Sotto il cielo d’Irlanda

Irlanda

Ceàd Mìle go Bhaile Atha Cliath.

Come dice, scusi?

Welcome to Dublin, benvenuto a Dublino, signore

E così, questa è Dublino. Il volo BPA 146 delle 13,50 da Pisa è andato liscio come l’olio, neanche l’emozione di un piccolo sobbalzo per un vuoto d’aria. Meglio così. Dopo il sorridente Ceàd Mìle go… eccetera della graziosa hostess sul portellone dell’aereo, Dublino ci viene incontro per salutarci fin dentro l’aeroporto: un caos indescrivibile – lo stesso caos che ritroveremo nelle strade della città – con centinaia di persone a contendersi ogni metro quadrato di pavimento dell’hangar accalcati attorno a tredici nastri trasportatori che da pertugi nascosti dietro robusti tendoni neri vomitano a getto continuo valigie, sacche, zaini e borsoni. Ce ne sono di dannati in questa bolgia infernale, tutti assatanati nella caccia ai bagagli!

Finalmente ritirata la nostra roba, eccoci al punto di ritrovo della comitiva, dove ci attende la guida che ci accompagnerà per tutta la vacanza, un giovane irlandese che ha vissuto alcuni anni a Roma, e che quindi parla perfettamente l’italiano. Gita organizzata con un pullman GT condotto da Quilan, un corpulento quanto taciturno autista pronto a scorrazzarci in lungo e in largo per la magica isola smeraldo.

Se qualcuno vi dice che in Irlanda piove quasi sempre, beh, dategli ascolto. Ma se è vero che piove spesso, pressoché tutti i giorni, è anche vero che viene giù una pioggerellina quasi piacevole, che manco bagna, si direbbe. L’importante è essere attrezzati: consiglio di portarsi dietro un ky way, un ombrello leggero, scarpe comode, e di vestirsi, come si dice, a carciofo, perché sebbene a settembre le temperature non siano mai rigide, sovente il vento dell’oceano ci fa pentire di esserci alleggeriti troppo.

Breve corsa in torpedone, una decina di chilometri, lungo la E01, ed eccoci davanti all’albergo in Grafton Street, la strada elegante di Dublino, pedonale e perciò animatissima e ricca di negozi. Ci spiega Seán, la guida, che a un capo della strada ci sono i giardini del famoso Trinity College, e all’altro il grande parco di Stephen’s Green, entrambi tappe del giro della capitale che faremo negli ultimi due giorni del tour. Intanto, siccome la cena incombe, abbiamo una mezz’oretta di tempo per dare un’occhiata ai negozi dei dintorni.

Dopo avere familiarizzato un po’ con i nostri compagni di avventura, eccoci a tramare, noi e altre due simpatiche coppie più o meno della nostra età che erano al nostro tavolo, per decidere come ammazzare la serata evitando però di portarci dietro un lui e una lei, all’incirca nostri coetanei, con una straordinaria propensione, soprattutto lui, ad attaccare bottone per raccontarci tutto della sua vita.

Sganciati gli importuni, eccoci finalmente in giro nella notte di Dublino. In verità, niente idee trasgressive: una visita d’obbligo a Temple bar dove però ci sentiamo un po’ degli alieni dal momento che il quartiere pullula di ragazzi mentre noi, ragazzi, lo… eravamo. Il tempo di prendere una Guinness e ascoltare un po’ di irish music, ovviamente al Temple bar pub, giusto per rompere il ghiaccio con l’Irlanda, e fare poi due passi sull’Ha’ penny bridge, tanto per vedere il Liffey di qua e di là, ed eccoci di nuovo in Grafton street per tornare in albergo rimandando la vagheggiata visita al Brazen Head, noto come il più vecchio pub d’Irlanda.

“Non fate tardi – aveva ammonito Seán – perché domani abbiamo un bel po’ di chilometri da fare”.

