I panzer sul Bracco. Obiettivo: l'”amica” Spezia

Russland, Panzer IV und Panzer IIAlle tre del pomeriggio del 13 ottobre del 1943 gli italiani seppero che il loro nemico era cambiato: non erano più gli angloamericani, bensì il vecchio amico, l’alleato del “Patto d’acciaio”, quello dell’Asse: la Germania.
Come già in occasione della drammatica sera dell’8 settembre, fu ancora la radio a dare lo storico annuncio: “… l’Italia si considera dalle ore 15 di oggi in stato di guerra con la Germania”.
Finiva in tal modo la Grande Finzione architettata il 3 di settembre con la segreta firma dell’armistizio di Cassibile e cominciavano la guerra civile e l’occupazione nazista.
Caduto il fascismo (25 luglio), annunciato l’armistizio (8 settembre), ecco appunto la Grande Finzione apparsa peraltro ben evidente nel proclama di Badoglio: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.
Questa la frase chiave: l’ultima.
Se gli anglo-americani non erano più nemici che potevano spararci addosso, anzi diventavano nostri amici, a chi si alludeva con quel “da qualsiasi altra provenienza”?
Come se i tedeschi fossero scemi. Da un bel po’ avevano capito quel che sarebbe successo, e già nei giorni immediatamente seguenti la caduta del Duce e il suo arresto con relativa reclusione a Campo Imperatore si erano attrezzati per fronteggiare la situazione con la quale da lì a poco tempo sarebbero stati chiamati a fare i conti.
Come nell’ottobre-novembre del 2008 magistralmente raccontò l’avvocato Giovanni Pardi in una straordinaria serie da collezione dell’edizione cartacea della Gazzetta della Spezia, subito dopo il 25 luglio il comando supremo germanico con il pretesto di volere andare a rafforzare il fronte meridionale della penisola, fra Anzio e Salerno, dove si supponeva che gli angloamericani avrebbero tentato un sbarco, aveva difatti chiesto il permesso di passare dal territorio della Spezia con le sue colonne di Tiger.
I micidiali panzer della Wermacht, terrore dei carristi inglesi e statunitensi, erano già sul Bracco, ma lo stato maggiore italiano adducendo svariate ragioni negò l’autorizzazione, e in un messaggio classificato ordinò all’esercito di impedire ai tedeschi “anche con l’uso della forza”, di entrare nel territorio spezzino. Eppure si trattava pur sempre di alleati, quelli appunto dell’Asse, del Patto di acciaio!
Ciò perché neanche allo stato maggiore di Badoglio erano scemi; sottotraccia, nella richiesta degli “amici” avevano intravisto la recondita intenzione di Berlino: entrare alla Spezia e impadronirsi della base navale, e soprattutto della flotta, a cominciare dall’ammiraglia Roma, che ancora era immobile alla fonda in rada.
Fu quello, non altri, il primissimo atto di resistenza italiana contro il nazismo, e fu un gesto compiuto dal comando generale delle nostre forze armate.
Purtroppo ‒ segno che l’andare del tempo non ha ancora rimosso le profonde incrostazioni ideologiche che tuttora caratterizzano il “pensiero spezzino” su quel periodo di storia italiana ‒ le rivelazioni di Pardi furono lasciate cadere nel silenzio più totale. Non un segno di consenso o di dissenso. Completamente ignorate, come si fa in presenza di verità sgradite, quasi a volerle esorcizzare. D’altronde, quante storie scomode sono state rimosse dalla memoria collettiva anche in questa provincia!
E così, insomma, ci volle lo sfascio delle nostre forze armate, iniziato nella drammatica serata di mercoledì 8 settembre 1943, perché i panzer germanici potessero districarsi giù per i tornanti del Bracco, correre lungo tutta la valle del Vara e scendere alla Spezia. Ma ormai era tardi, perché l’atteggiamento ostile dei vertici militari italiani aveva consentito di prendere il tempo necessario affinché almeno quella tragedia ‒ la caduta della squadra navale in mano tedesca ‒ non si compisse: nella notte tra l’8 e il 9 settembre la flotta era infatti uscita dal golfo per andare incontro ai suo destino. Un destino che presto ebbe un nome: “Roma”. Come sappiamo, colpita da una bomba sganciata da un aereo della Luftwaffe la corazzata affondò dalle parti di Bonifacio trascinando sul fondo 1.250 dei 1.849 uomini d’equipaggio. Altre piccole unità subirono, ignorate dalla storia, la stessa sorte.
