La stagione breve del rock’n’roll

Era una notte buiarock e tempestosa. Nessuno lo poteva immaginare, ma quella notte buia e tempestosa fu the night of the day the music died, la notte del giorno in cui la musica morì.
Quella notte, la notte del 3 febbraio 1959, tre giovani cantanti avevano tenuto un concerto davanti a oltre mille scatenati ragazzi al Surf Ballroom di Clear City, nello stato dello Iowa. Da qui, sfidando una tempesta di neve che da parecchie ore imperversava nella zona, erano partiti alla volta di Fargo, nel North Dakota, con un Beech Bonanza. Si chiamavano Buddy Holly (23 anni), Ritchie Valens (18) e Big Bopper (29), e per i giovani d’allora erano tre profeti del rock and roll. In particolare, Valens era molto conosciuto anche in Italia per una canzone in voga ancora oggi: La bamba. Erano in volo da neanche mezz’ora quando all’una della notte, cinque miglia a nord ovest dell’aeroporto municipale di Mason City, sempre nello Iowa, il piccolo velivolo si schiantò al suolo. I tre cantanti e il pilota Roger Peterson, di 21 anni, morirono sul colpo.
Il giorno in cui morì la musica, come lo battezzarono i giornali, segnò anche l’inizio della fine della magica stagione del rock and roll. La musica che cambiò il mondo.