Il giorno seguente, alle 8,30 in punto tutti in pullman diretti a sud. Scendiamo al Kerry per il famoso Ring percorrendo una strada che si snoda fra verdissime campagne solcate da infiniti muretti di pietra, così tanti e così robusti che spontanea sorge una domanda: ma a cosa servivano? Troppi e troppo massicci per cintare semplicemente delle proprietà, o per impedire incursioni di animali, o anche per proteggere le coltivazioni dal vento.

Non ci vorrà molto per capire che tutta la verde Irlanda è intagliata da quei muretti come una pietra preziosa: uno smeraldo, appunto. E non ci vorrà nemmeno molto per capire a cosa serviva quell’infinita teoria di pietre messe una sull’altra con maniacale precisione. E dove, sennò? Quella è una terra povera, anzi, spesso non c’è neppure la terra: solo sassi. Per trovare un po’ di terra, mischiandola addirittura con le alghe per fertilizzarla, è necessario estirpare prima tutte le pietre e… E metterle dove? Spendere un sacco di soldi per portarle dove? Ecco allora i muretti, utili contro il vento, ma comunque presenza ineluttabile.

Abbiamo alle spalle un’ora e mezzo di viaggio, o poco più, trascorsa in compagnia della musica degli U2, quando ai finestrini del pullman compare il Medioevo nelle sembianze un’inquietante rocca piantata su uno sperone di roccia ricoperto dal solito mantello verde. Ci fermiamo, perché non si può venire in Irlanda e non visitare il castello di Cashel, uno dei siti archeologici più famosi dell’isola. La Rock of Cashel, che si raggiunge con una comoda camminata, in lieve salita, di una decina di minuti, dopo avere acquistato la card al Rock of Cashel Shop, rimase uno dei maggiori punti di riferimento religiosi di tutta l’Irlanda fino a quando nel 1647 dopo un lungo assedio il famigerato (per i figli di Erin) Oliver Cromwell non espugnò la rocca e massacrò i suoi tremila abitanti. Da vedere la Sala dei cantori dov’è custodita la croce di San Patrizio (la leggenda racconta che in questo luogo il santo abbia colto il trifoglio – divenuto per ciò il simbolo dell’Irlanda – cui ricorse per spiegare al re di Munster il mistero della Santissima Trinità), la King Cormac’s Chapel, la cattedrale gotica, la torre circolare e il suggestivo cimitero costellato di croci celtiche.

Lasciateci alle spalle le inquietanti atmosfere medievali di Cashel, ci mettiamo in rotta per Kenmare che ci aspetta 135 chilometri più a sud. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo per un pisolino, o per apprezzare le colonne sonore che Quilian, il nostro autista-deejay ci propone come sottofondo del rombo del motore. E in quell’orgia di Cranberries, Chieftains, Dubliners, Enya e U2, io ho scelto per i miei “preferiti” … Maire Brennan, e in particolare le sue ballate Dream on e The Days of the Dancing.

Osservando il paesaggio che ci circonda vengono inevitabilmente alla mente film visti al cinema in tempi lontani, e poi visti e rivisti in qualche canale Tv, anche se non al pari di Pretty woman, Ghost e Mamma ho perso l’aereo. Ben diversi i film irish. Fra i tanti, ricordo Gente di Dublino di John Huston (Joyce, letto e riletto), The Committments di Alan Parker, Cuori ribelli di Ron Howard, il mitico L’uomo di Aran di Robert Flaherty, Un uomo tranquillo di John Ford, Un taxi color malva di Yves Boisset, In nome del padre di Jim Sheridan, Barry Lyndon di Stanley Kubrick, Michael Collins di Neil Jordan, La figlia di Rayan di David Lean. Alcuni, dei veri capolavori.

