La calda estate di Sua Maestà

Era una bella notte di metà luglio, con una splendida luna piena che illuminava il golfo punteggiato qua e là dalle lampare dei pescatori e dalle lanterne dei gozzi dei barcaioli. Una scena tipo quella che ispirò Ubaldo Mazzini: “A Spèza che da lünte la sentila / con tanti lümi assesi ‘n riva ar mae / che paa ch’i sfido e stéle / a chi ciù brila”.

fossati

In quella magica notte ‒ era il luglio del 1853, ad oggi fanno dunque 162 anni ‒ un giovane signore francese che un po’ deluso dalla sua prima vita stava cercando di viverne una seconda, passeggiava pensieroso nei pressi della spiaggia, proprio dietro il boschetto, non lontano dal ponte di sbarco, quello che un po’ pomposamente la gente di Spezia chiamava porto. Aveva un passato importante dietro di sé: giornalista, scrittore e pungente umorista, poteva vantare anche una breve ancorché poco fortunata carriera politica alle spalle. Caduto in disgrazia presso le alte sfere della capitale, aveva preferito lasciare la sua città, Parigi, per trasferirsi a Nizza e ricominciare tutto daccapo dedicandosi alla scrittura e alle sue due grandi passioni, il giardinaggio e la pesca.

Si chiamava Alphonse Karr, aveva 45 anni, e da alcuni giorni era ospite di un buon albergo della città. Durante i suo soggiorno aveva già visto parecchio del golfo gironzolando per i vari paesini grazie alla sua guida, un intraprendente barcaiolo di nome Giuseppe. «Era un giovane pieno di vita, elegantemente vestito di bianco, con una larga cintura rossa e scarpe anch’esse rosse, quanto meno quella sera, poiché l’indomani aveva sostituito scarpe e cintura rosse con scarpe e cintura blu. Ma ne aveva anche di verdi», lo descrisse Karr.

Giuseppe sapeva fare bene il suo mestiere di battelliere. Possedeva infatti bandiere di tutti i Paesi più importanti per potere di volta in volta alzare sull’albero della sua barca il vessillo della nazione del cliente di turno. Nei tre giorni precedenti aveva navigato con la bandiera inglese. In più, se Karr gli garantiva il noleggio per almeno otto giorni, era anche pronto a dipingere la barca con i colori della Francia. Un po’ ruffiano, ma sveglio, l’amico! Tuttavia Karr preferiva scoprire i luoghi dei suoi viaggi nel loro aspetto più genuino, e per ciò gli chiese di lasciare le cose come stavano, bandiera del Regno di Sardegna compresa.

Karr, che nel corso delle sue giornaliere scorribande con la barca di Giuseppe aveva potuto ammirare «le acque più trasparenti che io avessi mai visto», non lo sapeva ancora, ma quella sera il destino lo avrebbe fatto incontrare, sia pure di sfuggita, un personaggio molto importante.

Di quell’ incontro scrisse poi nel libro Promenade hors de mon jardin nel quale ci dà anche parecchie informazioni sulla sua permanenza nel golfo.

Traggo il paragrafo che segue dal mio Ottocento edito dall’Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”:

Uscito dall’albergo per una passeggiata serale lungo la riva del mare, era tutto preso dai suoi pensieri quando “d’improvviso una nave calò l’ancora nel golfo e da lì partirono due scie luminose che dopo avere descritto un arco nell’aria andarono a stendersi sull’acqua. Nello stesso momento, un piccolo battello a vapore entrò nel golfo e questa apparizione provocò un certo movimento sulla spiaggia. Il battello accostò al pontile e dei valletti in livrea sollevando delle torce illuminarono lo sbarco della regina del Piemonte che rientrava da una gita. Dalla nave in rada proveniva intanto una gran bella musica, e la regina si diresse con passo lento verso il suo albergo. È una grande e bella persona dall’incedere assai nobile; portava con grande naturalezza un ampio scialle blu, che formava delle pieghe molto belle, degne di un mantello reale”.

