Venivano a liberarci: fucilati

Era una notte di luna calante quella fra il 22 e il 23 marzo del 1944, una notte come tante, anche se dal meridione arrivavano voci di sbarchi alleati sulle spiagge di Anzio e Nettuno e di furiosi combattimenti dalle parti di Cassino. Nei bunker di Anzo e Dostlerdi Punta di Monte Grosso, sul litorale tra Bonassola e Framura, gli artiglieri tedeschi vegliavano nelle loro postazioni, mentre le vedette scrutavano con i binocoli la linea dell’orizzonte. Ma nessuno vide i gommoni dell’Operazione Ginny che arrivavano da molto lontano, calati dalle unità motosiluranti PT 214 e PT 210 ferme in alto mare, protette dal buio.
Sui leggeri battelli neri che si avvicinavano alla costa c’erano quindici uomini, due tenenti, tre sergenti e dieci soldati della Compagnia A del 2671° battaglione da ricognizione del 2677° reggimento OSS (Ufficio Servizi Strategici). Quasi tutti, lo si capirà dai nomi, italo-americani.
Il commando aveva il compito di fare saltare con cariche esplosive una delle gallerie della linea ferroviaria Genova-La Spezia, all’epoca situata più vicina al mare. Erano le gallerie Bonassola, Vandarecca e Framura, segmenti ferroviari di straordinaria importanza dal momento che attraverso quella linea i tedeschi stavano facendo affluire uomini e materiali verso il fronte di Cassino. La missione però fallì. Qualcuno aveva notato qualcosa, e la segnalazione era subito arrivata alle autorità militari, sicché la mattina del 24 l’intero gruppo di incursori, tutti con la divisa dell’US Army, fu circondato e catturato senza colpo ferire da un grosso reparto di fascisti e di tedeschi. Un’operazione bellica andata male, da concludersi in un campo di prigionia, pareva. E invece era il preludio della tragedia.
Che cosa accadde ce lo racconta un rapporto dello Stato maggiore dell’Alto comando delle forze armate Usa intitolato Nazi Conspirancy & Aggression, Criminality of groups and organization, documento ripreso dalla Università di Yale come testo base per uno studio accademico sui crimini di guerra. I soldati americani furono condotti al quartier generale della 135° brigata corazzata tedesca, alla Spezia, e interrogati da due ufficiali dei servizio di intelligence della marina germanica. Possiamo immaginare di quale tipo sia stato l’interrogatorio se – come dichiarò poi il maggiore statunitense Frederick W.Roche, giudice della commissione militare americana che processò il generale tedesco Anton Dostler, accusato di avere imposto la fucilazione dei quindici prigionieri di guerra – uno degli ufficiali del commando rivelò qual era lo scopo della “Ginny mission”. Non appena appresa la notizia della cattura e dell’esito degli interrogatori, il generale Dostler, comandante del 75° corpo d’armata tedesco, ordinò, appunto, che i prigionieri fossero fucilati seduta stante; la decisione causò sorpresa e sconcerto fra gli stessi ufficiali tedeschi del comando spezzino, e in particolare turbò il comandante della 135° brigata, colonnello Almers, il quale a più riprese, spiegò poi il maggiore Roche in aula, fece presente al suo diretto superiore che gli uomini catturati erano militari, che indossavano uniformi delle forze armate americane, e che quindi la loro esecuzione avrebbe violato le convenzioni internazionali sui prigioneri di guerra.
Ma Dostler, richiamandosi alle disposizioni emanate da Hitler in persona il 18 ottobre 1942 in merito alla cattura di commando nemici, non volle sentire ragione. Nella notte fra sabato 25 e domenica 26 marzo, ufficiali della 135° brigata e del Servizio navale tentarono ancora, con una concitata serie di telefonate, di convincere Dostler a modificare la sua decisione, ma tutto fu inutile: all’alba della domenica i 15 militari americani furono portati a Punta Bianca e fucilati; successivamente vennero sepolti nel cimitero di Montemarcello. Questi i loro nomi: tenente Vincent J.Russo, tenente Paul J.Trafficante, sergenti Livio Viecelli, Dominick C.Mauro e Alfred L.De Flumeri, soldati Salvatore Disclafani, Santoro Calcara, Joseph M.Farrell, John S.Leone, Joseph A.Libardi, Joseph Noia, Thomas N.Savino, Angelo Sirico, Rosario S.Squadrito, Liberty G. Tremonte.  La comunità di Ameglia li ricorda con un monumento.
Davanti al tribunale militare, che lo giudicava con l’accusa di violazione delle leggi di guerra, Dostler si difese sostenendo di non avere fatto altro che eseguire gli  ordini di Hitler, e che se si fosse rifiutato sarebbe stato mandato davanti alla corte marziale. Ciò non gli valse la salvezza: al termine del dibattimento svoltosi a Roma dall’8 al 12 ottobre 1945, il generale nazista fu condannato a morte mediante fucilazione, sentenza immediatamente eseguita.

Nella foto: Dostler viene legato al palo per l’esecuzione.

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