Ecco chi bombardò l’arsenale nel 1915

La prima guerra? No, qui non è successo niente, verrebbe da rispondere. E invece…

In effetti c’è la convinzione che alla Spezia si sentirono soltanto gli echi della tragedia della Grande Guerra, ma basta dare un’occhiata a un monumento aviatikai giardini pubblici per capire che in realtà quegli echi erano rimbombi. Il monumento è quello dedicato a un eroe ragazzo: Alberto Picco, sottotenente degli alpini del battaglione Exilles morto ventunenne il 16 giugno del ’15 sul Monte Nero, in Slovenia. In soli venti giorni di guerra si era già meritato due medaglie di bronzo. Fu il primo capitano dello Spezia, e per questo gli intitolarono lo stadio.

Tuttavia è quel che accadde l’11 luglio del ‘16 che fece conoscere agli spezzini l’amaro sapore della guerra. Era un bel mattino quando la notizia corse come un fulmine da via Chiodo fino a Migliarina e alla Chiappa; si era appena spento il frastuono degli scoppi che già la gente sapeva: “Hanno bombardato l’arsenale, hanno bombardato l’arsenale”.

Incredibile, com’era possibile? Eppure, sebbene le macchine volanti fossero così rare, era successo davvero.

Erano le 8, e in arsenale già diversi operai erano al lavoro attorno alle navi Washington e Città di Milano, quando il silenzio fu rotto dal rumore di un aereo che veniva giù in picchiata. Quattro scoppi – un quinto ordigno fece cilecca –  e poi il rombo del motore che si allontanava, e in terra, esanimi, trentatré uomini; si contarono sette i morti e ventisei feriti.

Altro che non è successo niente…

A compiere la spericolata incursione era stato un aviatore solitario con un Aviatik, un apparecchio biplano spinto da un motore da 120 cavalli. Un aereo “molto grande e bellissimo” lo aveva definito il nostro eroe dei cieli Francesco Baracca. L’Aviatik era armato con una mitragliatrice a nastri da 125 colpi e con una pistola Mauser, ma per quella occasione il pilota si era accontentato delle bombe mollate a mano sul bersaglio. E dire che al suo passaggio sull’Appennino l’areo con la croce nera dipinta sulle ali era stato avvistato e segnalato dalle vedette, ma nessuno vi aveva dato troppo peso. “È roba nostra”, devono avere pensato i soliti papaveri. Una leggerezza che è costata la vita a sette persone.

Ma chi era quell’ardito incursore dell’aria partito da un campo austriaco a settentrione di Verona per portare la sua clamorosa sfida nel cuore militare dell’Italia?

Nessuno ha mai saputo dirlo. Finora.

L’ho rivelato nel leggendario numero 100 della Gazzetta, il settimanale cartaceo free press diffuso fra il 2006 e il 2011: era il sovrintendente del teatro di Coburgo, all’epoca capitale del piccolo Ducato di Coburgo, Sassonia e Gotha, nel nord della Baviera. Ce lo rivela, chiamando a testimone nientemeno che Gabriele D’Annunzio, il compositore veneziano Gian Francesco Malipiero nel suo libello di ricordi “Cossì va lo mondo”.

“Nella tranquilla Coburgo, la sera del 15 dicembre 1932, all’albergo Excelsior, dopo la rappresentazione del Mistero di Venezia – scrive – si riunirono in letitia gli interpreti principali, molti critici, ecc. ecc. Il sovraintendente mi confessava di non esser mai stato in Italia, ma… sorrise quasi imbarazzato. Difatti una sera (autunno 1916) Gabriellino D’Annunzio raccontava che mentre egli era di guardia al campo di aviazione, dall’osservatorio di Verona e poco dopo da quelli di Piacenza e della Spezia, gli chiesero che cos’era l’aeroplano che volava sulla città. Alla Spezia capirono subito che doveva essere austriaco perché aveva lasciato cadere una bomba! L’aeroplano della Spezia era pilotato dal sopraintendente del teatro di Coburgo, che aveva veduto l’Italia sì, ma soltanto dall’alto”.

Per quanto lontana, la guerra teneva sotto pressione anche gli stabilimenti militari spezzini. A Vallegrande, a cura della Direzione di artiglieria e armamenti del regio arsenale, furono per esempio costruiti in fretta e furia alcuni treni con vagoni speciali in grado di trasportare cannoni navali da 152 mm. I convogli, composti da carri-santabarbara, carri con le artiglierie antinave e antiaereo, e carri cucina, alloggi e ricambi, furono poi spediti sulla linea adriatica, da Ravenna a Otranto, per contrastare le squadre navali austriache che stando a distanza di sicurezza dalle difese terrestri italiane, potevano tranquillamente martellare le nostre coste.

Ci fu un momento in cui l’arsenale rischiò di restare senza energia. Il grave pericolo fu neutralizzato dal nostro esercito sventando un tentativo di un commando austriaco di distruggere la centrale elettrica di Isola, in Val Saviore, sull’Adamello. Quell’impianto forniva infatti la corrente al nostro arsenale.

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