Piazza Verdi e i fantasmi del Torretto

ruderiFra i tanti interventi sulla querelle che da anni ormai ha il suo epicentro in Piazza Verdi, e in particolare sugli ultimi ritrovamenti, alcuni, dei più recenti, mi hanno colpito per talune sorprendenti affermazioni. In vari post sui social network si parla di  “… resti del Politeama e gli altri, probabilmente precedenti”, e addirittura c’è chi sostiene di avere saputo dal solito amico, amico di un archeologo che ha osservato il sito da lontano, non avendo ovviamente avuto il permesso, in quanto estraneo, di accedere al cantiere, che lì ci sono reperti risalenti al Seicento. Che genere di reperti non è dato conoscere. E chi mostra di saperla lunga fa il misterioso, limitandosi ad allusioni sparse con il contagocce. La cosa comincerebbe pertanto a farsi interessante, se la notizia fosse vera.

Non facendo parte della cerchia dell’amico dell’amico, non sono in grado di dire nulla in proposito. Curioso sì, sono proprio curioso di sapere quando quella “bomba” sarà fatta esplodere, ma francamente sono pure dubbioso. Perché il silenzio su tale “scoperta” dura da troppo tempo.

Chi è il depositario di questa verità? Per forza di cose deve conoscerla – sarebbe clamoroso se così non fosse – la Soprintendenza ai beni archeologici della Liguria, giacché per suo conto un’archeologa, l’unica che a quanto ne so abbia avuto accesso al cantiere, ha condotto un’indagine su tutta l’area delle fondamenta del vecchio politeama Duca di Genova. Potrebbe un organo dello Stato tacere una notizia così importate, nella consapevolezza che con il silenzio non farebbe altro che avvelenare ancora di più il clima da guerra civile che da un paio d’anni si è instaurato alla Spezia?

Quindi i casi sono due: o la Soprintendenza non sa nulla di quei reperti “risalenti al Seicento”, oppure sa e tace, il che sarebbe davvero grave.

Scartate queste due ipotesi, non resta che pensare al misterioso E.E., l’Esperto Estraneo, il quale, pur avendo visto da lontano, sarebbe riuscito non solo a scoprire un qualcosa che nulla aveva a che spartire con il politeama, e che era sfuggito persino all’archeologa della Soprintendenza, ma addirittura a stabilire che erano “pezzi” risalenti al Seicento.

E anche qui i casi sarebbero due: o il signor Ignoto 1, vale a dire l’Esperto Estraneo, ha informato la Soprintendenza, e di conseguenza torneremmo al discorso di cui sopra sull’incomprensibile silenzio; ovvero ha tenuto la scoperta tutta per sé, violando tuttavia la legge che impone di denunciare entro le 24 ore alle autorità (Soprintendenza, sindaco, polizia o carabinieri, vigili urbani e chi più ne ha più ne metta) il ritrovamento di reperti archeologici. Io, del tutto profano in materia, quando ho avuto il sospetto che i ruderi trovati nel bosco di Sarron, nei pressi di Biassa, potessero avere una rilevanza archeologica, ho subito segnalato la cosa al sindaco Massimo Federici il quale a sua volta l’ha girata alla Soprintendenza. Si può pensare che, a fronte di un rilevamento da lui giudicato importante (roba del ‘600), un archeologo possa non avere informato la Soprintendenza stessa?

Quindi: o Ignoto 1 ha taciuto (e sarebbe grave), o a tacere è la Soprintendenza (e sarebbe doppiamente grave), o, infine, Ignoto 1 continuerà a essere ignoto perché non esiste.

Da qui, mi pare, non si scappa.

Ora, tutto può essere nella vita, ma riflettendoci su, facendo mente locale sulla zona prima della Grande Devastazione voluta e attuata da Camillo Benso conte di Cavour e da Domenico Chiodo, mi sarei aspettato che dal terreno fossero riaffiorati resti del tempo romano piuttosto che del diciassettesimo secolo. Perché duemila anni or sono i romani lì c’erano davvero – importanti reperti vennero alla luce durante gli scavi per la costruzione del palazzo della Provincia, duecento metri dal politeama – mentre le carte disponibili lasciano intendere che nel Seicento nella zona dell’odierna Piazza Verdi ci fossero soltanto degli orti, non fabbricati.

Chi afferma di conoscere la verità, ma ancora non ha deciso di rivelarla preferendo alimentare il gioco con qualche allusione lasciata trapelare di quando in quando qua e là, sostiene che sotto il politeama c’era qualcosa che aveva attinenza con il quartiere del Torretto. Ma che cos’era il Torretto?

Vediamolo con una serie di immagini che, come si sa, prospettiva a parte quasi mai tradiscono.

