Velieri spezzini affondati dallo tsunami

Una scossa di terremoto di magnitudo 8.3 ha fatto tremare il Cile e larga parte dell’America latina provocando un fuggi fuggi dalle coste per paura di un più che possibile tsunami, allarme poi fortunatamente annullato. Ma intanto oltre un milione di persone avevano abbandonato le loro case per cercare salvezza sulle alture. La notizia mi ha fatto venire alla mente un episodio, accaduto laggiù, che oltre 130 anni fa rattristò gli spezzini. Eccolo, tratto dal mio Ottocento.

Era un mondo sconosciuto quello che, proprio mentre a San Vito e a San Bartolomeo ingegneri e operai lavoravano per costruire gli stabilimenti militari, entrò inatteso nelle case degli spezzini insinuandosi come un angosciato sussurro fra le persiane socchiuse. Era l’estate del 1877 quando dal Perù arrivò la ferale notizia: tre barchi dei Beverini erano affondati davanti a Pabellon de Pica, un arcipelago di scogli che fungeva da porto di riserva di Iquique, sulla costa cilena. Ai Lloyd’s di Londra suonano la campana allorché una nave va perduta. Qui, invece, ci si raccoglie in un afflitto silenzio.

La tragedia era avvenuta la sera del 9 maggio. D’un tratto, alle 20,30, la terra aveva cominciato a sussultare abbattendo ogni cosa che fosse in piedi, poi il mare si era gonfiato provocando uno spaventoso tsunami. A Pabellon de Pica a intervalli di 15-20 minuti, e fino all’una della notte, onde alte dai dieci ai ventitré metri s’erano abbattute sulle navi ancorate davanti alla costa per imbarcare guano e le avevano sollevate scagliandole contro le scogliere. Passato il maremoto, la tragedia si era palesata in tutta la sua gravità: distrutti tutti i villaggi della costa, numerose le vittime, sette velieri, tutti italiani, erano colati a picco, e venticinque avevano subito seri danni. Delle sette navi inabissate, tre, per l’appunto, erano spezzine.

Le barche appartenevano ai fratelli Giovanni Battista, Bartolomeo e Giacinto Beverini che, fiduciosi del futuro della nuova Spezia, proprio in quel tempo si stavano facendo costruire un palazzo in Via Chiodo, il bell’isolato al piano terra del quale c’è il bar Peola, sopravvissuto testimone di un tempo in cui gli spezzini sapevano ancora sorridere. Per la cronaca, quando agli spezzini furono sottratte le loro terre per farci l’arsenale i Beverini avevano ottenuto circa 17mila lire dall’esproprio di una decina di pezze di terreno variamente coltivate sparse fra Pegazzano e Marinasco.

Ottocento(Tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...