E prima o poi, tutti a mollo!

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Lungomare, dopo due giorni di intense piogge

Il 20 marzo del 2004 pubblicai sulla Nazione un servizio su due pagine per lanciare un allarme: noi spezzini dovremmo cominciare a preoccuparci perché secondo gli esperti mondiali a causa dei cambiamenti climatici entro il secolo il mare si alzerà di almeno un metro, e Spezia rischierà di finire sott’acqua.
Come sempre accade in questa splendida città, la cosa fu accolta con regale indifferenza. Il che, tradotto nello spirito sprugolino, significava: «E chi se ne frega, sono tutte balle, e se anche non lo fossero io fra un secolo mica ci sarò!».
Magari oggi con tutti i disastri capitatici – le bombe d’acqua che hanno travolto interi paesi – qualcuno, pur continuando a non alzare un dito, starà pensando che in fondo in fondo quella proprio una fregnaccia non la era. Anche perché notizie inquietanti – o che dovrebbero comunque inquietare – stanno arrivando dall’alto capo del mondo. Mesi or sono il governo delle Maldive tenne una riunione con tutti i ministri assisi sul fondo del mare, muniti di bombole e boccaglio, per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale al gramo destino di quelle splendide isole che da un anno all’altro potrebbero finire sommerse.
Fantascienza? Ecco l’ultima notizia in merito. Viene da Kiribati, un piccolo Stato insulare dell’Oceania dove su 32 atolli corallini estesi su tre milioni e 350 mila chilometri quadrati vivono 130.000 persone la maggior parte delle quali stanziate nell’atollo di Tarawa.
Ebbene stamani si è saputo che il governo di Kiribati sta negoziando con le isole Figi l’acquisto di una porzione di un’isola scarsamente abitata nel quale trasferire tutta la sua popolazione. Infatti le isole del Kiribati affiorano di poco sul livello del mare per cui la loro sorte è segnata: già sono evidenti i segni dell’innalzamento del mare, dell’avanzamento dell’acqua verso le case.
È appunto per questo che il presidente delle Kiribati, Anote Tong, ha chiesto di potere acquistare cinquemila acri di terra deserta a Vanua Levu, la seconda delle isole delle Figi, per trasferirvi i suoi connazionali.
Questa è l’ultima disperata possibilità che quel popolo ha per restare unito. L’alternativa sarebbe la diaspora, una dispersione verso ogni angolo del pianeta in un viaggio senza ritorno.
L’anno scorso nelal sua drammatica ricerca di una soluzione il governo di Kiribati aveva ipotizzato anche la costruzione di una serie i isole artificiali, sul tipo delle piattaforme petrolifere, per dare una terra alla sua gente, ma l’idea si era rivelata ben presto irrealizzabile. Non resta pertanto che sperare nella disponibilità delle Figi.
«Questa è l’ultima risorsa – ha detto quasi in lacrime il presidente Tong –, non c’è altra via d’uscita che questa. La nostra gente dovrà spostarsi quando le maree raggiungeranno le nostre case e i nostri villaggi».
Secondo i progetti del governo di Tong i kiribatesi dovrebbero trasferirsi a scaglioni, cominciando con i lavoratori più qualificati, in modo che possano rapidamente integrarsi con la popolazione locale (dove però sono già fortissime le tensioni tra figiani e immigrati indiani), dando un contributo positivo all’economia di quel Paese. Tong ha spiegato a Fiji One, la televisione statale delle Figi: «Non vogliamo che centomila persone provenienti da Kiribati arrivino alle Figi in un colpo solo. Devono trovare un lavoro, non come rifugiati, ma come persone immigrate con competenze da offrire, persone che hanno un posto nella comunità, persone che non saranno viste come cittadini di seconda classe. Ciò di cui abbiamo bisogno è che la comunità internazionale venga con un pacchetto di finanziamenti urgenti per far fronte a questa richiesta ed alle esigenze di Paesi come la Kiribati».
I giovani di Kiribati studiano già all’University of the South Pacific di Suva, la capitale delle Figi, insieme agli studenti di altri dodici piccoli Paesi insulari del Pacifico. Secondo quanto ha dichiarato in un’intervista Alumita Durulato, uno dei docenti di quella università, essi «stanno già preparandosi molto bene. I giovani sono stati educati a essere in grado di sopravvivere nelle nuove terre dove vogliono andare. Si stanno lasciando alle spalle la loro cultura, le loro usanze ed il loro stile di vita, che è un po’ diverso dal nostro nelle Figi».
Il timore dei kiribatesi è proprio quello. Essi vedono un intero popolo sul punto di suicidarsi rinunciando per sempre ai propri usi, alle proprie tradizioni, alla propria cultura. Ma il tempo ormai stringe: ogni giorno che passa l’oceano si prende un pezzo di quel piccolo paradiso.
E Spezia? Che c’entra Spezia? C’entra. Basta andare a dare un’occhiata alla passeggiata Morin dopo un paio di giorni di pioggia, quando il Magra si gonfia e il mare sale, per capire che c’entra. Cosa credete che succeda, in quei giorni, alle acque dei canali che scorrono nel ventre della cttà, a pochi palmi dall’asfalto? E che cosa credete che succederà in corso Cavour o via Prione o alla Cittadella in giornate del genere, quando il livello normale del mare sarà più alto anche di solo mezzo metro?

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