Kenmare è una colorata e vivace cittadina balneare di circa duemila abitanti adagiata sulla riva della parte più interna di un fiordo che porta il suo nome. Se amate il golf, c’è un bel Golf club, se vi piace ascoltare la musica folk irlandese tenendo in pugno una pinta di Smithwick’s, i pub non mancano, e se andate pazzi per le storie misteriose del passato, beh, ecco il Druid’s circle, o Stone circle – misterioso cerchio di pietre dove nell’antichità venivano celebrati riti magici – per non dire della pesca, da terra o in barca; d’altronde Kenmare è un villaggio di pescatori che ha scoperto l’oro del turismo, quindi si può immaginare l’emozione di una giornata a caccia di salmoni o di trote! Ma questo vale per tutta l’Irlanda, mare o fiumi, non importa.

Da Kenmare si parte per il Ring del Kerry, tappa obbligata di ogni turista che voglia vedere davvero l’Irlanda. Pochi chilometri, e già siamo di nuovo fermi: c’è da visitare Muckross House, una splendida dimora vittoriana della prima metà dell’800 situata fra Muckross Lake and Lough Leane, due dei molti laghi e laghetti che caratterizzano la zona di Killarney. Un incanto i giardini della villa, famosi in tutto il mondo, con giochi d’acqua, rocce, rododendri e azalee. Il tempo però vola, e bisogna ripartire sulle strade del Ring.

Questo è un itinerario di duecento chilometri che ci conduce dalla selvaggia bellezza del Killarney National Park – spettacoloso il paesaggio che si gode dal Lady’s View, roba da restare senza fiato – alle morbide verdi colline che degradano verso laghetti azzurri sparsi in praterie di erica in fiore, per arrivare infine alle frastagliate scogliere della penisola di Inveragh. Killorglin, Glenbeigh, Caherciveen (nei pressi del quale ci fermiamo per il pranzo gustando un ottimo irish stew e ammirando lo spettacolo dell’oceano), Waterville, e Sneem sono i villaggi molto carini che si incontrano sulla via del ritorno a Kenmare. Waterville, una fila di casette variopinte stese dirimpetto alla spiaggia, con negozietti, locande, gli immancabili pub, e uno dei più bei campi da golf del mondo, era il buen retiro di Charlot, al secolo Charlie Chaplin. Un paesino che colpisce per il silenzio, malgrado la presenza di tanti turisti. Davanti a noi c’è l’Atlantico. Purtroppo lo scarso tempo a disposizione – rammarico mitigato dalle condizioni proibitive del mare – non ci consentono di fare una puntata alle Skellig Island – Little Skellig e Great Skellig – che Seán ci descrive come un miracolo della natura e dell’uomo.

Sono così belle?

“Sono uniche, non a caso l’Unesco le ha dichiarate patrimonio mondiale dell’umanità. Sulla cima di Skellig Michael, la più grande, ci sono i resti di un incredibile monastero medievale, con sei capanne ad alveare e due chiese. Per arrivarci bisogna farsi 600 gradini, perché si va a circa duecento metri sul livello del mare, però vale senz’altro la pena di farsi una faticata del genere, perché lo spettacolo è straordinario. Là vivono migliaia di uccelli marini, è un autentico santuario ornitologico. Ma ci vogliono tre ore di barca per andare e tre per tornare, e l’oceano quasi sempre agitato impedisce per fortuna l’afflusso di troppi turisti. Con il mare di oggi, per esempio, a Ballinskelligs, il villaggio più vicino a quegli scogli, non troveremmo un solo pescatore disposto a portarci fin laggiù, anche perché alla Great Skellig non c’è nemmeno un porticciolo protetto, c’è solo un attracco per barche. Troppo pericoloso anche quando l’Atlantico è appena mosso”.

Il quarto giorno di viaggio in pratica è una tappa di trasferimento a Lisdoonvarna, nella contea del Clare, con sosta intermedia per il pranzo ad Adare, nella contea di Limerick. Adare, un villaggio di duemila anime, è considerato un patrimonio dell’Eire, e non a caso è una delle mete turistiche più frequentate dell’Irlanda sud occidentale. Merita certamente vedere i caratteristici cottages con i tetti di paglia fra i quali spicca il Blue Door, un ristorante caratteristico.