La notizia sparse dolore e sconforto fra gli spezzini, ai quali bastava volgere lo sguardo alle banchine della base, per la prima volta deserte dai tempi di Chiodo e di Cavour, per avere chiare le dimensioni del dramma.
Giacché in effetti, dopo il trauma collettivo nazionale provocato dall’annuncio di Badoglio, per gli spezzini fu il 9 il giorno dello choc, con la rada e le banchine dell’arsenale sgombre di navi, a parte le unità autoaffondate perché non in grado di prendere il mare; con i portoni degli stabilimenti militari e delle caserme desolatamente spalancati e sguarniti delle solite sentinelle; con i marinai, gli avieri di Cadimare, i fanti e gli artiglieri del presidio che dopo essersi sbarazzati delle uniformi scappavano da tutte le parti fra le rovine lasciate dai bombardamenti cercando un treno o un camion che li portasse lontano; con uomini e donne, giovani e vecchi e bambini che correvano a prendersi quello che potevano nei magazzini abbandonati dai soldati. Tutto era buono, dal cibo alle scarpe, dalle coperte ai tegami al vestiario, ai mobili e alle suppellettili. Nemmeno le navi-ospedale Gradisca e Virgilio, ormeggiate proprio davanti a San Cipriano, sfuggirono alle razzie: sparirono termometri, garze, alcol, medicinali, lenzuola, materassi, perfino i clisteri centimetrati. E intanto, mentre nella caserma di San Bartolomeo il principe Junio Valerio Borghese raccoglieva le forze ancora fedeli all’Ideale per formare la Decima Mas, in molti fra i civili si preoccupavano di fare sparire le armi: già s’era capito che sarebbero tornate utili in un futuro non lontano. E qualcuno cominciava anzi a prendere la via dei monti. I fascisti, ai quali non era ignota la notizia della presenza dei Tiger sul Bracco, tornavano infatti a rialzare la testa, a uscire dall’ombra nella quale si erano squagliati dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio.
Frattanto tra gli spezzini che erano rimasti in città rinunciando allo sfollamento era stata ingaggiata una gara di solidarietà per soffiare i militari sbandati da sotto il naso dei tedeschi accasermati a Spezia e provincia, che stavano nel frattempo occupando la città e i forti: li accoglievano nelle loro case, gli davano una patente di familiarità, li vestivano con gli abiti borghesi del marito o del figlio soldato, a sua volta sbandato chissà dove, ed essendo conoscitori dei luoghi studiavano la via della fuga, il tragitto migliore per metterli in salvo. E qui svolsero un ruolo fondamentale i contadini, che d’improvviso si ritrovarono per qualche ora o qualche giorno con uno o due figli in più per farla in barba ai nazisti.
Ma i tedeschi arrivavano in forze. Dal Brennero stavano scendendo otto divisioni, lungo l’erta della Foce l’Aurelia era martoriata dai cingoli dei carri armati Tiger che andavano quali a presidiare gli snodi strategici della provincia, quali a contrastare gli alleati nel meridione.
Pochi, pochissimi giorni ancora, e quel clima da limbo nel quale pure Spezia era finita dopo l’8 settembre, si dissolse, spazzato via dall’orrore dell’occupazione nazista e della guerra civile.
13 ottobre 1943: “… l’Italia si considera dalle ore 15 di oggi in stato di guerra con la Germania”.
Da quel giorno, 69 anni fa come ieri, gli spezzini vissero con l’incubo dell’ex amico, e ora feroce nemico, in casa.

Ai lettori, un consiglio: se potete, procuratevi i numeri della Gazzetta cartacea con lo splendido servizio di Giovanni Pardi: è un piccolo gioiello da conservare.

(Dalla Gazzettadellaspezia.it del 14 ottobre 2012)

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