Il tempio di noi ragazzi di Spezia era in via Chiodo, angolo via Persio, lato mare. Ce n’erano altri, ma il nostro era lì. Una sala spoglia, con due o tre calciobalilla e Lui, il totem, rutilante testimone di tante fantasie adolescenziali: un juke box tutto plexiglass, plastica e acciaio caricato con i primi 45 giri in circolazione, magici oggetti del desiderio di chi non aveva un soldo in tasca. B-15, E-21, H-7, tre canzoni per cento lire. E con cento lire ti compravi le emozioni, ti compravi l’America, perché l’America era lì, dentro quello scatolone pieno di tasti, di luci, e di sogni.
Ce l’aveva portata un tipo curioso, l’America: rotondetto, non più giovanissimo, aria pacioccona e con un buffo ricciolo tirabaci sulla fronte, sembrava più un travet che un rivoluzionario impegnato a ribaltare il mondo! E invece quel tale, che si chiamava Bill Haley, ci portava il rock and roll.
E per noi ragazzi da quel momento fu tutta un’altra musica.
Che stagione, fu quella!
Una stagione breve, perché già sulla soglia degli anni Sessanta il r’n’r moriva per fare posto al twist, allo shake e poi al rock, nulla a che vedere; ma dal giorno in cui Bill Haley e i suoi Comets irruppero nella nostra vita niente fu più come prima.
Da quel giorno quegli stessi adolescenti che per la società nemmeno esistevano, che l’industria e il commercio ignoravano perché squattrinati, che non potevano parlare in presenza degli adulti, che guai se fumavano, che guai se forcavano, che guai se s’inguaiavano con una ragazza/o, ebbene, da quel giorno per un’Italia bacchettona che mandava i pretori in giro per le spiagge a misurare i centimetri di tela dei bikini delle donne, quegli adolescenti divennero d’improvviso una massa di teddy boys, gioventù bruciata, debosciati, gente da correzionale. Tutto perché avevano finalmente una loro musica, perché indossavano i jeans, perché ballavano e perché ballando le gonne svolazzavano mostrando l’immostrabile, perché le canzoni alludevano all’atto sessuale, perché… perché s’atteggiavano a rebels without cause idolatrando tipi come James Dean, che solo l’anno prima era andato a sfasciarsi con la Porsche contro un palo della luce sulla strada di Salinas, o il Marlon Brando del Selvaggio, o quelli della beat generation che dal Village aveva già fatto risuonare nel mondo l’Urlo di Ginsberg, per non dire di Marilyn e B.B., straordinarie icone di una esplosiva femminilità finalmente svelata.
La storia era cominciata in America nel ’54, e forse anche prima, con una contaminazione tra blues, soul e boogey woogey, ma non se n’era accorto nessuno. Né all’inizio ebbe fortuna lo stesso Bill Haley, la cui Rock around the clock passò del tutto inosservata. Allorché nel ’55 la scelsero però per i titoli di testa di “Blackboard jungle”, film sul disagio giovanile uscito in Italia col titolo “Il seme della violenza”, il fiume tanto a lungo compresso ruppe gli argini e dilagò spazzando via in un batter d’occhi i vecchi scarponi, le corde della mia chitarra, i voli di colombe e le casette in Canada.
Da noi il rock’n’roll arrivò più tardi. Esplose nel ’56, ma già l’anno prima ne ascoltavamo gli echi, sia perché cominciava a girare nei juke box, sia perché i giornali parlavano sgomenti d’una nuova musica che traviava i giovani, di teenagers che in ogni angolo del mondo devastavano le sale cinematografiche dove si proiettava Blackboard Jungle sradicando i seggiolini per fare spazio e ballare il rock’n’roll; ci raccontavano dunque d’un’isteria collettiva che contaminava inarrestabile tutto il pianeta imponendo nuove mode, lacerando i narcotizzati rapporti fra genitori e figli, fratturando le vecchie convenzioni generazionali. Era il segnale della ribellione: la ribellione dei giovani che non aspettavano altro per rivendicare un ruolo nella società, di essa ponendosi però ai margini, non fuori. Fu una ribellione senza frontiere. Perfino di là dalla cortina di ferro, nella plumbea Unione Sovietica, risuonava l’allarme per la moda che dilagava fra i giovani pionieri comunisti trascinandoli su una cattiva strada.
Sentivamo parlare di Bill Haley, e poi di un matto chiamato Little Richard, e di Chuck Berry, e di Buddy Holly, e di Jerry Lee Lewis, un indemoniato distruttore di pianoforti che invitava le ragazze a rotolarsi con lui nel fienile. E naturalmente di un camionista di Tupelo, tale Elvis, il messia venuto a regalarci il mondo.
Quella era musica, una musica nostra, alfine. La nostra musica.
Il guaio era che pochi, pochissimi conoscevano l’inglese. La scuola insegnava il francese, retaggio dello stato piemontese, mentre l’inglese ancora fino a una dozzina d’anni prima era stato la lingua della perfida Albione di mussoliniana memoria. E allora? E allora ci arrangiavamo con un inglese fatto in casa, inventato lì per lì, ripetendo a orecchio le parole senza conoscerne il significato. Del resto, non è che ci volesse poi molto a dire A bop bop a loom op a lop bop boom Tutti frutti, au rutti… oppure Be-bop-a-lula she’s my baby…
In pratica, si può affermare che fu proprio Elvis Presley il nostro primo insegnante d’inglese, con l’aiuto di un po’ di parole rubate alle canzoni e di un dizionario comprato sulle bancarelle dei libri usati.
E poi c’era il problema dei dischi: erano introvabili. Giravano a 45 giri, e in Italia molti grammofoni andavano ancora a 78. Inoltre la radio non trasmetteva quella musica; figuriamoci, la Rai democristiana, con i poveri parroci che dal pulpito si spolmonavano per scagliare anatemi contro il rock’n’roll, musica del demonio! Sicché, come i nostri padri ascoltavano Radio Londra, così noi figli ci affannavamo a cercare con le manopole del Magnadyne le frequenze di Radio Lussemburgo o di Radio Montecarlo, uniche emittenti a mandare il rock’n’roll che si potevano captare in Italia.
Qualche disco arrivava dall’amico che aveva uno zio navigante, o da quell’altro che faceva corrispondenza con una ragazza francese, paese dove, beati loro, già si vendevano dischi di r’n’r. Ma per il resto era buio.
Ormai, però, la diga era rotta. Non puoi fermare il fiume che va, diceva una bella canzone di Earl Grant. E il fiume non si fermò invadendoci con quei dischetti col buco in mezzo che ci facevano sentire tanto americani. Rca, Decca, Sun, Capitol, mitiche etichette! Passavamo interi pomeriggi dentro le cabine di vetro di De Bernardi (purtroppo scomparso: era in via Prione) e di Biso (grazie al cielo è ancora lì) con le cuffie in testa ad ascoltare canzoni fingendoci incerti sul disco da comprare. E alla fine, spesso, non ne compravamo neanche uno: costavano 750 lire, mica noccioline.
Era, quella, anche l’epoca dei festini in casa, con spumante Cinzano e pasticcini. Sbarbatelli accaldati, in giacca e cravatta, ci ammassavamo fra sala e tinello, con tavoli, tavolinetti e sofà accostati alle pareti per fare spazio. Ma lì, con la scusa che lo spazio era appunto scarso, il rock and roll non era (per fortuna) proponibile. E allora: vai col lento. Anzi con l’Elvis di Love me tender, o il Pat Boone di Love letters in the sand o al massimo il Paul Anka di Diana. La mattonella, insomma, cara complice di tanti eterni e presto appassiti amori giovanili.
Durò poco, dicevo. Quella straordinaria stagione fu molto breve perché sul finire del decennio ci fu una morìa di idoli: Little Richard in preda a crisi mistica si ritirò mettendosi a fare il predicatore; Elvis fu chiamato sotto le armi in Germania; Jerry Lee fu travolto dallo scandalo per avere sposato una cuginetta tredicenne; Buddy Holly, Big Bopper e Ritchie Valens erano andati a schiantarsi con il piccolo Beech Bonanza in quella notte buia e tempestosa.
Ci restavano i Pat Boone, i Paul Anka, i Platters, gli Harry Belafonte, e anche se in Italia spuntavano Celentano, Baby Gate-Mina, Tony Dallara e Fred Buscaglione, non era più la stessa cosa. L’aria era cambiata, la magica atmosfera di fine anni Cinquanta si era già dissolta.
La breve stagione del rock’n’roll era insomma al tramonto.
Poi, in un freddo giorno del luglio del ’60 dall’America arrivò un’altra voce: “Noi ci troviamo oggi alle soglie di una nuova frontiera…”.
Era la voce di John Kennedy, e quel giorno capimmo che l’adolescenza era finita.

8 pensieri su “La stagione breve del rock’n’roll

  1. Complimenti per i tuoi gusti musicali. I miei sono più orientati verso il soul degli anni 70 e 80. Di quel periodo ricordo con piacere:

    Average White Band – Let’s go round again
    The Brothers Johnson – Stomp!
    The Commodores – Lady (you bring me up)
    Dan Hartman – Relight my fire
    Delegation – You and I
    Dynasty – Here I am
    George Duke – Shine on
    Odyssey – Going back to my roots
    Sharon Redd – Can you handle it?
    Skyy – Here’s to you
    Tavares – Heaven must be missing an angel
    Teena Marie – I need your lovin’

    Ascoltale: mi ringrazierai. : )

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  2. Pingback: La stagione breve del rock an roll | gino ragnetti

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