Tornati in pullman, attraversiamo Limerick, una città piuttosto grande per i parametri irlandesi – oltre 50mila abitanti – divisa in due dallo Shannon, il maggiore fiume dell’isola. Capoluogo dell’omonima contea, nella provincia di Munster, Limerick è famosa per il rugby e per l’hurling, uno degli sport più popolari fra gli irlandesi (nei giardini delle case svettano quasi ovunque lunghe pertiche sulle quali sventolano orgogliose le bandiere della contea), ma soprattutto per essere stata la culla dei Cranberries, una delle bande celtiche più applaudite nel mondo. Ci sarebbero molte belle cose da vedere, ma come ci ricorda sempre Seán il tempo stringe, bisogna correre. È la pena da scontare nei viaggi organizzati: difficilmente si sta fermi. Per fermarci e riposare un po’ dobbiamo arrivare a Lisdoonvarna, un centro termale di un migliaio di abitanti situato nel cuore del Burren.

Per chi ama le cose del passato, poco lontano da qui c’è – ma noi non ci possiamo andare per la solita dannata storia del tempo che manca: d’altronde in Irlanda ci sono un sacco di cose da scoprire – il famoso dolmen di Poulnabrone, sito archeologico di straordinario interesse.

“Lisdoonvarna – ci spiega Seán con un sorriso – è popolare in tutta l’isola anche per una curiosa manifestazione che si svolge a settembre nell’ambito del festival musicale conosciutissimo in Irlanda. Si tratta del Matchmaking fair, una tradizione che vive da almeno quattro secoli e che detta oggi fa un po’ sorridere: tra feste e balli e grandi bevute uomini e donne, celibi e nubili, o comunque single, si incontrano qui per cercare l’anima gemella. Superfluo dire che in quei giorni la birra scorre a fiumi!”.

Dopo una serata senza storia, il mattino seguente, scendendo di nuovo per qualche chilometro a sud, con le musiche dei Cranberries, di Sinéad O’Connor e degli “Youtwo” nelle orecchie, eccoci approdare alle soglie dell’infinito: le Aillte an Mhothair, conosciute in tutto il mondo come Cliffs of Moher, otto chilometri di muri di pietra a precipizio sull’oceano, scogliere mozzafiato che nel punto più alto arrivano a 240 metri dal mare. E qui, in mezzo a colonne di turisti militarizzati che vanno e vengono dai pullman seguendo disciplinatamente gli impietosi follow me dei loro comandanti, vale a dire le impazienti guide, comincia il “vado o non vado?”, perché la sfida è di quelle che intrigano parecchio, che non si possono ignorare. Roba da cuori forti!

I moderni Ok corral sono dei lastroni di arenaria che a guisa di terrazze si allungano nel vuoto, e lì gruppetti di giovani e meno giovani, maschi e femmine, sfidando la fifa e le vertigini strisciano, pancia a terra, fin sull’orlo della balconata, sino ad arrivare a sporgere la testa sull’abisso per perdersi con lo sguardo appunto nell’infinito. Ci vuole fegato? Ma no, si può fare. Anzi, si fa, a costo di impolverare un po’ i jeans e il keeway! Uno spettacolo impressionante si apre davanti agli occhi, con l’oceano che scintilla al sole schiumando muto laggiù, contro gli scogli, e con migliaia di uccelli, cormorani, procellarie, gabbiani e soprattutto quelli che qui chiamano puffins, che volano infaticabili in un incessante andirivieni tra un universo di nidi incastonati nelle fenditure della roccia, una miriade di grotte, la pastura, e gli amori. Davvero uno spettacolo!

Lasciate le “scogliere della rovina”, entriamo nella preistoria. Prendendo stradine che si discostano un po’ dal mare infilandosi nell’interno scopriamo il Burren, la regione della contea di Clare dove, come scrisse Edmund Ludlow, il braccio destro di Oliver Cromwell durante la mattanza dei ribelli irlandesi nel 1651-52, “non c’è abbastanza acqua per annegare un uomo, né abbastanza alberi per impiccarlo, né abbastanza terra per seppellirlo”. Parole spietatamente vere, come avremo modo di verificare.

