Giosuè, che cotta per Annie!

Giosuè Carducci venne diverse volte a Spezia dove contava numerosi amici, e l’ultima volta gli capitò di incappare in una spiacevole disavventura. Finì infatti davanti all’autorità giudiziariannicardua con l’accusa di avere istigato uno spezzino di 25 anni, insegnante di filosofia, a duellare per una storia d’amore: i duelli erano proibiti. Pietra dello scandalo, o quanto meno causa di quell’annunciato incrociare di lame, fu Annie Vivanti, irrequieta poetessa nata a Londra nel 1866 da padre italiano (Anselmo) e da madre tedesca (la scrittrice Anna Lindau).

A metà febbraio del 1890 la ragazza, gratificata da due contratti con gli editori Treves e Zolesi, era venuta a vivere a Spezia dove aveva trovato le condizioni più favorevoli per scrivere poesie. Aveva preso alloggio all’Hotel Royale Croix de Malte, che si trovava in via Mazzini, e lì il 24 marzo fu raggiunta dal Carducci. Galeotto fu il sole di Spezia perché l’allora cinquantacinquenne poeta si invaghì della fanciulla lasciando trasparire i suoi sentimenti nel famoso verso, scritto nella camera d’albergo della fanciulla, «batto a la chiusa imposta con un ramicello di fiori / glauchi ed azzurri come i tuoi occhi, o Annie».

Più ardito del timido futuro Premio Nobel per la poesia fu appunto il professore, Giuseppe Caldi, il quale – anch’egli come Annie e molti altri poeti assiduo frequentatore della cantina del Gigio, in via del Torretto poco discosto da Piazza Verdi – non mancò di esternare alla giovane poetessa i suoi sentimenti venendo però da essa respinto con perdite perché, come il 29 giugno 1890 annotava la stessa Annie nel suo diario, «… co’ professori, anche a scuola, da bambina, non ho mai potuto andare d’accordo».

Forse all’inizio l’esuberante ragazza, già compiaciuta oggetto di sentimentali premure da parte del Carducci, non si mostrò insensibile alle attenzioni del professore, ma poi ne prese le distanze. Anzi, per la verità la conclusione della love story avrebbe avuto risvolti che i giornali raccontarono in termini boccacceschi. Senza fare, almeno all’inizio, i nomi dei protagonisti, riferirono di un fidanzato che recatosi in visita alla sua amata con una mezz’ora di anticipo sull’appuntamento con lei fissato, sorprese la fanciulla in flagrante… reato con un giovanotto lombardo venuto forse alla Spezia proprio per quell’incontro galante. Possiamo immaginare il seguito. Sta di fatto che la storia attirò giornalisti da tutta Italia i quali, versando per l’intera estate benzina sul fuoco delle passioni deluse del Caldi, non fecero altro che esacerbare gli animi. Irritato per il tono di una precisazione della Vivanti apparsa sul Caffaro di Genova, il professore ribatté con una lettera pubblicata dal quotidiano romano La Tribuna. A questo punto fu il dottor Italo Vivanti, fratello maggiore di Annie, medico condotto a Gavirate, a risentirsi per i giudizi espressi dal Caldi da lui ritenuti offensivi nei confronti della sorella. Da qui la sfida a duello – quantunque i duelli fossero appunto vietati – con la nomina a padrini dei signori Alberto Simone e Tomaso Jannelli, ufficiali di Marina.

Il professore, che pure aveva scelto come padrini Alberto Alberti e Vittorio Murer, rifiutò nondimeno di battersi, e anzi andò oltre denunciando il 20 luglio alla magistratura sia il Vivanti, sia i due padrini dell’avversario, sia il Carducci accusando quest’ultimo, che si trovava a Gavirate, di avergli inviato un telegramma nel quale censurava il suo rifiuto a duellare, e lo esortava piuttosto ad accettare la sfida.

Il magistrato inquirente rinviò a giudizio Vivanti, Simonini e Zanelli, e sentenziando l’insussistenza del reato prosciolse invece il poeta, del quale era peraltro un fervente ammiratore. Si arrivò così al processo e il 7 dicembre, davanti a «un pubblichetto di contadini e sfaccendati», annotava il cronista, con una decisione a sorpresa il pretore Ettore Vigliani accogliendo la tesi del difensore avvocato Archinchi del foro milanese mandò assolto il Vivanti (che a causa dello scandalo perse però la condotta medica) condannando per contro i padrini Simoni e Jannelli ad ammende il primo di venti e il secondo di 50 lire.

Nelle foto Annie Vivanti e Giosuè Carducci.Ottocento

Con brani tratti da Gino Ragnetti, “Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia”, Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”.

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