Veleno / La buccia di banana

Alcuni giorni or sono sul Secolo XIX è comparso un intervento dell’ingegner Pierpaolo Bracco intitolato “Piazza Verdi: i reperti vanno lasciati in vista”. Siccome mi sono sentito indirettamente chiamato in causa da quello scritto ho inviato al giornale una lettera di risposta che mi è stata gentilmente pubblicata. Ultimamente però ho saputo che il medesimo intervento dell’ingegnere è stato ospitato anche in uno o – posso a questo punto supporre – più siti internet, e allora, non avendo tempo per setacciare la Rete, ho pensato che sia quantomeno il caso di inserire la mia risposta anche nel mio modesto blog sperando che qualcuno la legga.

In cosa consiste il motivo del contendere? Consiste nel fatto che nel corso del suo dire sui resti del politeama di recente emersi in Piazza Verdi l’ingegner Bracco, chiamando in causa il sindaco, l’assessore Mori, ecc., scrive: «Ricordo a questi signori che loro stessi hanno riservato ben altro trattamento a un pezzo di sicuro di minor valore materiale, come quello appena fatto installare nell’antica piazza del Comune: un rogigion di cemento dei primi del 900 (ex Palazzo cenere) che in compagnia di una colonna ottocentesca, avrebbe l’ambizione di significare la nostra storia passata».

Orbene, mi compete il diritto di replica perché l’idea di collocare in piazza Beverini un frammento del Palazzo Cenere prelevandolo dalla scogliera creata a protezione del molo Italia, dove giaceva da 68 anni, è stata mia. La proposi all’inizio del 2013 al sindaco Massimo Federici il quale l’apprezzò e subito la realizzò.

Per chi non lo sa, quella porzione di Piazza Beverini è detta anche Piazzetta della memoria, accogliendo alcune testimonianze di storia cittadina che, allorquando si passerà all’auspicabile rifacimento dell’intera area, con l’eliminazione del parcheggio, potranno trovare, spero, una più adeguata collocazione e maggiore visibilità. Ricordo che alla facciata di un palazzo lì accanto, per meritoria iniziativa del professore Sergio Del Santo, è stata di recente affissa una tabella di marmo che ricorda il primo soggiorno (1849) di Garibaldi nel golfo.

Il “rogigion di cemento” del quale parla l’ingegner Bracco è un pezzo del vecchio palazzo comunale che sorgeva in Piazza Beverini, ma non è stato trasferito dove ora si trova per celebrare quella che un tempo era la “casa degli spezzini”. La ragione è un’altra, e sarebbe opportuno averne contezza prima di parlare, giacché sovente a chi conosce solo una parte di una verità può capitare di mettere piede sulla solita buccia di banana.

Nella fattispecie l’ingegner Bracco evidentemente ignorava il motivo autentico (ora dovrebbe conoscerlo, se ha letto la mia replica sul Decimonono) per il quale ho pensato che un pezzo di quel fabbricato potesse svolgere una funzione ben diversa da quella di semplice scoglio, una funzione magari anche culturale, visto che a quanto pare di cultura c’è molto bisogno in questa città.

Come si evince dalla targa apposta sul rudere, quel “rogigion di cemento” è stato infatti messo lì in occasione del settantesimo anniversario dei bombardamenti – 14 e 19 aprile 1943 – che distrussero la città a cominciare dal suo edificio simbolo, appunto il Palazzo municipale. Quello, essere memoria, non altro, era ed è lo scopo della presenza del “rogigion” in quella che era la sua piazza, la Piazza di corte. Mi era parso che tenere desto il ricordo di eventi che lacerarono le carni e l’anima della nostra città, causando tanti lutti, tanto dolore e tante distruzioni, fosse una motivazione più che valida. Perché quel rudere non ha “l’ambizione di significare la nostra storia passata”; esso “è” la nostra storia passata. Se poi anche su questo vogliamo indulgere nella facile ironia, senza indugio smonto le tende e lascio campo libero.

Ah, dimenticavo: secondo Franco Lena nel nostro dialetto il rogigión è il torsolo della mela.

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