Indovina chi viene a cena

Diceva Virginia Wolf che “una buona cena è molto importante per una buona conversazione. Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene se non si ha cenato bene”. Ma non c’è bisogno di scomodare la grande scrittrice inglese per convincere gli italiani dell’importanza delle cene, giacché nella storia del nostro Paese esse hanno sempre avuto un ruolo rilevante, tale, sovente, da meritarsi di essere tramandate negli Annali.

La prima che mi viene alla mente, anche perché immortalata da una frase che fa rabbrividire, fu raccontata dal monaco longobardo Paolo Diacono (Storia dei Longobardi) e vide come protagonista re Alboino e la sua fresca moglie Rosmunda, figlia di Cunimondo, il re dei Gepidi ucciso dallo stesso Alboino. A Verona, in quella notte di gozzoviglie nella ex villa appartenuta al fu Teodorico, il sovrano dei Langbarten bevve vino da una coppa incrostata d’oro da lui stesso fabbricata usando il cranio di Cunimondo, e poi, come narrano una tragedia di Vittorio Alfieri e una commedia del drammaturgo fiorentino Sem Benelli, obbligò la giovane consorte a fare altrettanto: “Bevi Rosmunda dal teschio di tuo padre”. Il massimo della crudeltà, eppure, chissà perché, questa frase è finita spesso al centro di canzoni e parodie che suscitavano l’ilarità degli spettatori.

Proprio Benelli, che fu tra l’altro l’inventore del fortunato soprannome del nostro bellissimo golfo – il Golfo dei poeti – ci ricorda una cena che non stonerebbe nello scenario descritto dalle odierne cronache romane: La cena delle beffe. Benelli scrisse questo dramma nel 1909 durante un lungo soggiorno nel golfo che amava, e in particolare mentre soggiornava a San Terenzo, dimorando nella torretta di Villa Pearse, oggi villa Marigola. Pure quest’opera, ambientata nella Firenze rinascimentale di Lorenzo il Magnifico, ha trovato popolarità fra il pubblico più grossolano grazie a una frase che nella trasposizione cinematografica firmata nel 1942 da Alessandro Blasetti fu declamata dal vocione della nascente star della celluloide Amedeo Nazzari: “… e chi non beve con me, peste lo colga!”. A fare scandalo, quando il film comparve nelle sale, fu però una scena in cui la fascinosa protagonista Cara Calamai, compariva a seno nudo. D’altronde eravamo nel ’42, non anni di… facili costumi.E già che siamo inevitabilmente finiti nell’erotico – quante cene, gira che ti rigira, finiscono a letto? – come non rammentare Metti una sera a cena, film di successo (1969) firmato da Giuseppe Patroni Griffi (da una sua piece teatrale) con la splendida colonna sonora di Ennio Morricone? A fare scalpore – anche se nelle edicole stavano già comparendo le prime riviste porno da noi certe cose si potevano solo sussurrare – fu la scena dell’amore a tre fra Nina (la splendida Florinda Bolkan), l’amante Max e il giovane Ric, uno studente squattrinato che nel tempo libero faceva il contestatore – ecco l’atmosfera del ’68 – e che di mestiere faceva il gigolò disponibile come dopocena per uomini e donne. Un ménage à trois che si scompone e si ricompone poco dopo con un cambio di protagonisti, quando il marito di Nina, peraltro già consapevole dell’amorale tresca, prende il posto di Max. Potete immaginare la reazione della stampa cattolica!

Clima elegante, divertente e didattico, invece, un un’altra celeberrima cena. Merita fare un salto… all’estero per assistere a Indovina chi viene a cena, un film che schiera quattro fuoriclasse della cinematografia mondiale: il regista Stanley Kramer, Spencer Tracy, Katharine Hepburn, Sidney Poitier e Katharine Houghton Grant e che – siamo nell’Alabama degli anni Sessanta – ci sbatte tutti di fronte all’incandescente tema del razzismo, malapianta che sotto sotto cova nella mente e gratta nel cuore anche del più convinto dei progressisti, e anche fra la gente di colore.

Tante storie, che come sfondo hanno appunto le cene. Cene che di solito sono qualcosa di diverso da una pizza e una birra in compagnia degli amici.

E allora, è possibile ignorare le cene eleganti di Arcore? Si può, si può, sì che si può, anche perché ne hanno parlato e ne parlano così tanto i magistrati e i miei colleghi giornalisti che in questa sede possiamo farne tranquillamente metterle da parte.

Nondimeno, non possiamo lasciar passare sotto silenzio tante cene di tanti politici; non possiamo ignorarle, se non altro perché alla fine della piacevole festa il conto lo abbiamo pagato noi. Guarda caso: a nostra insaputa.

Perché è lì che alla fine si va a battere.

Come vedete, partendo dai nobili crapuloni longobardi, passiamo per gli intriganti fiorentini, ci soffermiamo sugli annoiati lussuriosi dell’hight society e sulle crisi esistenziali di una coppia politicamente corretta, tutta gente comunque di una certa classe, per arrivare infine alla volgarità degli scontrini dei bar e delle ricevute fiscali. Verrebbe da parafrasare un altro titolo d film: Cielo, come siamo caduti in basso!