Intanto, possiamo fin d’ora chiarire una cosa: a dar retta al capitano Pierre (o Pietro) de Cotte e alla sua carta, nel ’600 il sobborgo del Torretto non esisteva: c’erano soltanto una decina di case sparse, allineate ai bordi della strada che da Porta Romana conduceva alla salitella del colle dei cappuccini. Questo documento merita qualche parola in più. È datato 1748, un anno che costituisce una pietra miliare nella storia dell’Europa e, per certi versi, anche della provincia della Spezia: è l’anno in cui con la pace di Aquisgrana aveva termine la guerra di successione austriaca (1740-18 ottobre 1748). A tale proposito, pochi sanno che fu in Val di Vara che si combatté l’ultima battaglia di quella atroce guerra su territorio italiano, battaglia che andava a concludersi con il trattato di armistizio di San Pietro Vara. Chi fosse interessato a quegli eventi può trovare tutto nel mio Un giorno da eroe (reperibile in formato cartaceo e in ebook).Un giorno da eroe

Quella guerra (leggendaria la rivolta di Portoria con il sasso scagliato dal Balilla contro il caporale austriaco) vide fronteggiarsi da una parte la Repubblica di Genova, sostenuta da Francia e Spagna, e dall’altra l’Impero austriaco, affiancato da Inglesi e Piemontesi. Ebbene, durante gli ultimi mesi del conflitto Pierre de Cotte, cartografo militare di origini francesi, era a Spezia, qui spedito dal generale Richelieu con l’incarico di supervisionare le fortificazioni del golfo in modo da essere pronti a fronteggiare possibili tentativi di invasione a opera degli austriaci, i quali peraltro già ci avevano provato senza successo, prima cercando di forzare il confine ad Avenza-Marinella, poi dal passo di Centocroci su Varese Ligure e San Pietro Vara, e infine da Suvero conquistando Brugnato e Borghetto per essere poi ricacciati indietro. Il lavoro di de Cotte doveva pertanto essere molto accurato considerando la situazione militare, con l’incombenza della minaccia austriaca. Ne consegue che la rappresentazione cartografica della Spezia di quel periodo ch’egli ci ha lasciato doveva Torretto carta 2essere al limite della… fotografia. Lo potete vedere anche voi qui accanto: nel 1748 il sobborgo del Torretto così come l’abbiamo sempre immaginato noi, di fatto non esisteva. C’è dunque da ritenere che nel 1600 di case ce ne fossero ancor meno. Quale importante reperto di quell’epoca potrebbe allora essere riaffiorato da quella che era una semplice campagna?

Diverso, naturalmente, il discorso del Torretto di fine Ottocento-primi del ’900, perché dove ora ci sono il Palazzo degli Studi (inaugurato nel 1923) e il palazzo delle Poste (inaugurato il 12 novembre 1933), c’erano delle case d’abitazione, fra le quali il fabbricato al pianoterra del quale c’era la cantina del Gigio. Questi, che di nome faceva Luigi Bonati, era un intellettuale-imprenditore proprietario di cave di arenaria, appassionato di vini che curava personalmente in un ampio fondo situato appunto in via del Torretto alle spalle dell’attuale Piazza Verdi, in un edificio (foto sotto) che sorgeva nell’area oggi occupata dal Palazzo Contesso. In particolare dedicava le sue attenzioni al famoso rinforzato delle Cinque Terre, ovvero lo sciachetrà, nettare che ai suoi ospiti piaceva molto. La cantina era in realtà un cenacolo di letterati; da lì transitarono Giosuè Carducci, Severino Ferrari, Giovanni Pascoli, Manara Valgimigli, Renato Fucini, Annie Vivanti. Sarebbe fantastico se quel locale – un autentico tempio della letteratura italiana – ancora oggi esistesse.Politeama Cantina Gigio

Per il resto, non risulta che ci fosse qualcosa di particolarmente interessante, anche se, a dire il vero, lì nel 1885 doveva esserci anche un piccolo teatro. Lo si evince da un trafiletto di giornale nel quale si legge: «In Via del Torretto, di fronte a un teatro vi sono case appartenenti agli eredi della così detta Cagna». Chissà di che teatro si trattava. Si potrebbe pensare al politeama stesso, ma è una supposizione alquanto debole sia perché il politeama non sorgeva in via del Torretto, e poi perché, se di esso si trattava, il cronista non avrebbe parlato genericamente di “un teatro”. È probabile pertanto che fosse una sala senza troppe pretese, considerato pure il degrado in cui versava il sobborgo.

Torretto-Politeama contattoInfine, per completare il discorso sul Torretto, grazie all’immagine riportata qui accanto, databile fra il 1930 e il 1933, postata da Franca Antonima Coppelli nel gruppo Facebook “Il golfo della Spezia nel Novecento”, possiamo assistere quasi in presa diretta ai lavori di demolizione delle vecchie case del Torretto, spianate per fare posto al Palazzo delle Poste. In essa si vede chiaramente la posizione del politeama (fabbricato che spunta all’estrema destra), per cui appare difficile pensare che sotto quel teatro ci fosse qualcosa da mettere in relazione con le case del Torretto, tanto più che da lì a poco in quella medesima zona, fra via XX settembre e lo stesso politeama, si sarebbe scavato per costruire il palazzo delle poste.

Insomma, i fantasmi di quel sobborgo continuano ad aleggiare sulla piazza sconvolta dalle ruspe e dalle polemiche, mentre il beffardo Ignoto 1 resta nell’ombra sogghignando in attesa di fare scoppiare la bomba. O il petardo.

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