Il Burren è uno sconfinato mare di pietra: grigio, roccia dappertutto, e in mezzo pozze d’acqua piovana, grotte, piccoli ruscelli che d’improvviso scompaiono, inghiottiti da una fenditura del terreno. Ma la cosa straordinaria, in mezzo a tante cose straordinarie, è che non è solo pietra: fra gli interstizi della roccia spuntano infatti muschi, licheni e piccoli meravigliosi fiori selvatici. In questo tavolato di pietra, almeno lì la vita ha il sopravvento sulla morte.

“Ci sono soprattutto genziane – racconta Seán – ma avendo il tempo di esplorare bene il terreno potreste scoprire anche minuscole orchidee, davvero belle. I geologi spiegano che queste rocce calcaree, formatesi nel Carbonifero, sono state poi plasmate durante la glaciazione alla quale sono sopravvissute alcune specie vegetali artiche e alpine, quindi piante tipiche dei paesi del gelo che si trovano a convivere con le più nordiche delle specie mediterranee. Del resto in Irlanda non si raggiungono mai temperature troppo rigide”.

Si prova una certa inquietudine a trovarsi in questo mondo alieno. Camminiamo su piastre di pietra calcarea lisce che sembrano essere state levigate con lo smeriglio, anche se sappiamo che è l’effetto del vento e della pioggia. Chilometri e chilometri di blocchi squadrati estesi in tutte le direzioni; non per nulla il nome del Burren in gaelico è Boireann, che significa “paese pietroso” o anche “grande roccia”.

“Questo è il karst”, ci dice Seán indicandoci quel pavimento grigio sul quale per secoli era passato solo qualche pastore con le sue greggi, e che ora viene invece calpestato ogni anno da decine di migliaia di turisti ansiosi di ammirare un luogo unico, perché quello del Burren è davvero un paesaggio unico.

“Questi piastroni di pietra – ci spiega la guida – che si chiamano clints, sono stati creati in tempi preistorici prima dal ghiaccio e poi dal vento e dalla pioggia che giorno dopo giorno hanno fratturato il calcare nel punto più fragile creando questo sconfinato reticolo di grykes, di fessure che sembrano fatte con una lama. E in mezzo alle fessure, dove il vento ha depositato un po’ di terra, cresce questa flora straordinaria, che credo non abbia uguali, per varietà, in Europa. Dovreste vederlo in primavera! Quello che ora è verde, in primavera è una distesa di blu, il blu delle genziane, e vi assicuro che è uno spettacolo straordinario”.

Proprio così. Scopriamo infatti subito che quella che a prima vista ci era sembrata una terra morta pullula al contrario di vita: le pozze d’acqua, piccole sorgenti, doline, anfratti, grotticelle, ma soprattutto i fiori, piccolissimi fiori che si fanno largo a forza nella roccia, e poi gli insetti, che ronzano indaffarati su quei fiori e gli uccelli che volano indisturbati da una collinetta di pietra all’altra abbuffandosi di vermetti. La vita, appunto. Questo è il Burren, dunque, un altro incredibile angolo dell’isola smeraldo. E mentre sono lì che scatto qualche foto, capisco che non lo dimenticherò mai più.

Staremmo volentieri ancora un po’ in quella meravigliosa desolazione, ma il dovere ci chiama: c’è Galway che ci aspetta. Secondo molti irlandesi, ma anche molti turisti, Galway – Gaillimh in gaelico – è la più bella città dell’isola, capitale della cultura gaelica e della musica tradizionale, incrocio delle più disparate culture, amata da poeti, scrittori e artisti. A me, kennediano da subito, basta capitare in Eyre Square, e scoprirvi un parco memoriale dedicato a John Kennedy, per amarla a prima vista. JFK visitò Galway nel 1963, cinque mesi prima di essere ucciso. Pur essendo la più grande città dell’occidente irlandese, con le sue casette colorate e le insegne ancora dipinte a mano, Galway si conserva un centro ancora a misura d’uomo, con gli innamorati che si scambiano tenerezze sotto gli alberi sull’erba del parco, con artisti di strada agli angoli più frequentati della città, musicisti, mimi, saltimbanchi, o pittori che ritraggono scorci delle vie più caratteristiche.