No, dai, i soldi no… Ma come si può? solo per i soldi è deprimente. Lasciamo perdere il consigliere regionale che si è fatto rimborsare dall’Ente (quindi da noi) persino una spesa di 5 euro per dei bottoni, o quello che ha fatto (in pubblico) il bel gesto di acquistare dei biglietti natalizi dell’Unicef per farseli poi rimborsare (in privato) dal contribuente (di fatto il suo bel gesto lo abbiamo fatto noi… a nostra insaputa), ma come si fa a svilire e ad avvilire un rito come quello di una cena, magari al lume di candela e con una rosa posata sulla tovaglia, rito che può essere foriero di tante cose, per quattro palanche? Vada per gli affari, i quali hanno comunque un loro quarto di nobiltà, ma non certamente per raccattare un paio di ricevute fiscali abbandonate sui tavoli che fino a pochi istanti prima avevano servito altri avventori – in un caso erano perfino stranieri, per di più… – ricevute magari anche macchiate di sugo o di olio… Ma via!!!

Perché queste sono cose al vaglio della magistratura nel nostro Bel Paese. Basta fare un giro in rete e chiedere a Google di raccontarci qualcosa sulle cosiddette “spese pazze” di decine e decine di consiglieri della maggioranza delle regioni italiane, bianchi, rossi o verdi, per fare conoscenza con quel tale che è andato in vacanza in montagna o con quell’altro che trascorso qualche rilassante week end in un Centro benessere, o, soprattutto, quegli altri stimatissimi signori che hanno ravvivato le loro giornate con piacevolissimi momenti a pranzo o a cena in ristoranti tipici (e costosi) e poi hanno presentato il conto a noi. Sempre, naturalmente, a nostra insaputa!

E io pago! protestava Totò.

Saranno comunque i tribunali a stabilire se quelle cene e tutte le altre spese oggi contestate avevano i crismi istituzionali, o se invece non erano altro che piacevoli e (per loro) gratuiti passatempi dei simpatici esponenti politici.

Giunti a questo punto possiamo ignorare le cene che la cronaca di questi giorni ci propina a ogni piè sospinto? Certo che no!

Sulla graticola dell’opinione pubblica foraggiata con notizie ancora tutte da verificare ma che hanno già prodotto un risultato: cacciare il sindaco Ignazio Marino e mandare alle urne due milioni e trecentomila elettori romani, c’è giustappunto il sindaco, o meglio, ormai ex sindaco, di Roma.

Lo vedi, ecco Marino / la sagra c’è dell’uva…

Sicuramente sarebbe stato preferibile un finale così, una bella mangiata, una bella cantata, soprattutto una bella giornata fra amici. E invece siamo impantanati in una storia nella quale invece del vini a scorrere a fiumi sono i veleni.

Andando a rimestare, come si dice, nel torbido, le cronache odierne ci ricordano che quando faceva il chirurgo Marino si trovò impegolato in un’altra sgradevole storia di doppi rimborsi spese che lo aveva visto lottare e soccombere contro la University of Pittsburgh Medical Center, che lo aveva sotto contratto, con l’immediata cessazione di ogni rapporto e di ogni privilegio con quell’ateneo. “Fui io a segnalare l’errore nella richiesta dei rimborsi” si giustificò poi Marino adombrando il sospetto di essere rimasto vittima di un complotto contro di lui. Ma queste sono cose che risalgono al 2002.

Per venire all’oggi il sindaco Marino è chiamato da alcuni gruppi politici, che in proposito hanno presentato esposti alla magistratura, a rendere conto di certi giustificativi di spese – comprese delle cene: ecco che torniamo al nostro tema! – addebitate sulla carta di credito intestata al Comune di Roma.Dunque, anche qui soldi nostri e ancora una volta spesi a nostra insaputa.

Che tipo di cene erano? Istituzionali o private? Con un esponente diplomatico del Vietnam come sostiene Marino, o con dei parenti, come affermano i suoi detrattori? Con dirigenti della Comunità di Sant’Egidio, come dichiara Marino nelle pezze giustificative firmate di suo pugno, o con dei familiari, come dicono i suoi nemici?

“È un complotto contro di me”, tuona il sindaco dimissionario rispolverando il disco di tredici anni fa.

Ma stavolta, almeno, il virus del dubbio sul comportamento di Marino pare cominci a incrinare la solidità di improvvisati e forse intempestivi impianti accusatori. Io fin dall’inizio di questa storia mi ero figurato il sindaco di una città come Roma, non il mio amico Egidio Banti, sindaco di Maissana, mettersi lì una sera, magari sul tavolo di cucina, a riordinare una montagna di scontrini e ricevute fiscali per andare ad accoppiare ad essi una per una le tante spese sostenute durante un anno di attività. Con tutta la gente che incontra, poteva ricordarsi con chi era andato a cena il 12 gennaio, o il 20 aprile o… l’8 settembre del 2013? Roba da dare fuori di testa. Ma ce lo vedete Marino, che a sua disposizione ha, almeno credo, uno stuolo di segretari, con tutti i problemi che ha Roma, perdere ore e ore per sistemare degli scontrini? Io ovviamente non so come sono andate le cose, ma non mi sorprenderebbe affatto se venisse fuori che a fare il lavoro sia stata la sua segreteria, abbinando le ricevute agli impegni del sindaci scrupolosamente annotati nell’agenda di lavoro. In questo caso, del tutto teorico, sono mie supposizioni, si spiegherebbero certe discrepanze e, diciamolo pure, certi scivoloni. Marino sarebbe insomma criticabile per non avere fatto più attenzione, ma non certo imputabile di disonestà.E a quel punto il Pd, colpevole di avere abbastanza brutalmente scaricato il sindaco della capitale, non ci farebbe certo una bella figura.

Tutto ciò considerato, se di questi tempi a invitarmi a cena – e non potessi rifiutarmi di andare – fossero contemporaneamente Lucrezia Borgia e un qualsiasi personaggio romano, soprattutto se esponente del mondo politico capitolino, non avrei il minimo dubbio su quale invito accettare.

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