giardino in cui si trova il palco della musica.

Tuttavia la crescita dei traffici, l’arrivo di turisti (nel 27 avrebbe pernottato all’albergo Universo Alessandro Manzoni con tutta la sua numerosa famiglia), la sosta nel golfo di numerose navi da guerra italiane o straniere,  il via vai dall’approdo di San Vito di tartane e di altri bastimenti che trasportavano olio, vino, blocchi di arenaria estratti dalle cave del golfo, pietre lavorate, marmi, prodotti commestibili e manifatture, procuravano abbastanza di frequente un po’ di “clienti” anche all’ospedale Sant’Andrea: gente che si era ammalata durante il viaggio o che era rimasta vittima di qualche incidente lungo la strada, com’era per esempio accaduto nell’estate del ’30 ad August Goethe, figlio naturale di Wolfgang Goethe, infortunatosi poco prima di arrivare a Spezia per il ribaltamento del suo calesse a due posti. E il nosocomio spezzino era sempre in grado di accogliere e di curare tutti alla perfezione.

Come ci fa sapere Casimiro Bonfigli, nel 1826 il titolare dell’Abbazia dell’Assunta, Giuseppe Merani, in una relazione all’Archivio di Curia sottolineava l’inappuntabile stato dell’Ospedale, perché conservato dalla Commissione ospedaliera composta da cinque preclari personaggi della città, con il Sindaco per Presidente. «Nell’edificio sono accolti quanti malati si presentano – diceva – anche gli Esposti (così erano chiamati i trovatelli) e questi a spese della Provincia. Tutti sono bene serviti, tanto nello spirituale che nel temporale. In città i Medici fanno il loro dovere riguardo agli ammalati anche per quanto riguarda l’assistenza spirituale. Vi sono due ostetriche che fanno il loro dovere e che sono di ottimi costumi».

Merani allargava poi il discorso al modo di vivere della gente del paese: «La vita trascorre in un clima di fiducia e di morigeratezza, non ci sono malviventi viziosi, anche se non mancano i difetti, tra i quali l’intercalare del discorso con la bestemmia; la gioventù fa l’amore senza abusi, ci sono in città molte osterie, bettole e cantine molto frequentate, specialmente dove la qualità del prodotto è migliore, ma non nascono disordini, nonostante che concorrano anche le donne».

E sulle donne l’abbate osservava che «il loro vestiario è conforme alle regole della modestia, solo che alcune fra le signore stanno in chiesa con il cappello di paglia, che sembra un ornamento».

Sia la strada aperta nel ’23 che portò parecchio traffico, quindi affari, sia l’estendersi dei giardini pubblici indussero gli abitanti del sonnacchioso borgo a uscire finalmente dalla cinta muraria e a prendere confidenza con la marina e con il mare, luoghi che – parrà strano – per seicento anni, se si esclude qualche pescatore, essi avevano pressoché ignorato. Come testimoniano i dipinti del Fossati e del Valle, non molte erano le barche in mare o tirate in secca.

Le famiglie si abituarono pertanto alle passeggiate lungo Via San Francesco, la strada alberata che conduceva a San Vito, gli uomini ingannavano il tempo con le bocce o con la morra nella frescura di un bosco di olmi che ombreggiavano il ponte alla foce del Canale del Fosso, e i bambini giocavano a nascondino o a moscacieca fra gli alberi e la macchia.

Era lì, lungo quel viale, o lungo la via litoranea, che all’imbrunire, soprattutto nelle sere d’estate, passeggiavano mano nella mano gli innamorati. Lì, ai margini della strada rischiarata solo dalle stelle, dalla luna e dalle lucciole, fra gli ulivi, i campi di grano, i pergolati e il frinire dei grilli, sommessi sussurri raccontavano di storie d’amore, di prime trepidanti tenerezze giovanili, di dolci scoperte.

Una vita, quella vita, che cominciava dunque ad aprirsi verso l’esterno, di là dalle mura. Sotto questo aspetto si può dire che solo allora per Spezia e per gli spezzini finiva il Medio Evo.

Insomma, sì, era un piccolo borgo, la gente non aveva granché per vivere, però vi si stava bene, come discretamente bene ci stiamo anche oggi, del resto. Perché negarlo?

«La dolcezza del clima della Spezia e delle rive del golfo – diceva Antonio Zolesi – rende grato oltre ogni dire il soggiorno che riesce singolarmente benefico ai malati delle settentrionali contrade. Se la primavera è spesso incostante per la varietà dei venti che in questa stagione si alternano, l’inverno vi è mitissimo e di poca durata: la tramontana, il levante e lo scirocco sono i venti che talvolta ne turbano il tranquillo suo corso. L’estate, mitigata sensibilmente dai venti di mezzogiorno, e l’autunno che porta seco stupende giornate di sereno riescono le più amene stagioni».

Ė da tenere anche conto, nel giudicare la qualità della vita del piccolo borgo, che il Regno di Sardegna era considerato uno degli Stati più arretrati d’Europa, e di conseguenza non erano frequenti le occasioni di crescita che si offrivano all’estremo lembo meridionale del reame.

(Tratto da Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia (Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)

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