E le Aran? Scopriamo le Aran, ma non possiamo vederle. Ci vorrebbe un giorno in più, ma noi non lo abbiamo. Peccato, perché le isole Aran sono un Gaeltacht, un posto magico dove il passato non muore, dove – non ci crederete – vivono i folletti, a cominciare dal dispettoso leipreachán, e dove ancora si parla il gaelico. Sono laggiù, a 90 minuti di traghetto da Galway, ma per noi è come se fossero dall’altra parte dell’Atlantico. Sarà per la prossima volta, ci ripromettiamo. Le Aran, ma tutta l’Irlanda per la verità, sono famose per i maglioni, tanto che a Inis Mòr, l’isola più grande, c’è persino un Aran Sweater Market and Museum, il museo dei maglioni. Questi indumenti, di lana grossa e piuttosto abbondanti, sono decorati con disegni diversi, ogni famiglia aveva un suo disegno distintivo, come gli antichi stemmi araldici, di modo che, racconta la leggenda, si potessero identificare i cadaveri di pescatori che di quando in quando venivano ripescati in mare. Sono comunque dei bei maglioni, e li trovate un po’ ovunque. Vabbé, bando alle tristezza della dura vita degli araners, e torniamo ai giorni nostri, a Galway! Un panino e una birra consumati su una panchina di Eyre Square, e via di nuovo in pullman in direzione nord.

E ancora una volta entriamo in un altro mondo: il Connemara, O’ Neachtain in gaelico, desolata regione del Connaught. Attorno a noi, mentre percorriamo la Sky road, un tragitto collinare che seguendo la linea di costa ci rimanda l’oceano, disteso una cinquantina di metri più in basso, è tutto un susseguirsi di infinita solitudine, con il rincorrersi dal finestrino del pullman di ruscelli, di fiumi dall’acqua scura, e di laghi e di stagni talvolta viola talvolta d’argento nell’ondulata morbida brughiera, con vaste pianure di torba e colline di torba e pezzi di torba tagliati e accatastati in monti di torba – torba dappertutto – fino ai piedi delle Maumturk Mountains e dei Twelve Bens, e fino alla frantumata scogliera, tutta fiordi, irsuti promontori, lingue di pietra ricoperte di arbusti infiltrate nel mare traforato da una miriade di scogli. In questo labirinto di acqua e di rocce si perdono a vista d’occhio chilometri e chilometri di immancabili muretti a secco. Lungo le rive dei laghi e dei ruscelli, brucano fra le rocce piccole greggi di pecore con il muso nero e la groppa segnata con croci di pittura rossa, o celeste, o verde, perché i padroni possano riconoscerle come proprie. E poi anatre, cigni selvatici, e rododendri, distese sconfinate di rododendri.

La sosta per il pranzo è a Clifden. È il capoluogo del Connemara, ma non aspettatevi per questo una città. Clifden è infatti un piccolo, coloratissimo e piacevole villaggio collinare dove vivono duemila anime a dire tanto. Qui, ci dice Seán, ai primi del Novecento Guglielmo Marconi costruì il suo più grande telegrafo transatlantico senza fili per comunicare con Terranova. Insomma, c’è profumo d’Italia. Dopo avere conosciuto e apprezzato uno squisito lamb stew, una sorta di spezzatino di agnello accompagnato da una Guinness, e sorbito un altrettanto squisito irish coffe (caffè ben caldo e zuccherato, wiskey e panna), si riparte, ineluttabile destino dei partecipanti a un viaggio organizzato: guai a chi resta indietro, un sordo brontolio di Quilan, l’autista, sarebbe la meritata rampogna.

