L’America e quelle relazioni pericolose

Credo che sia capitato a tutti, un giorno, di svegliarsi, o di  andare a letto, con un velleitario pensiero fisso nella testa: “Basta, finiamola, pianto tutto e me ne vado in cerca di un’isola lontana, dove non mi conosca nessuno, dove cominciare una nuova vita”.
Sono momenti cupi, l’inverno del nostro scontento. Poi in genere passa; per qualcuno invece non passa mai.
Ebbene, io credo che proprio questo sia il momento che stanno attraversando gli americani, sempre più pensierosi, sempre più in difficoltà, e sempre più con la voglia di smetterla di fare quelle cose che dalla fine dell’ultima guerra mondiale hanno sempre fatto. Insomma, al diavolo il mondo, basta con quella storia del gendarme del pianeta, basta con i ragazzi che tornano da posti strani dentro una bara coperta dalla bandiera stelle e strisce, basta con questo oceano di soldi spesi per “esportare la pace” o per “esportare la democrazia” in paesi che l’uomo della strada neanche conosce, che  neanche sa dove siano esattamente.
Ecco, io ho l’impressione che gli americani stiano cedendo sempre di più al fascino discreto di un nuovo isolazionismo.
Del resto, hanno liquidato Saddam, ma non hanno vinto la guerra in Iraq; hanno fatto fuori il regime dei talebani, ma non hanno vinto, anzi, la guerra in Afghanistan; insieme a francesi e inglesi hanno tolto di mezzo Gheddafi e il suo regime, con il risultato che oggi la Libia è una polveriera; hanno ammazzato Bin Laden, e si ritrovano a dovere fare i conti con Ayman al-Zaewahiri, un tipo forse più pericoloso dello stesso Bin Laden; hanno cercato di liquidare il dittatore siriano Bashar al-Assad flirtando con le forze di opposizione, e si ritrovano con l’Isis che dilaga in Siria e Iraq; sono impegnati in mille angoli della terra, bruciano minuto dopo minuto montagne di dollari per difendere gli sconfinati interessi delle loro industrie, epperò ogni giorno che passa si accorgono che il prezzo da pagare è sempre più alto sia in termini di vite umane sia di risorse finanziarie.
In più, il fatto di essere rimasti l’unica superpotenza mondiale dopo la fine della guerra fredda li ha esposti da un lato alle antipatie, se non all’inimicizia, di larga parte del mondo, e dall’altro ne ha dilatato il potere finanziario al punto tale da fargli perdere il controllo della macchina (vedi Lehman Brothers, il gioco perverso dei titoli tossici, il costosissimo management, ecc.).
E Obama si è perfino ritrovato a ballare sull’orlo del default federale, evento inconcepibile fino a poche settimane fa e oggi ritenuto pressoché inevitabile.
Inoltre, la globalizzazione finanziaria, con lo spostamento di spaventose masse di capitali da un mercato all’altro, da una società all’altra, con un Marchionne qualunque che non solo va a prendersi una delle più prestigiose Case automobilistiche del Paese, ma la risana pure riportandola al livello di un tempo non può non avere minato la fiducia degli americani nelle proprie capacità, non potendo oltretutto contare su una leadership forte, visto che quella di Obama tanto forte non è.
In parole povere, potrebbero prima o poi accorgersi che il re è nudo.
Ci sarebbe allora da meravigliarsi se scoprendosi vulnerabili né più né meno come tutti gli altri popoli della terra agli americani venisse la tentazione di chiudersi in se stessi abbandonando il mondo al suo poco felice destino?
D’altronde con la globalizzazione, con le grandi società divenute ormai multinazionali, alimentate da masse di denaro sborsato da speculatori che risiedono in Cina come in Brasile, in India come in Vietnam o nella sorniona Russia, per non dire dei network della grande criminalità organizzata su scala planetaria, il patriottismo finanziario non può più essere considerato una bandiera da fare sventolare su Wall Street. Se va bene per molti europei, il detto latino pecunia non olet va ora benissimo pure per gli americani.
E allora ecco che una bella ritirata strategica degli Stati Uniti dal resto del mondo non mi sorprenderebbe; anzi, può essere senz’altro ritenuta una eventualità concreta e magari anche prossima. Salvo vieppiù consolidare, perché no, quella sorta di relazioni pericolose che li legano alla Cina comunista.
Se ciò accadesse, per noi, per noi europei, sarebbero guai davvero seri. Tanto più che il caso Grecia sta dimostrando al mondo quanto fragile sia l’Unione europea: la grande speculazione certe situazioni le conosce molto bene, e sa come trarne profitto.
Penso che sia proprio il caso di cominciare a preoccuparci.

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