Se chiudiamo gli occhi possiamo immaginare la scena: Maria Adelaide che fra due ali di folla deferente, alla luce delle fiaccole tenute alte dai valletti per rischiarare il percorso, attorniata dalle dame di compagnia e dagli ufficiali del seguito, dal pontile si avvia sorridente lungo la strada che passando fra il boschetto e la spiaggia conduce al Croce di Malta.

Questo è solo un episodio di un’estate che è rimasta nella storia della città; l’estate in cui l’intera famiglia reale venne a passare le vacanze a Spezia, ospite dell’Albergo “Croce di Malta” (oggi sede della Fondazione Cassa di risparmio) aperto da pochi anni.

Oltre alla trentunenne sovrana, l’arciduchessa Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena ‒ attingo sempre da Ottocento ‒ al Croce di Malta c’erano la regina-madre Maria Teresa d’Asburgo-Toscana, vedova di re Carlo Alberto, i principini Maria Clotilde (dieci anni), Umberto (principe di Piemonte, nove), Amedeo (duca d’Aosta, otto), Oddone (duca di Monferrato, sette), e Maria Pia (sei). Non è dato sapere se c’era anche, o se era rimasto a casa, il più piccolo della nidiata, Carlo Alberto duca di Chiablese, che aveva solo due anni e che sarebbe morto l’anno seguente. Nel luglio del ’52 la coppia reale aveva perduto un altro figlio, Vittorio Emanuele, nato e subito defunto.

Era stato il medico personale della regina Maria Adelaide, il professor Alessandro Riberi, l’uomo che a Oporto aveva assistito agli ultimi istanti di vita di Re Carlo Alberto, a prescrivere alla sovrana, reduce da tutti quei parti – quasi uno all’anno – e quindi alquanto debilitata, un periodo di riposo in riva al mare. E qualcuno aveva indicato il golfo di Spezia come luogo di soggiorno ideale: mare e aria buona, quel che ci voleva per ritemprare lo spirito e il corpo. In realtà quella vacanza valse a poco perché neanche due anni dopo, il 16 gennaio del ’55, la regina morì a seguito di un violento attacco di gastroenterite che l’aveva colta mentre in carrozza tornava a palazzo reduce dai funerali della suocera Maria Teresa.

Scossi dalla ferale notizia, gli spezzini intitolarono al suo nome l’asilo infantile cittadino, edificato proprio grazie a generose elargizioni della sovrana.

Un’altra ragione della vacanza poteva essere stata data dalle condizioni di salute del principino Oddone il quale, detto per inciso, essendo nato l’11 luglio del 1846 festeggiò proprio a Spezia il suo settimo compleanno. A due soli anni di età Oddone era stato colto da grave infermità che ne avrebbe afflitto l’intera sua eroica esistenza, e che a soli diciannove anni lo avrebbe portato alla tomba. Ebbene, proprio per alleviarne le sofferenze fu condotto al mare di Spezia. Così ci racconta il canonico Valerio Anzino: «Nello stesso anno reduce con tutta la Real Famiglia dalla Spezia, ove i medici aveanlo consigliato a prendere i bagni di mare, non avendone riportato alcun giovamento, il prof. Riberi propose a S.M. il Re ed alla regina di sottoporlo a una cura ortopedica, che avrebbe importato lunghe e dolorosissime operazioni».

Fu in quella lunga, calda estate che nacque una stella, o meglio una folgorante cometa, destinata a rifulgere nel firmamento delle corti europee: Virginia Oldoini, “Nicchia” per parenti ed amici, futura consorte di Francesco Verasis conte di Castiglione, e soprattutto futura favorita dell’Imperatore dei francesi Napoleone III nel cui letto, su istigazione del cugino Camillo Benso conte di Cavour, si infilò per convincerlo a dare una mano alla causa risorgimentale italiana.

Ma in quell’estate spezzina Virginia, che aveva solo sedici anni, doveva ancora accontentarsi di fare girare la testa agli ufficialetti che dovevano vegliare sulle regine e sui principini.