Di nuovo in marcia, dunque, per Castlebar (Caisleán an Bharraigh) capoluogo della contea di Mayo, sempre nella provincia del Connacht, dove arriviamo a sera. Non prima però di avere fatto una sosta per visitare la Kylemore Abbey. La raggiungiamo percorrendo la strada N59 che sale al Pass of Kylemore e penetra nella Kylemore Valley, tra Dourraghs Mountains e Twelve Bens, lungo il fiume Dawros. Un mondo verdissimo con laghetti dall’acqua quasi blu, e sulla riva quello che sembra un castello delle fiabe: appunto la Kylemor Abbey, un bellissimo imponente edificio in stile neogotico costruito nel XIX secolo da un parlamentare inglese. Castlebar è la località più settentrionale del nostro tour dell’Irlanda, da domani si ricomincia a scendere per tornare a Dublino: la vacanza è ormai agli sgoccioli.

Dunque, l’indomani, diversamente dal solito partenza alle 7,30 e non alle 8, perché ci saranno da fare 235 chilometri – in tre orette potremmo cavarcela, ma ci sono parecchie cose da vedere – con sosta per il pranzo lungo il tragitto. Non sarà però una semplice tappa di trasferimento perché ammireremo un altro degli inestimabili gioielli dell’isola smeraldo. Superata Athlone, pieghiamo infatti a sud sulla N62 e in breve siamo sulle rive dello Shannon dove un grande parcheggio ospita già decine e decine di torpedoni Gran Turismo. Ci aspettano i resti della più grande città monastica d’Irlanda: Cluain Mhic Nóis, Clonmacnoise, per chi non ha dimestichezza con il gaelico irlandese. Siamo davvero immersi nel Medio evo. Sopravvissuti a razzie, saccheggi e devastazioni, rimangono oggi gli avanzi di un castello, oltre duecento pietre tombali con iscrizioni che risalgono anche al VI secolo, otto chiese, un paio di torri, tre grandi croci celtiche scolpite e una cattedrale. E come giri d’attorno lo sguardo ti godi il placido Shannon che scintilla al sole. Tutti a scattare foto e a comprare cartoline e souvenir al Book shop, finché Seán non ci richiama all’ordine: “Signori, in carrozza, si riparte”.

Dublino aspettaci, arriviamo! La capitale si gira bene, non è una metropoli, e una volta fissatisi bene in testa i principali punti di riferimento il gioco è fatto: il Liffey – il fiume che la attraversa da cima a fondo – e i suoi quays, tanto per cominciare, e poi Grafton Street (una sosta al Bewley’s Café è d’obbligo), il Trinity College (imperdibile l’appuntamento con la Old Library e con il Book of Kells), l’Half Penny Bridge, St. Stephen’s Green, la St. Patrick Cathedral, la Christ Church Cathedral, Temple Bar, e O’Connel Street, la strada principale della capitale.

Vagando senza metà nelle vie dublinesi si respira un’aria magica. Sembra di rivivere nell’Ulisse o in Gente di Dublino di Joyce, o di trovarsi Samuele Beckett come compagno di bevuta in un vecchio e fumoso pub mentre un’orchestrina suona musiche gaeliche; e poco più in là c’è Oscar Wilde che conversa con George Bernard Show e con William Butler Yeats, intanto che Jonathan Swift…. Poi tutto pian piano svanisce, e attorno a noi e alle nostre valigie resta solo, di nuovo, la ribollente modernità dell’aeroporto. La romantica vacanza sotto il cielo dell’isola smeraldo è insomma finita, e mentre il sole scende a incendiare l’oceano dalle parti delle Aran, il volo BPA 147 già rulla sulla pista dell’Aerfort Bhaile Átha Cliath per riportarci a casa. Ma la dolce Irlanda verrà con noi, l’abbiamo rapita e rinchiusa per sempre nel nostro cuore.

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