Così il generale Enrico Morozzo Della Rocca, aiutante di campo di re Vittorio Emanuele II, raccontava quelle giornate al mare: «Nel 1853 la regina Maria Adelaide alquanto indebolita dai numerosi parti, fu consigliata dal medico dottor Riberi a recarsi per un mese o due in riva al mare per respirare l’aria e fare i bagni. Fu scelta la spiaggia della Spezia e dopo pochi giorni che vi si era stabilita con la sua Corte, il re andò a farle visita e a me toccò di accompagnarlo. Il soggiorno non offriva grandi distrazioni, direi anzi nessuna, se non quelle date dalla straordinaria bellezza della Signorina Virginia figlia del marchese Oldoini, proprietario nelle vicinanze e segretario di legazione del nostro corpo diplomatico. Gli ufficiali consumavano il tempo a spiare i passi della signorina, stavano attorno alle cabine nelle quali ella andava a prepararsi per il bagno e cercavano tutte le occasioni per vedere quella decantata bellezza che si sottraeva ai loro sguardi, avvolgendosi in duplici e anche triplici veli. Tra gli ammiratori vi era il conte Francesco Verasis di Castiglione, cugino di mia moglie, cavaliere di accompagnamento della Regina. Egli si innamorò perdutamente della Virginia, chiamata non so perché Nicchia e più tardi Ninì, e volle ad ogni costo farla sua. Ho detto che era maravigliosamente bella, aveva 16 anni e i vecchi ammiratori di sua madre le avevano tanto ripetuto che non v’era uomo meritevole d’impalmarla, se non fosse re o imperatore, ch’ella aveva finito per persuadersene. La bellezza della Nicchia, le sue pretese, l’innamoramento del Castiglione erano allora le sole distrazioni della spiaggia e il re Vittorio se ne stancò ben presto».

Vittorio Emanuele rimase alcuni giorni a Spezia, andò a caccia sulla Castellana e a Panigaglia, poi insieme ai principi Umberto e Amedeo, partì con la pirofregata Governolo alla volta dell’isola della Maddalena per una più lunga battuta di caccia, e fu proprio nelle acque di Santa Maria, l’isola più foranea dell’arcipelago sardo, che la nave condotta dal capitano di vascello conte Carlo Pellion di Persano andò a sbattere su uno scoglio rischiando il naufragio. Il re fu costretto a tornare a Spezia con il Tripoli, e il Persano passò l’anima dei suoi guai.

Nel corso della vacanza le regine parteciparono (16 agosto) a una grande festa data dall’ammiraglio comandante della flotta Usa del Mediterraneo Silas Horton Stringham sulla nave ammiraglia Cumberland, si recarono a Lerici con il Malfatano, e da qui raggiunsero Barcola ospiti del conte Angelo Serafino Luigi de Benedetti, e della moglie marchesa Luisa Malaspina, e poi Trebbiano dove furono ricevute con tutti gli onori nella villa del cavaliere mauriziano Pietro Tancredi. I principini Umberto e Amedeo parteciparono invece a una visita al gabinetto di scienze di Giovanni Capellini e, accompagnati dal conte Verasis e dal campigliese Michele Canese, a una visita a Biassa e a una escursione sulla Castellana.

La famiglia reale ‒ tranne il re che era già partito da alcune settimane ‒ lasciò il golfo nei primi giorni di settembre con la corvetta Malfatano salutata da una folla festante assiepata sul lungomare.

Per tutta l’estate gli amministratori e le autorità locali, ma pure l’intera popolazione – dalle famiglie bene a quelle contadine – avevano fatto il possibile per rallegrare il soggiorno degli augusti ospiti con musiche e luminarie, tuttavia, finita la festa, fatti un po’ di conti si scoprì che fra il benvenuto e le altre iniziative ludiche il Comune aveva speso la bellezza di sedicimila lire, un terzo dell’intero monte attivo del bilancio municipale.

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